L’Intelligenza Artificiale è presente nella nostra vita quotidiana più di quanto immaginiamo: device ed elettrodomestici ci circondano, il semplice utilizzo di Alexa ci accompagna durante le piccole e grandi routine quotidiane, dal buongiorno alla richiesta di riprodurre la playlist preferita, dalle informazioni meteo a quelle del traffico in tangenziale, la sveglia del mattino o il semplice timer per rispettare la cottura al dente della pasta. Una branca dell’informatica – l’IA – che consente ai computer di apprendere ed eseguire attività e mansioni tipiche dell’intelletto umano, comprendere un discorso, prendere decisioni e riconoscere oggetti. Una straordinaria evoluzione, destinata a crescere, quella dei computer: negli anni ’50 queste scatole ormai pensanti, non riuscivano a memorizzare o eseguire grandi quantità di informazioni e il loro utilizzo richiedeva costi astronomici quando l’IA era lontana anni luce. Il matematico Alan Turing pose una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: “Le macchine possono pensare?”. Il sonoro sì della risposta, ha cambiato il corso della storia, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, lo sviluppo dei computer e l’industria lanciò sul mercato macchine che lavoravano velocemente, erano più accessibili e meno costose. Nel 1970, un articolo pubblicato su Life Magazine già anticipava che, nel giro di 3-5 anni, le macchine avrebbero sviluppato la stessa intelligenza dell’essere umano e per raggiungere questo obiettivo, servivano grandi progressi nella capacità di memorizzazione dei dati e nella potenza di calcolo.
Premonizione o naturale evoluzione dei tempi, tra i 3 tipi di IA conosciuta, la più semplice è già utilizzata dalla maggioranza delle persone e si investe sempre di più sullo sviluppo dell’IA, a sostegno della robotica, delle tecnologie, dei mondi virtuali e dell’emulazione dell’uomo in tutti i contesti di vita, persino i più impensabili, dalle faccende domestiche al mercato del sex tech. Alla principale fiera mondiale per le innovazioni tecnologiche di Las Vegas, la bambola Emily è stata la vera novità svelata per il suo utilizzo per adulti. Un software di intelligenza artificiale, attraverso il quale la bambola può intrattenere conversazioni in maniera avanzata, promette un trasporto emotivo e comportamenti simili a quelli umani riuscendo a muovere parti del volto umanoide, riuscendo a sorridere o intristirsi a seconda del contesto. Se si valuta la possibilità di instaurare una relazione “robotica” a lungo termine Emily risponde :“Sono sviluppata per intrattenere dialoghi intimi, fare compagnia e dare piacere, mi hanno costruita per pensare e agire come un umano, posso anche raccontare storie e fare scherzi”. L’intelligenza artificiale, coniata in una conferenza da scienziati e da John McCarthy nel 1955, rappresenta il nucleo del futuro, è il pilastro fondamentale dei processi decisionali aziendali e governativi. Viviamo ormai nell’era degli algoritmi che si basano sull’IA, immersi nelle bolle di filtraggio, pane e companatico quotidiano a base di selfie, immagini, video, contenuti visivi generati o modificati dall’IA, app per modificare foto personali da affiancare alle celebrities o alla stregua di avatar del Signore degli Anelli: “provare per credere”.
Sfortunatamente l’IA, attraverso questi affabili servitori che assumeranno sempre di più sembianze umanoidi e che forniscono soluzioni sempre più immediate e dettagliate, assume sempre più il ruolo di protagonista nel contesto dell’apprendimento, insinuandosi a scuola con allettanti progettazioni che si propinano fra i banchi per stimolare la curiosità e lo spirito critico. L’IA, entrata non in punta di piedi nelle classi, sta cominciando a trasformare il concetto di didattica mettendo a disposizione le proprie competenze tecnologiche e metodologiche, soppiantando ciò che si pensa sia obsoleto riguardo a metodologie e programmi ministeriali, quasi incuranti delle problematiche delle tecnologie su coloro che assorbono le informazioni: il capitale umano. Il Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD) in vigore, è il principale strumento di programmazione del processo di trasformazione digitale della scuola italiana, adottato con decreto del Ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. Ma tra la formazione delle competenze di didattica digitale dei docenti e lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti, l’innovazione didattica e digitale, apre sì a nuovi scenari di innovazione e opportunità per la scuola ma materializza sempre più nuovi scenari di rischi, zone d’ombra e problematiche complesse: l’approccio dell’IA in classe, dovrebbe essere garantito ai livelli più alti della conoscenza, a ridosso del mondo del lavoro, lasciando spazio all’acquisizione delle competenze ai discenti nel modo classico e tradizionale, ovvero carta e BIC, il calamaio è una suppellettile del passato. La domanda tuttavia nasce spontanea: se l’istruzione è la vera leva per lo sviluppo, come potrà realizzarsi istruzione e sviluppo se, nel prossimo futuro, i docenti potrebbero essere sostituiti da apparati tecnologici e se già dai primi anni di scuola, le giovani generazioni sono incentivate a rivolgersi alle tecnologie per sbrigare rapidamente e senza sforzo i propri compiti che richiederebbero l’utilizzo dell’intelligenza e dell’impegno personali? Si osserva che in molte scuole che includono l’utilizzo della navigazione libera o suggerita e componenti digitali & Co, gli apprendimenti risultano peggiori così come i profitti.
