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Minori e social: l’Europa riscrive le regole

Class action inibitoria a Milano, affondi di Bruxelles contro TikTok e Meta, Digital Fairness Act in arrivo: il 2026 si sta trasformando nell’anno in cui l’Europa prova a riscrivere il rapporto tra minori e piattaforme social.

30 Maggio 2026

La svolta di Bruxelles

A maggio 2026, intervenendo al summit europeo su intelligenza artificiale e infanzia di Copenaghen, Ursula von der Leyen ha dichiarato che la Commissione europea potrebbe proporre già entro l’estate un divieto di accesso ai social per i minori a livello comunitario. In parallelo, Bruxelles ha già pronto un sistema europeo di verifica dell’età open source, costruito sull’architettura del certificato COVID digitale, per verificare se un utente ha superato una determinata soglia anagrafica senza trasmettere ulteriori dati personali. La Danimarca sarà il primo Paese a sperimentarlo, in vista della legge nazionale che vieterà i social agli under 15.

La direzione era già emersa nell’ottobre 2025, quando il Parlamento europeo aveva approvato un rapporto che chiedeva di fissare un’età minima di 13 anni per l’accesso alle piattaforme nell’UE, l’introduzione di responsabilità personali per i vertici delle piattaforme nei casi di violazioni particolarmente gravi e la disattivazione degli algoritmi di raccomandazione basati sull’engagement per i più piccoli.

A completare il quadro c’è il Digital Fairness Act, atteso per il quarto trimestre del 2026. La nuova normativa dovrebbe colpire i dark pattern – interfacce e meccanismi di design pensati per trattenere gli utenti sulle piattaforme e orientarli verso scelte che altrimenti potrebbero non compiere.

TikTok e Meta nel mirino del DSA

L’azione regolatoria non si limita alle nuove norme. A febbraio 2026, la Commissione ha notificato a TikTok una contestazione preliminare per “design che induce dipendenza” in violazione del Digital Services Act (DSA), il regolamento che impone alle grandi piattaforme online di valutare e ridurre i rischi sistemici generati dai propri servizi.

Scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione iperpersonalizzati favorirebbero un uso compulsivo del servizio, mentre gli strumenti di mitigazione offerti dalla piattaforma – come limiti di tempo o controlli parentali – sarebbero inefficaci poiché troppo facili da aggirare.

Due mesi dopo è arrivato un secondo colpo, questa volta contro Meta. Instagram e Facebook non impedirebbero adeguatamente l’accesso agli under 13 e rischiano una sanzione fino al 6% del fatturato globale annuo, il massimo previsto dal DSA. Per Meta significherebbe una multa potenziale di 12 miliardi di euro.

L’affondo italiano tra accelerate e freni

Poche settimane fa si è aperta a Milano la prima udienza di una class action inibitoria contro Meta e TikTok, la prima iniziativa di questo tipo in Europa. Secondo i promotori, circa 3,5 milioni di bambini italiani fra i 7 e i 14 anni sono attivi sulle piattaforme con dati falsi, in violazione sia della soglia italiana di 14 anni sia del DSA. Tra le richieste avanzate figurano l’introduzione di una verifica effettiva dell’età sul modello del Decreto Caivano, che impone ai siti pornografici controlli certificati tramite documento, lo stop ai meccanismi che creano dipendenza e l’obbligo di avvertenze chiare sui pericoli associati all’uso delle piattaforme, analogamente a quanto avviene per tabacco e alcol.

Sul fronte legislativo, l’Italia rischia il pasticcio. Infatti, il ddl n. 1136, presentato nel maggio 2024 con prime firme Mennuni (FdI) e Madia (PD) e cofirmato anche da Lega e Forza Italia, propone il divieto di accesso ai social sotto i 15 anni, un sistema nazionale di verifica dell’età attraverso un mini-portafoglio elettronico e un collegamento diretto al numero 114 per l’emergenza infanzia. Pur avendo numeri per passare, il testo è fermo da mesi al Senato. Nel frattempo, sono emerse altre proposte. A gennaio 2026, la Lega ha depositato un ddl che vieterebbe anche WhatsApp, Telegram e Messenger agli under 14. Ad aprile, Noi Moderati ha presentato una proposta che fissa il divieto sotto i 13 anni e introduce un “profilo protetto” fino ai 16.

A complicare ulteriormente il quadro c’è l’ipotesi di un disegno di legge governativo autonomo, articolato in dieci articoli, che andrebbe ad azzerare il percorso legislativo già avviato. Il rischio è che, tra proposte concorrenti e iniziative parallele, la legislatura si chiuda senza una riforma organica.

Le ombre della stretta europea

Mentre l’Europa cerca una linea comune, diversi Stati membri stanno valutando misure ispirate al modello australiano, che vieta l’accesso ai social prima dei 16 anni e attribuisce alle piattaforme la responsabilità di far rispettare il divieto. Questa proliferazione di iniziative nazionali potrebbe produrre una significativa frammentazione del mercato unico digitale, ed è proprio per evitare questo scenario che Bruxelles punta a definire una cornice condivisa.

Nel fermento legislativo resta però un punto cieco: gli adolescenti compaiono quasi esclusivamente come oggetto di tutela e raramente come soggetti da coinvolgere nel processo decisionale. Eppure, nonostante gli effetti negativi documentati su salute mentale, sonno e rendimento scolastico, i social rappresentano anche spazi di socializzazione, esplorazione identitaria e costruzione di comunità. Un divieto generalizzato rischia di apparire paternalistico e di spingere i giovani verso piattaforme meno controllate. A questo si aggiunge il tema della verifica dell’età. Sebbene l’app europea sia progettata per rispettare il GDPR e minimizzare la raccolta dei dati personali, i critici avvertono che potrebbe introdurre una forma di identificazione obbligatoria online e creare nuovi rischi per sicurezza e privacy.

In definitiva, il vero banco di prova sarà l’enforcement. I prossimi dodici-diciotto mesi diranno se questa stretta cambierà davvero l’esperienza digitale dei ragazzi o se resterà l’ennesima promessa regolatoria destinata a non trovare applicazione.

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