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Criminalità

Criminalità organizzata transnazionale: le alleanze che stanno ridisegnando il potere delle mafie

Le mafie italiane hanno ormai assunto una dimensione globale, stringendo alleanze con cartelli della droga e organizzazioni criminali di ogni continente. Un’analisi, basata su fonti investigative e giudiziarie, dei nuovi equilibri del crimine transnazionale

25 Luglio 2026

Le mafie italiane hanno ormai intrecciato alleanze stabili con organizzazioni criminali straniere, soprattutto nei traffici illeciti globali. In Liguria la DIA ha segnalato che la “mafia albanese” opera in subappalto per la ‘ndrangheta nel traffico di droga. Un’inchiesta congiunta Polizia-FBI (“Operazione New Bridge”, 2014) ha smantellato un traffico internazionale di cocaina e armi tra cosche calabresi (Ursino, Simonetta) e la famiglia Gambino di New York. Analogamente, l’Operazione URA (2025) coordinata da Eurojust ha arrestato 52 indagati in Albania e Italia, confermando un asse criminale Durazzo–Bari per spaccio di eroina (proveniente dalla Turchia) e cocaina (dall’America Latina). Fonti istituzionali (report DIA, DNAA, Europol, FATF, UNODC) e giornalistiche specializzate (Primocanale, RaiNews, IrpiMedia, Repubblica) documentano queste reti. Tuttavia molte dinamiche restano oscure, richiedendo l’accesso a provvedimenti giudiziari specifici e a dati riservati. Nel complesso, evidenze ufficiali confermano che «gran parte della criminalità è attribuibile alle organizzazioni mafiose» italiane e transnazionali.

Contesto storico

Negli ultimi decenni le mafie italiane si sono progressivamente internazionalizzate. Già negli anni ’80-’90 la ‘ndrangheta si consolidò nel narcotraffico mondiale (ospitando broker come Roberto Pannunzi in Sudamerica). Le relazioni tradizionali Cosa Nostra–USA (e.g. “Old Bridge” 2008) vennero rimpiazzate da nuove alleanze: l’“Operazione New Bridge” del 2014 mostrò come cosche calabresi (Ursino e Simonetta) e mafia italo-americana (Gambino) avessero eretto un “ponte” per il traffico di cocaina e armi. Rapporti della DIA e della DNAA confermano che tutte le mafie autoctone sono da tempo proiettate all’estero, tessendo relazioni mutevoli con clan stranieri. Per esempio, secondo fonti ufficiali la mafia albanese ha preso «in subappalto» parti del narcotraffico gestito dalla ‘ndrangheta (Liguria, 2022), mentre studi globali sottolineano il ruolo europeo della ‘ndrangheta come «principale alleata dei narcotrafficanti dell’America Latina».

Dal punto di vista normativo, l’Italia e la comunità internazionale hanno risposto con trattati e legislazioni (Convenzione di Palermo 2000, norme UE su riciclaggio, ecc.), ma l’efficacia è spessa limitata dai caratteri segreti degli affari mafiosi e dalla scarsa trasparenza. In sintesi, il radicamento delle mafie all’estero non è un fenomeno nuovo, ma oggi le dinamiche globali, droga, armi e migrazioni, ne hanno amplificato portata ed impatto.

Meccanismi operativi

Le alleanze criminali si articolano soprattutto attorno a traffici illeciti comuni. Nel traffico di droga, ad esempio, i cartelli sudamericani sono storicamente fornitori chiave di cocaina per l’Europa. Grazie al porto di Gioia Tauro, la ‘ndrangheta controlla un’importante “porta d’ingresso” per la cocaina. Attraverso broker internazionali (distribuiti tra Colombia, Messico, Brasile, USA) i clan calabresi importano tonnellate di stupefacenti. Analogamente, intercettazioni e operazioni confermano corridoi europei di cocaina (America Latina→Nord Europa→Italia), con divisione del lavoro: mafiosi albanesi gestiscono distribuzione e corrieri in Balcani e Nord Europa, mentre cosche pugliesi/calabresi curano taglio e smistamento nella penisola. Recenti indagini hanno ricostruito, ad esempio, un flusso da 500 kg di cocaina via Ecuador (anticipo 500.000$ dall’Albania) fino a Bari.

Nel traffico di armi, le mafie straniere (balcaniche, turche) fungono spesso da fornitori. L’operazione New Bridge ha scoperto che la rete calabrese importava non solo droga dal Sudamerica ma anche armi, sfruttando i legami con narcotrafficanti oltreoceano. Indagini italiane citano inoltre armi leggere provenienti dall’Est europeo tramite crocevia balcanici (e talvolta, pur non citati qui, traffici via Turchia o Levante).

