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La manosfera: l’ecosistema digitale che trasforma il disagio maschile in misoginia

I “manfluencer” danno risposte tossiche all’insegna della guerra tra i sessi a un malessere reale

24 Giugno 2026

Il termine “manosfera” indica un ecosistema di comunità online incentrate sulla prospettiva maschile e caratterizzate da una forte componente antifemminista e misogina. Nata nei recessi di forum come Reddit e 4chan, questa galassia è oramai approdata sulle piattaforme mainstream, dove raggiunge un pubblico vastissimo e, soprattutto, molto giovane. Di recente, il fenomeno ha guadagnato ulteriore attenzione mediatica grazie a documentari come Louis Theroux: Inside the Manosphere e Men of the Manosphere.

I profeti della manosfera online

L’elemento unificante di queste comunità è la metafora, mutuata dal film Matrix, dello scegliere la “pillola rossa”, vedendo la realtà per quello che è. Applica ai rapporti di genere, questa interpretazione sostiene che la società sia strutturalmente ostile agli uomini e che il femminismo ne rappresenti la causa principale. Da qui deriva un intero impianto ideologico fondato sul determinismo biologico: le donne vengono descritte come naturalmente ipergame, cioè inclini a cercare partner di status superiore, mentre l’unico modello maschile vincente sarebbe quello del dominatore, il cosiddetto maschio alfa.

Esistono poi diverse sottoculture che, pur con differenze significative, condividono una visione gerarchica e ostile delle relazioni tra uomini e donne; dagli “incel” – celibi involontari che arrivano fino all’apologia della violenza di genere – ai “pick up artists” (PUA), specializzati in tecniche di seduzione manipolativa. Oggi un numero crescente di creator abbraccia questo orientamento, combinandolo con consigli su fitness, finanza personale e automiglioramento per costruire un ideale di mascolinità aspirazionale.

Il caso più noto è quello di Andrew Tate, influencer ed ex kickboxer accusato anche di traffico di esseri umani. Più di recente è emersa la figura di Clavicular (pseudonimo del ventenne Braden Peters), diventato virale sui social per i suoi contenuti dedicati al “looksmaxxing”, ovvero la ricerca ossessiva della massima attrattività fisica anche attraverso pratiche pericolose come l’assunzione di steroidi anabolizzanti, l’uso di metanfetamine o perfino martellate sul viso per simulare la crescita ossea.

La promessa tradita

Secondo il ricercatore estone Karel Lott, la narrazione della manosfera si costruisce su tre livelli concettuali. Il primo punto è il declino della società: il mondo contemporaneo viene descritto come caotico, moralmente corrotto e dominato da ideologie che avrebbero “femminizzato” e indebolito l’uomo. Si aggiunge poi una forte componente vittimistica, secondo cui gli uomini sarebbero i veri perseguitati, oppressi da istituzioni, media e cultura mainstream. Infine, la soluzione proposta passa attraverso una logica di potere e dominio. Chi raggiunge il livello richiesto di disciplina – attraverso la palestra, l’astinenza dalla pornografia o l’indipendenza finanziaria – acquisirebbe il diritto, e persino il dovere, di esercitare autorità sulle donne.

Più che spazi di conquista femminile, queste comunità funzionano come arene in cui gli uomini cercano l’approvazione di altri uomini. Le donne occupano una posizione al contempo idealizzata e subordinata, vengono rappresentate alternativamente come un bene da proteggere o un nemico da dominare, ma mai come soggetti autonomi. La tendenza è un linea con il cosiddetto “complesso Madonna-pu**ana”, una dicotomia ricorrente anche nella disinformazione di genere.

Sarebbe però un errore liquidare tutto questo come una semplice devianza, perché la manosfera attecchisce su un malessere reale. Secondo l’attivista e podcaster Matt Bernstein, i “manfluencer” intercettano il senso di frustrazione di una generazione che si sente tradita da un patto sociale ormai infranto: la promessa che studio, lavoro e impegno garantiscano mobilità sociale, stabilità economica e realizzazione personale. In questo scenario, finiscono per incarnare un modello di affermazione immediata e visibile, proprio mentre i percorsi tradizionali di successo appaiono sempre più bloccati.

