Consumi
Il paradosso della disintossicazione digitale
App dedicate a limitare, o a bloccare per un certo tempo, le app che ti drogano.
Il consumo d’alcol si conferma in continua discesa. Questo dice il mercato. E dev’essere il bere casalingo a rinsavire perché poi, a mettere il naso fuori, è tutto un drink. I fumatori sono già da tempo recintati anche all’aperto, oltre che guardati male, e se un tabagista convinto non si scoraggia per così poco, l’aumento forsennato del prezzo del suo vizio potrebbe costringerlo al buon proposito. Bacco e tabacco, ma non Venere, passione troppo impegnativa, per questi tempi di godurie passive: a incenerire l’uomo, come sostituto, è piuttosto il porno online, che con la Dea dell’amore ha ben poco da spartire. Rientra però nella dipendenza digitale, intossicazione che le surclassa tutte.
L’umanità viaggia con la testa nella mattonella e le protesi auricolari. Scrollare per occupare il pensiero. Per disinnescarlo, anche.
La conseguente industria di ‘disintossicazione digitale’ vale circa 2,3 miliardi di euro, e oltre a corsi motivazionali che fanno tanto anni ’90 e viaggi vacanza dove non c’è campo, comprende app dedicate a limitare, o a bloccare per un certo tempo, altre app: quelle che ti drogano. Questo il divertente, anche se prevedibile, paradosso della guarigione. Tipo vaccino. Argomento che va a mille sui social media, dove gli influenzatori fanno il sermone in memoria dell’analogico. Scrivete a mano! Almeno la lista della spesa, e in stampatello, per poi riuscire a leggerla. Usate la sveglia! Quella da comodino, che trilla nervosa e va ammutolita con una manata secca. Scattate con una vecchia Polaroid! Che vi fa la linguaccia, e buona la prima.
Ma queste soluzioni commerciali individuali non reggono alla distanza, e dopo un obbligato digiuno, arriva la fame. Quynh Hoang, ricercatrice dell’università di Leicester, in Inghilterra, sostiene che l’industria della disintossicazione digitale, alla pari anche di quella contro l’obesità o il gioco d’azzardo, si espande perché “le soluzioni individuali sono facili da vendere, mentre quelle sistemiche sono molto più difficili da implementare.” Permettiamoci un esempio basico, ma che abbraccia tutta la questione: se viene tappezzato ogni bar con tendoni fluorescenti di grattaevinci, oppure, nonostante il Decreto Dignità del 2018, operatori del betting lampeggiano spottoni più o meno mascherati su tutti gli schermi, all’invito di giocare responsabilmente puoi solo rispondere con un Vadaviaiciap!, per dirla leggeri.
Il Sistema vuole vendere. E ti vende anche qualcosa per non farti comprare troppo. La traduzione è questa. E conferma come tutto si alimenti di amari paradossi.
Il mese scorso un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento da 6 milioni di dollari a una donna che li accusava di aver aggravato le sue ansie e la sua depressione, spingendola subdolamente all’uso compulsivo dei social media fin da piccola. Difficile crederci, ma così pare che sia. E combacia la regola di ogni gioco d’azzardo: porterà facile alla disperazione, ma con la minuscola probabilità di farci ricchi.
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