Il traffico di esseri umani è un altro ambito di convergenza: la criminalità nigeriana, emersa nel mercato europeo, organizza reti di prostituzione e caporalato coinvolgendo emigrati africani. Secondo analisi criminologiche, i gruppi nigeriani hanno «stabilito sodalizi con tutte le mafie locali» (’ndrangheta, camorra, Cosa Nostra e pugliesi). In pratica, clan nigeriani si avvalgono di rifugiati albanesi o cittadini comunitari per spostare vittime (le “maman” in subordine) e spesso corrompono corrieri mafiosi locali. L’intervista RaiNews (2022) sottolinea che alleanze Nigeria-Camorra e Nigeria-Triadi cinesi sono all’attenzione degli investigatori.

Infine, il riciclaggio è il vettore comune per ‘incanalare’ i profitti. Le mafie straniere usano i capitali illeciti insieme a quelle italiane per investire nell’economia legale: da grandi appalti pubblici (Pnrr) a società immobiliari e ristoranti. Il direttore DIA Vallone segnala che i clan puntano a «appalti e economia» per riciclare gli ingenti guadagni da droga. Anche il FATF evidenzia che in Italia «l’infiltrazione criminale nelle imprese è uno schema diffuso» e nota criticità nella trasparenza della proprietà effettiva. In sintesi, i profitti illeciti attraversano filiere globali (denaro contante, criptovalute, sistemi finanziari) per essere “puliti” tramite cooperative e mercati legali, estendendo l’impatto economico criminale a livello mondiale.

Casi giudiziari emblematici

Tra le inchieste chiave va citata l’Operazione “New Bridge” (2014): polizia italiana e FBI hanno eseguito 24 fermi (7 a New York) contro boss calabresi e italo-americani, rivelando il traffico di milioni di cocaina e armi tra la ‘ndrangheta (cosche Ursino e Simonetta) e i Gambino di NYC. Un articolo di Repubblica riassume come i clan calabresi avessero «attratto l’attenzione della mafia Usa al punto da erodere l’egemonia siciliana», sfruttando il porto di Gioia Tauro. A sua volta, il procuratore Gratteri ha descritto New Bridge come l’evoluzione dell’operazione Old Bridge (2008), che invece aveva rotto i legami tra Cosa Nostra palermitana e i Gambino.

Più recentemente, l’Operazione “URA” (2025) ha coinvolto magistrati di Bari e Tirana con Eurojust, sgominando una rete Albania-Italia dedita a narcotraffico e riciclaggio. Le misure cautelari hanno colpito 52 indagati (albanesi e italiani) e sequestrato immobili e conti per milioni di euro in entrambi i paesi. I giudici hanno riconosciuto “un salto di qualità” nel narcotraffico albanese, capace di gestire «holding criminali» internazionali. L’istruttoria ha inoltre sfruttato intercettazioni digitali (chat SKYECC) e testimonianze di collaboratori, documentando consegne continue di droga (eroina pura e cocaina) dalla Turchia, dal Sud America e dal Nord Europa verso la Puglia. Questi casi giudiziari, supportati da provvedimenti precisi (ordinanze di custodia e sequestri), dimostrano la cooperazione investigativa tra Italia e partner esteri; ogni informazione è confermata da fonti ufficiali degli apparati giudiziari e di polizia.

Ruoli delle organizzazioni straniere

Albanesi: clan albanesi (spesso legati a famiglie di Durazzo/Tirana) svolgono un ruolo logistico e distributivo. Oltre ad operare sul territorio italiano (spaccio, usura), collaborano in joint-venture con mafie italiane. In Liguria si è visto come organizzazioni albanesi gestiscano i collegamenti da/per la ‘ndrangheta. Nell’Operazione URA, i gruppi albanesi in Durazzo sono stati riconosciuti come fornitori di droga all’ingrosso, lavorando fianco a fianco con clan pugliesi per la lavorazione locale dello stupefacente. Gli arrestati in Albania includevano anche esponenti delle forze dell’ordine, a testimonianza dei legami trasversali individuati dall’indagine.

