Clima

«Raison de Terre», non più «Raison d’État»

Il futuro, per esserci deve marcare una differenza rispetto alle pratiche consolidate: 1) uscire dal modello del multilateralismo; 2) immaginare una nuova politica globale; 3) dare forma a una diplomazia planetaria.

1 Settembre 2026

Il mondo e la terra di David Van Reybrouck più che una sorpresa è una conferma. La conferma riguarda la capacità di pensare e di argomentare apparentemente “fuori binario” che lo caratterizza. Chi non ricorda Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico (Feltrinelli 2015)?

Libro che muoveva da una premessa e che aveva un obiettivo concreto.

La premessa consisteva nell’affrontare senza giri di parole la crisi deli sistemi democratici “siamo diventati tutti dei fondamentalisti delle elezioni [p. 49]. La proposta è allora quella di avanzare verso un «modello birappresentativo», basato su «un meccanismo che associ elezione e sorteggio [p. 127].

Dunque, la risposta non era «buttiamo a mare tutto», ma apriamo un fronte che consenta nuove forme di partecipazione.

Un meccanismo simile torna ora nelle pagine de Il mondo e terra.

Van Reybrouck prima di tutto individua il meccanismo logico, il codice si potrebbe dire – inclusivo delle procedure – con cui si è giunti gli accordi sul clima (Parigi, 12 dicembre 2015).

Il profilo è identico al sistema che ha retto la politica internazionale negli ultimi quattro secoli: dal sistema di relazioni che fondano la moderna ragion di stato (XVII-XVIII secolo). Ovvero:

gli Stati sovrani che concordano, meglio convengono che cosa occorre evitare di fare per non danneggiarsi reciprocamente. Da quello che caratterizza il XIX e XX secolo ha ripreso il principio della concertazione multilaterale.

In atre parole, scrive, “la politica climatica internazionale è l’erede di quattro secoli di storia diplomatica” [p. 30]. Il suo criterio fondativo è appunto il multilateralismo.

Ma il problema, scrive Van Reybrouck, che è proprio quel criterio a non rendere operativa quella scelta: perché l’interesse nazionale su cui si fonda il principio del multilateralismo, impedisce una scelta operativa efficace. Meglio la inibisce. In ogni caso è inefficace.

Non si tratta di buona volontà: i comportamenti degli Stati rispondono al a una strategia fondata sull’interesse e quella strategia non lavora nella direzione di compiere delle scelte che lo ledono o obbligano a riformularlo.

Quelle scelte chiedono di infrangere – meglio di abbandonare – le regole le procedure di decisione adottate per quanto riguarda le pratiche di che caratterizzano il sistema di relazioni internazionali [p.33].

L’esatto contrario del profilo degli accordi di Parigi del dicembre 2015 che ha scelto di demandare ai singoli stati la definizione di come arrivare alla riduzione necessaria per contenere il riscaldamento globale. Un escamotage per rendere il trattato più inclusivo puntando sulla responsabilità. Risultato: scarsità di iniziativa.

Più drasticamente: non siamo inventivi e non lo siamo perché facciamo finta di prendere in considerazione gli effetti di ciò che stiamo vedendo. Cosa lo impedisce? Il fatto che continuiamo a ragionare e a decidere in relazione alla categoria dello Stato – e dunque un sistema di interessi particolari di un gruppo (nazionale, culturale, di credenze) ma mentre la sfida non riguarda gli Stati, ma la piattaforma collettiva e condivisa che si chiama “terra” o il pianeta.

L’inadeguatezza non riguarda le decisioni prese. Quella è la conseguenza, L’inadeguatezza riguarda i concetti che fondano il lessico con cui si prendono decisioni: sovranità nazionale, raison d’État, diplomazia multilaterale sono tutte categorie che riguardano i rapporti tra Stati. Non hanno relazioni con l’umanità. Lo stesso aggiunge l’ONU: “Le Nazioni unite – scrive -sono state fondate per regolare conflitti tra paesi, non per risolvere il conflitto tra umanità e pianeta”.

In altre parole il Pianeta è più della somma dei paesi. Significa che anziché pensare in termini di raison d’État, occorre costruire una Raison de Terre.

Come si fa?

Il primo dato è costruire una sede in cui “l’umanità possa esprimersi come umanità”. Quella sede non c’è, ma osserva Van Reybrouck ci sono già state occasioni in cui si è profilata quella possibilità: l’esempio che propone è quello dell’Assemblea mondiale nell’ottobre 2021, una pratica che ha messo insieme realtà diverse, in forma diretta, soprattutto ha dato voce a realtà sociali oltre e fuori il mondo delle lobby consolidate.

Una pratica che si muove su tre azioni collettive:

  • Solidarietà: le persone ascoltano punti di vista diversi e si confrontano, trovando così un terreno comune e riducendo le divisioni.
  • Apprendimento: le persone sviluppano una comprensione condivisa basata su evidenze concrete, che aiuta i partecipanti ad affrontare questioni complesse e a contrastare la disinformazione.
  • Protagonismo: le persone si sentono più capaci di partecipare, proporre idee e agire, facendo leva sulle proprie conoscenze, esperienze e risorse.

Non si tratta di sostituirsi alla politica, ma di sollecitarla dimostrando che si può fare e di dare a questa pratica la possibilità di esserci nel momento in cui il mondo della politica si convoca per deliberare. Perché ciò di cui abbiamo bisogno, è che “il mondo, in quanto mondo, possa prendere la parola sui problemi della terra” [p. 57].

In altre parole la logica diplomatica da essere al servizio degli Stati, deve trasformarsi e mettersi al servizio del pianeta. Perché questo avvenga, aggiunge Van Reybrouck, occorrerà adottare schemi e principi diversi da quelli canonici della diplomazia dello Stato propria del modello occidentale seguito alla “ragion di Stato” propria del canone seicentesco del Cardinal Richelieu. Insieme l’abbandono definitivo del modello Mandeville (vizi privati, pubbliche virtù). In altre parole: l’avidità individuale non genera automaticamente vantaggio collettivo.

Insomma: un nuovo modello geocentrico, non in senso astronomico, bensì filosofico.

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