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Criminalità

Casuzze(RG) – Dal motoscafo dei 700 mila euro a Vittoria: quando la cocaina diventa auto, case, terreni e aziende

di Giuseppe Bascietto

Da Casuzze a Vittoria, l’inchiesta segue il valore della cocaina dopo lo spaccio: debiti che diventano auto, case, terreni e aziende, fino a un autosalone con quasi cento vetture che apre una nuova pista sui patrimoni e sulle reti criminali ragusane.

14 Agosto 2026

Quando resta soltanto il debito

Dentro i borsoni recuperati davanti a Casuzze c’erano circa settecentomila euro in contanti e, se l’ipotesi investigativa secondo la quale quel denaro era destinato al pagamento di una partita di cocaina troverà conferma, il motoscafo rimasto senza carburante avrebbe mostrato per pochi minuti uno dei momenti normalmente più invisibili del traffico, quello nel quale il denaro destinato all’acquisto e la cocaina stanno per incontrarsi nel passaggio tra due segmenti della filiera; ma all’estremo opposto della stessa catena può accadere qualcosa di completamente diverso, perché quando la sostanza ha ormai raggiunto l’assuntore, è stata consumata e il denaro necessario a pagarla non c’è più, ciò che continua a esistere è un debito che può cominciare ad aggredire ciò che quella persona possiede.

È questo il punto nel quale l’economia della cocaina esce definitivamente dalla dimensione dello stupefacente e comincia a incidere sul patrimonio di chi consuma, perché secondo una fonte riservata dell’inchiesta il debito maturato dall’assuntore nei confronti dello spacciatore non verrebbe necessariamente recuperato attraverso la violenza fisica, dal momento che chi si presenta per riscuotere sarebbe già riconosciuto come espressione di un sistema la cui autorità non viene messa in discussione e la somma dovuta potrebbe quindi essere recuperata attraverso i beni posseduti dall’assuntore, facendo crescere il valore di ciò che viene acquisito insieme alla consistenza del credito.

Il meccanismo descritto dalla fonte seguirebbe una progressione tanto semplice quanto devastante, perché per una somma più contenuta potrebbe essere sufficiente un’automobile, quando la cifra aumenta potrebbe entrare in gioco un pezzo di terreno e, nei casi economicamente più rilevanti, la riscossione potrebbe arrivare fino a un’azienda o perfino a un’abitazione, trasformando così il consumo individuale di cocaina in qualcosa che non riguarda più soltanto il denaro speso per acquistare la droga, ma può arrivare a erodere il patrimonio costruito nel corso di una vita.

Il piazzale dove il debito diventa un’automobile

Bisogna arrivare nella periferia sud-occidentale di Vittoria e fermarsi davanti a quell’autosalone per cogliere immediatamente ciò che lo distingue dagli altri. In una fase nella quale molti rivenditori dell’usato mostrano file sempre più rade, spazi vuoti tra una vettura e l’altra e aree espositive che sembrano essersi progressivamente svuotate, qui l’immagine è esattamente opposta: dietro la recinzione le automobili sono quasi un centinaio, una accanto all’altra, disposte su più file fino a riempire quasi interamente lo spazio, con i parabrezza che riflettono il sole, le carrozzerie strette l’una contro l’altra e pochi corridoi lasciati liberi tra una fila e la successiva.

È proprio questa abbondanza, dentro un mercato dell’usato che attraversa una fase di difficoltà, a rendere quel luogo diverso dagli altri e a costringere lo sguardo a fermarsi, perché dove altrove le automobili sembrano diminuire qui continuano invece ad accumularsi e, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, una parte di quei mezzi apparterrebbe o sarebbe appartenuta a soggetti con precedenti penali, circostanza che naturalmente non consente da sola di attribuire un’origine illecita ai veicoli, ma rende ancora più importante comprendere chi li abbia posseduti, attraverso quali operazioni siano arrivati nell’autosalone e per quale ragione una tale concentrazione di mezzi si sia formata proprio lì.

Dietro ogni targa, una storia da ricostruire

È dentro questo spazio, tra decine e decine di automobili ferme sotto il sole, che secondo una fonte riservata dell’inchiesta alcuni dei mezzi acquisiti per saldare debiti derivanti dal consumo di cocaina verrebbero successivamente messi in conto vendita, presso un autosalone riconducibile a un pregiudicato che, secondo le stesse fonti, sarebbe legato, sul versante albanese, ad ambienti nei quali ricorrono i nomi di Luzim Ndreu e Auglent “Denny” Lalollari e, sul versante locale, al Puorcu e ai Matriali.

È a questo punto che il piazzale cambia significato, perché quelle vetture smettono di essere soltanto una massa di lamiere parcheggiate dietro una recinzione e diventano, almeno per l’inchiesta, altrettante storie da ricostruire: dietro ogni targa può esserci un precedente proprietario, dietro ogni cambio di disponibilità una vendita, un conto vendita o una cessione e, in alcuni casi ancora tutti da dimostrare, il momento nel quale un debito ha smesso di essere soltanto una cifra ed è diventato un’automobile.