Nigeriane: le confraternite nigeriane (Black Axe, Vikings, ecc.) ormai controllano traffici di persone, droga e accattonaggio in Europa. L’inchiesta giornalistica di RaiNews afferma che i criminali nigeriani hanno ormai «stabilito sodalizi con tutte le mafie locali (’ndrangheta, camorra, Cosa nostra, mafie pugliesi)». Questi sodalizi si concretizzano in alleanze colinquadrali: ad es. a Napoli le autorità hanno arrestato prostitute nigeriane vendute a clan locali, mentre a Torino cattolici coinvolti da seconde generazioni africane in rete con la mafia nigeriana. Le reti nigeriane sono anche segnate da riti vodoo per la fedeltà dei membri, e molti pentiti confermano che seguono schemi simili a quelli mafiosi italiani.

Cinesi: le cosiddette “Triadi cinesi” (ad es. Hong Kong 14K, Wo Shing Wo) operano in Europa tramite immigrati attivi soprattutto nel settore tessile, della contraffazione e della ristorazione. In Italia, fenomeni come il traffico di abiti contraffatti o case da gioco clandestine evidenziano la loro presenza. Pur con meno evidenze pubbliche di altri casi, gli esperti segnalano la collaborazione fra gruppi cinesi e Camorra per smistare merci illegali. Alcune indagini internazionali (nonché annunci dell’Interpol) hanno allertato sul radicamento delle mafie cinesi nelle città-laboratorio europee, pronte a stringere patti con calabresi o campani per sfruttare reti di esportazione globali. [N.B.: i dati precisi su condanne specifiche in Italia non emergono da fonti facilmente accessibili.]

Turche: gruppi criminali turchi (legati a trafficanti del Medio Oriente) forniscono armi e talvolta stupefacenti. Nell’operazione URA, gli inquirenti hanno ricostruito che l’eroina riforniva Puglia arrivava dalla Turchia. La Turchia funge da hub logistico transcontinentale (con carichi spesso diretti in Balcani e Europa occidentale). I legami tra criminalità turca e cosche italiane sono meno documentati in pubblicazioni recenti, ma investigatori italiani riconoscono che la catena “produttore-rifornitore-calabrese” spesso vede intermediari turchi e nigeriani.

Sudamericane (Latino-americane): i cartelli messicani e sudamericani riforniscono cocaina agli alleati italiani. IRPImedia sottolinea che da decenni la ‘ndrangheta è «il più importante alleato europeo dei narcotrafficanti dell’America Latina». In pratica, broker nazionali (italiani nelle Americhe) organizzano carichi di tonnellate di cocaina per il mercato europeo con la complicità di gruppi calabresi che garantiscono la distribuzione sicura (es. attraverso Gioia Tauro). Un caso simbolico è quello di narcotrafficanti provenienti da Cile/Colombia che inviano grandi spedizioni via mare verso l’Italia, come documentato da indagini internazionali. Anche i cartelli messicani (ad es. Sinaloa, Jalisco) hanno tentacoli in Europa: grazie ai contatti italo-americani (“New Bridge”) è emerso che armi sudamericane arrivavano in Italia insieme alla coca.

Impatto economico e sociale

Le alleanze transnazionali hanno un forte impatto economico sia in termini di volume criminale sia di ingerenza nelle attività legali. Ad esempio, la DIA riporta sequestri/ confische di beni mafiosi dell’ordine di decine di milioni di euro ogni semestre: solo nella seconda metà del 2022 sono stati sequestrati 31,0 milioni e confiscati 181,4 milioni (valori record anche a livello storico italiano). Gran parte di queste cifre deriva proprio dai traffici internazionali di cocaina e armi gestiti con giunti esteri. L’economia legale ne risente: indagini hanno svelato come i clan usino il settore edilizio, immobiliare o turistico per ripulire capitali internazionali. Il Financial Action Task Force (FATF) conferma che «l’infiltrazione criminale in società è tipologia di riciclaggio comune» in Italia, segnalando carenze nella trasparenza sulla titolarità effettiva. Nei territori locali, ciò si traduce in pressione corruttiva sulle amministrazioni: appalti pubblici (anche fondi UE/Pnrr) sono stati destinatari di tentativi di infiltrazione, come ha denunciato la DIA. Dal punto di vista sociale, le conseguenze sono gravissime: un aumento della violenza latente, della dipendenza da sostanze, e del disagio generato dalla schiavitù economica. Vittime immigrate (prostitute nigeriane, lavoratori albanesi in nero) subiscono abusi in contesti internazionali spesso irrintracciabili. I gruppi criminali stranieri portano anche modelli organizzativi violenti (riti tribali o faide locali), facendo crescere la minaccia complessiva. In sintesi, la convergenza italo-straniera nei traffici illeciti produce profitti ingenti in mano mafiosa e amplifica gli effetti negativi sulle economie e società sia italiane che delle regioni di provenienza (legali e collettive), come più fonti istituzionali concordano.