A questo si aggiunge una profonda trasformazione delle relazioni tra i sessi. Se in passato la dipendenza economica delle donne contribuiva a strutturare i rapporti affettivi, oggi una maggiore autonomia consente loro di compiere scelte più libere e selettive riguardo alle relazioni. Il problema sta quindi nell’interpretare una crisi reale, legata all’aumento della precarietà e delle disuguaglianze, come un conflitto di genere, trasformando le donne nei capri espiatori di dinamiche sociali ed economiche molto più profonde.

Il business del risentimento

Uno degli aspetti più preoccupanti del fenomeno riguarda il ruolo degli algoritmi delle piattaforme, che possono favorire una rapida esposizione a contenuti misogini indipendentemente dalle intenzioni iniziali dell’utente. Ad esempio, il sistema di raccomandazione di TikTok agisce come una forma di “pedagogia pubblica”, orientando progressivamente i giovani verso visioni tradizionali dei ruoli di genere e contenuti sempre più estremi. Uno studio dell’UCL e dell’Università del Kent ha documentato che bastano cinque giorni sull’app cinese perché i contenuti misogini nella sezione “For You” quadruplichino. Una ricerca di Vodafone ha inoltre rilevato che i suggerimenti possono partire anche da ricerche apparentemente innocue su fitness o gaming.

La diffusione di queste narrazioni avviene attraverso formati dal forte carattere aspirazionale e mediante un linguaggio ironico che ne maschera la natura ideologica sotto forma di intrattenimento. Meme, battute e riferimenti estetici come musiche ricorrenti e simboli condivisi trasformano messaggi misogini e sessisti in prodotti facilmente consumabili e riconoscibili soprattutto dal pubblico di riferimento. Questa formula ne attenua la percezione di gravità, contribuendo a normalizzarli e renderli socialmente accettabili. Il risultato è un processo di “micro-dosaggio”, un’esposizione graduale ma costante a materiali estremisti che favorisce l’interiorizzazione della cultura dello stupro e influenza le interazioni quotidiane.

A tutto questo si aggiunge la componente economica da cui traggono beneficio sia i creator sia le piattaforme. Corsi di coaching, programmi di allenamento e accademie online trasformano il disagio maschile in un mercato redditizio. Si tratta di un modello di autoalimenta: perché più un influencer convince i propri follower dell’esistenza di una crisi, più può monetizzare le soluzioni che propone. Clavicular, ad esempio, ha dichiarato di guadagnare oltre 100.000 dollari al mese attraverso le sue dirette sulla piattaforma di streaming Kick.

Educare alla mascolinità non tossica

Ridurre la manosfera a una nicchia di estremisti online significherebbe sottovalutarne la portata, la cui crescita è il risultato dell’interazione tra vulnerabilità sociali, incentivi economici e sistemi algoritmici. Per questo, la risposta non può limitarsi alla rimozione dei singoli contenuti o alla sospensione degli influencer più controversi. Le piattaforme fanno parte dell’equazione, in quanto tendono a premiare contenuti che catturano l’attenzione, generano interazioni e aumentano il tempo di permanenza degli utenti.

Allo stesso tempo, è necessario agire sulle cause che rendono queste narrazioni così persuasive. Oltre ai programmi di alfabetizzazione ai media, che possono aiutare i più giovani a riconoscere le strategie di manipolazione e monetizzazione, è fondamentale investire nell’educazione sessuale e relazionale. In assenza di questi spazi per comprendere l’affettività e il consenso, molti adolescenti finiscono per affidarsi agli influencer della mascolinità tossica per trovare risposte alle proprie domande. Come mostra la serie Adolescence, restare tra le mura di casa non significa necessariamente essere al riparo dai rischi e dietro lo schermo può nascondersi un’esposizione continua a modelli che alimentano senso di inadeguatezza, isolamento e sfiducia.

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