Dunque l’Italia risulta in controtendenza alle politiche europee?! In diversi paesi dell’UE, Finlandia, Austria, Spagna e nel resto del mondo, Cile, Stati Uniti, Corea, Australia, non si rigetta l’utilizzo della tecnologia, ma le normative annunciate o adottate vietano e riducono l’uso di device nelle attività didattiche quotidiane. La Danimarca, dopo decenni di utilizzo a sostegno di smartphone e tablet, denuncia l’utilizzo delle tecnologie sulla salute mentale di bambini ed adolescenti, sostenendo che non è il modo migliore di insegnare l’innovazione e il futuro. Dunque un ritorno alla tradizione che cambia radicalmente l’idea sulla scuola digitale sostenuta dal Ministro Valditara, svolta epocale che nel contesto europeo e non solo vede un ritorno in classe di matite, penne, quaderni, libri e l’utilizzo delle proprie competenze. E il contesto educativo non è il solo che vedrà delle spaccature nei diversi contesti sociali, prodotte dalle radici dell’IA che si insinuano in profondità. L’IA è il tema centrale per il futuro, non è né positiva né negativa, ma come dimenticare la riflessione di Bill Gates, co-fondatore di Microsoft, che in un lungo articolo sui temi riguardanti l’intelligenza anticipa i rischi connessi nei prossimi decenni: dalle armi bioterroristiche alla creazione di nuovi agenti patogeni da diffondere a livello pandemico alle ricadute sul mercato del lavoro. Bill Gates induce a riflettere sulle perplessità e i timori che accompagnano l’uso di una intelligenza sovraumana che – da parte di malintenzionati o nella naturale evoluzione – verrà sviluppata, controllata e implementata. L’IA è destinata a trasformare la società ma non senza pericoli e lo stesso programmatore statunitense sostiene “Il 2026 servirà per abituarsi allo scenario in cui l’IA sostituirà gli esseri umani nella maggior parte delle attività e man mano che l’intelligenza artificiale sviluppa il suo potenziale, potremmo ridurre la settimana lavorativa o persino decidere se ci sono ambiti in cui non vogliamo utilizzarla”.
Previsioni apocalittiche o meno, le sfide del futuro anticipano il Metaverso immersivo, soluzioni per salvaguardare il Pianeta e la popolazione in crescita fino al turismo spaziale, presto realizzato, – forse il teletrasporto! – bisogna auspicare che la profonda fiducia nell’IA apporti perlomeno trasformazioni positive per il futuro della salute, sfruttando il potenziale della genomica, per prevenire le malattie ottimizzando le cure…della trasformazione della Pubblica Amministrazione ai posteri l’ardua sentenza. Quanto all’educazione e l’apprendimento, creare esperienze sempre più immersive e coinvolgenti porterà a realizzare dei piccoli e grandi automi che si troveranno ad interagire sempre di più con lo schermo: uno spazio di opportunità e connessione umana globale in cui le problematiche comportamentali, familiari e le relazioni sociali saranno sanate dallo “psytech”: attraverso lo schermo, la nuova figura dello psicologo, diagnosticherà l’iperstimolazione da device, la dipendenza da notifiche, l’ansia da disconnessione, la difficoltà a ricordare senza supporti tecnologici e non ultimo, l’attaccamento emotivo a entità artificiali.
Sostiene Gates : “Se ci fossimo preparati adeguatamente alla pandemia di Covid, la quantità di sofferenza umana sarebbe stata drasticamente inferiore”, monito o analogia dovremmo utilizzare l’intelligenza artificiale limitandola al suo primo stadio – il riconoscimento vocale o nelle auto come supporto alla guida – l’intelligenza forte, paragonabile a quella umana, sta già apportando “fumose meraviglie”, siamo ancora in tempo per evitare che la superintelligenza delle macchine, capaci di superare gli umani, prenda il sopravvento. Le parole di Stephen Hawking, fra i più autorevoli e conosciuti fisici teorici al mondo, anticipate nel 2018 potevano già essere scolpite alla stregua di Mosè: “Un’AI super intelligente, sarà estremamente brava a raggiungere i suoi obiettivi, e se questi non saranno allineati ai nostri, saremo nei guai, dobbiamo incrementare le nostre difese, potrebbe segnare la fine della razza umana”. Se ciò si realizzerà, forse l’uomo non sarà più in grado di pensare fra sé e sé:” Se ci fossimo preparati adeguatamente alla pandemia da IA, la quantità di problematiche sarebbe stata drasticamente inferiore”.
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