Risposte investigative e politiche

La risposta investigativa è multilivello. In Italia esistono reparti specializzati (Direzioni Distrettuali Antimafia, DDA di Milano, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Bari, e la Direzione Nazionale Antimafia (DNA)) dedicati a reati transnazionali. Le Forze dell’ordine italiane (Carabinieri ROS, Polizia SCO, Guardia di Finanza) cooperano regolarmente con omologhi esteri tramite accordi bilaterali e network internazionali. Ad esempio, l’indagine URA è stata condotta come Joint Investigation Team tra l’Italia (Procura di Bari) e l’Albania (SPAK di Tirana) con supporto di Eurojust. Analoghi team comuni vengono attivati per gruppi balcanici, nigeriani, cinesi, in cooperazione con l’Europa (EASO, Europol) o Interpol. L’esperienza FATF sottolinea che l’Italia partecipa a oltre 50 JIT internazionali, circa 37 delle quali su sua iniziativa, segno di ampia collaborazione giudiziaria.

A livello europeo esiste un framework strategico (EMPACT, EU Policy Cycle) che individua priorità operative (narcotraffico, tratta, finanza criminale) e coordina azioni di polizia fra Stati membri e agenzie (Europol, Eurojust). Il Consiglio UE ha rafforzato recentemente le leggi anti-riciclaggio (asset recovery e confisca) perché i profitti mafiosi non possano più rifluire nell’economia. Organizzazioni internazionali come UNODC o FATF forniscono linee guida e valutazioni: il FATF nel 2026 ha confermato l’efficacia generale delle misure italiane, ma raccomandato di potenziare la lotta alla criminalità organizzata internazionale tramite un coordinamento ancora più stringente e informazioni real-time. Anche Interpol ha in corso iniziative (es. “I-CAN” contro la ‘ndrangheta globale) e scambi di intelligence finanziaria tra unità anti-riciclaggio mondiali. In Italia, strumenti di intelligence include l’uso della legislazione antimafia estesa (416-bis); ma la diffusione della cultura dell’anticipazione investigativa è ancora in progress: maggiori sinergie fra Dia/Dna e Procure Estere sarebbero auspicabili, come suggerito da rapporti di policy. Complessivamente, le misure sono numerose (perquisizioni congiunte, fughe di notizie controllate e intermediazioni diplomatiche) ma devono mantenersi al passo con l’innovazione dei crimini transnazionali.

Lacune e raccomandazioni investigative

Nonostante i progressi, permangono lacune critiche. Il Mutual Evaluation FATF segnala che in Italia restano punti deboli nella trasparenza societaria: le sanzioni per la mancata dichiarazione dei beneficiari effettivi sono ancora «non dissuasive o proporzionali». Ciò consente alle mafie di occultare le proprietà reali dei patrimoni. Le informazioni giudiziarie italiane su queste alleanze sono spesso incomplete: molti procedimenti esteri (arioste e atti di indagine) non vengono automaticamente scambiati e serve una maggiore digitalizzazione delle rogatorie, come evidenzia il corso delle inchieste con paesi extra-UE. Il sistema della giustizia italiana inoltre non prevede piena pubblicità degli atti (alcune sentenze ai livelli di appello sono coperte da segreto); esperti consigliano di favorire la pubblicazione almeno delle motivazioni-chiave in modo che giornalisti e accademici possano ricostruire analisi più approfondite. Dal punto di vista politico, sarebbe utile potenziare gli sportelli di cooperazione criminale (ad es. incrementando i fondi a Eurojust e rafforzando la Direzione Processo Penale Europeo, EPPO, per i mandati d’arresto internazionale). Altre raccomandazioni includono: estendere le interdittive antimafia ai contratti con paesi terzi sospetti, introdurre corsi formativi congiunti (magistratura, polizia straniera), e creare banche dati paneuropee sulle infiltrazioni economiche (incluso il registro unico BO). In assenza di fonti secondarie pubblicate, molti dettagli sulle reti transnazionali restano non verificabili pubblicamente (per esempio accordi imprecisi su una “spezzata” futura di flussi). In ogni caso, gli analisti concordano che il tracciamento finanziario deve migliorare: ad esempio l’ultima normativa UE (aprile 2024) va nella direzione giusta fissando regole minime per il sequestro dei profitti illeciti. Le istituzioni internazionali (UNODC, FATF) continuano a spingere per leggi più stringenti su appalti e immigrazione, dove spesso si annidano riciclaggio e tratta.

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