La traccia che può restare nei documenti

Da qui l’inchiesta può smettere di muoversi soltanto attraverso ricostruzioni confidenziali e cominciare a formulare domande verificabili: da dove arrivano quelle automobili, chi erano i precedenti proprietari, attraverso quali operazioni sono finite lì e quale rapporto esiste tra il momento in cui il mezzo cambia disponibilità e il debito maturato da chi consumava cocaina?

Verificare la provenienza dei veicoli presenti nell’autosalone, individuarne i precedenti proprietari, seguirne i trasferimenti e incrociare quei nomi con soggetti già emersi in procedimenti giudiziari o nelle reti criminali che stiamo seguendo potrebbe consentire di capire se, dietro una normale compravendita, possano nascondersi in alcuni casi automobili utilizzate per estinguere debiti derivanti dall’acquisto e dal consumo di cocaina, senza naturalmente trasformare ogni mezzo presente, la presenza di un proprietario con precedenti penali o un semplice trasferimento in un indizio di illegalità, ma utilizzando quella concentrazione di veicoli come punto di partenza per verificare se il meccanismo indicato dalle fonti lasci una traccia documentale.

È proprio questa possibilità a rendere particolarmente interessante quell’autosalone, non perché debba necessariamente costituire il centro di una struttura criminale o perché chiunque vi operi debba conoscere l’origine di ogni automobile, ma perché il conto vendita potrebbe rappresentare uno dei momenti nei quali un bene acquisito per saldare un debito viene ricondotto dentro un circuito economico apparentemente ordinario, trasformato nuovamente in denaro e reso difficilmente distinguibile da tutti gli altri mezzi che attraversano quotidianamente la stessa attività.

Dalle automobili alle case: il patrimonio che cambia mano

Ma le automobili potrebbero rappresentare soltanto il primo livello di un fenomeno molto più ampio, perché se  il valore dei beni acquisiti crescesse insieme alla somma da recuperare, allora il passaggio successivo non sarebbe più soltanto quello di verificare la provenienza dei veicoli, ma di osservare ciò che è accaduto negli ultimi mesi a terreni, abitazioni e aziende nella provincia di Ragusa, ricostruendo i trasferimenti più significativi, i precedenti titolari, i nuovi intestatari ed eventuali operazioni attraverso soggetti interposti, per capire se emergano concentrazioni, sequenze o anomalie meritevoli di ulteriori verifiche.

L’indagine dovrebbe quindi allargarsi oltre Vittoria, incrociando quei trasferimenti con soggetti già collegati in atti giudiziari ad ambienti criminali, eventuali prestanome o persone che ricorrono nelle reti che stiamo seguendo, senza trasformare automaticamente la nazionalità dell’acquirente, un precedente penale o una normale compravendita in una prova di collegamento con il traffico di droga, ma cercando piuttosto elementi capaci di dimostrare, attraverso documenti, testimonianze e riscontri indipendenti, se dietro almeno alcune di quelle operazioni vi fosse un debito contratto da un assuntore e se il bene fosse stato utilizzato, direttamente o attraverso intermediari, per estinguerlo.

È qui che il livello dell’inchiesta si alza ancora, perché se questo meccanismo trovasse conferma la cocaina non avrebbe soltanto consumato il denaro utilizzato per acquistarla, ma continuerebbe a produrre conseguenze molto tempo dopo essere stata consumata, trasformando la dipendenza in debito, il debito nella perdita progressiva del patrimonio e quella perdita in un possibile trasferimento silenzioso di ricchezza dall’economia familiare e ordinaria verso soggetti capaci di recuperare il valore economico della droga anche quando il denaro dell’assuntore è ormai finito.

A quel punto un’automobile non sarebbe più soltanto un’automobile, un terreno non sarebbe soltanto un terreno e una casa non sarebbe soltanto una casa, perché dietro un passaggio formalmente legale potrebbe nascondersi, in alcuni casi l’ultimo effetto economico di una sostanza che ha già attraversato il mare, è stata nascosta, distribuita, venduta e consumata, ma continua comunque a produrre valore per qualcuno proprio nel momento in cui comincia a distruggere il patrimonio di qualcun altro.

La cocaina scompare, la rete resta

L’autosalone della periferia sud-occidentale di Vittoria diventerebbe allora non il punto di arrivo dell’inchiesta, ma il primo luogo concreto dal quale provare a seguire questo movimento patrimoniale e capire se, dietro una successione apparentemente ordinaria di vendite, cessioni e cambi di proprietà, possa nascondersi una delle conseguenze meno visibili e più invasive dell’economia della cocaina.

E se per recuperare quei debiti, far circolare i beni acquisiti e riportarne il valore dentro il sistema non è necessario che una sola persona controlli ogni passaggio, allora la domanda successiva non riguarda più soltanto ciò che cambia proprietario, ma chi siano gli uomini e le relazioni capaci di mettere in comunicazione lo spacciatore, chi riscuote, chi riceve il bene e chi lo rimette sul mercato senza che ciascuno debba necessariamente conoscere l’intera catena.

E allora la scena apparsa per pochi minuti davanti a Casuzze smette di essere soltanto quella di un motoscafo, di alcuni uomini e di settecentomila euro in contanti, perché dietro quel denaro comincia a intravedersi qualcosa di molto più grande: una rete capace di accompagnare il valore della cocaina dal mare fino ai patrimoni delle persone.

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