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Criminalità

Giustizia sotto assedio: come il potere politico ha cercato di pilotare l’inchiesta sull’omicidio Caruana Galizia

L’ex giudice De Gaetano rifiutò di guidare l’inchiesta Caruana Galizia per denunciare le ingerenze del governo maltese. Un’inchiesta che svela i condizionamenti della politica sulla magistratura e la lotta per l’indipendenza della giustizia

19 Settembre 2026

Ci sono decisioni che non fanno rumore quando vengono prese, ma i cui echi finiscono per incrinare le fondamenta stesse di uno Stato di diritto. Quando l’ex Presidente della Corte Suprema di Malta ed ex giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Vincent De Gaetano, fu avvicinato ai massimi livelli per guidare l’inchiesta pubblica sull’assassinio della giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia, il Paese si trovava a un bivio drammatico. La pressione delle istituzioni internazionali, in primis il Consiglio d’Europa, imponeva al governo di La Valletta l’istituzione di un tribunale d’indagine indipendente, capace di fare luce non solo sugli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2017, ma anche sulle eventuali responsabilità, omissioni o complicità degli apparati statali.

Tuttavia, l’invito rivolto al magistrato non si tradusse in un insediamento. De Gaetano fece un passo indietro, rifiutando l’incarico. Un rifiuto secco, motivato da quello che nell’ambiente giudiziario venne definito un rischio concreto di «percepita ingerenza» politica e da dubbi insanabili sulla reale indipendenza della composizione dell’organo inquirente proposto dall’allora esecutivo. La decisione di De Gaetano rappresentò il primo scricchiolio di un sistema che tentava di controllare la narrazione giudiziaria, rivelando come la scelta dei componenti e il perimetro delle indagini fossero terreno di condizionamenti sottili ma asfissianti da parte del potere politico.

La trappola dell’imparzialità di facciata

Per comprendere la portata del rifiuto di Vincent De Gaetano, occorre immergersi nel clima opaco che avvolgeva la capitale maltese nel settembre del 2019. Il governo guidato da Joseph Muscat era stretto nella morsa di un ultimatum internazionale: il Consiglio d’Europa aveva concesso novanta giorni per avviare un’indagine pubblica autonoma. La risposta governativa fu la presentazione di una commissione d’inchiesta i cui membri presentavano stretti legami finanziari, consulenziali o politici con l’amministrazione in carica.

È in questo perimetro compromesso che si consumò la trattativa riservata con De Gaetano. Al magistrato fu offerta la presidenza, ma la presenza nell’organico di figure vicine all’esecutivo trasformava la garanzia di un processo equo in un’illusione ottica. L’ex presidente della Corte Suprema comprese che assumere quella guida avrebbe significato fare da scudo morale a un’operazione viziata all’origine. Non si trattava di un mero cavillo formale, ma della sostanza stessa della giurisdizione: un organo chiamato a valutare se lo Stato avesse fallito nel proteggere la vita di una cronista non poteva contenere al suo interno elementi diretti o indiretti di quello stesso Stato sotto accusa. Il condizionamento, ancor prima di manifestarsi negli atti, era strutturale, annidato nei criteri di nomina.

Lo scontro di potere e la resa dei conti a Castille

Il “no” di De Gaetano costrinse il governo a scoperchiare il vaso di Pandora delle reazioni della società civile e della famiglia Caruana Galizia, che ricusarono pubblicamente i nomi proposti per carenza di terzietà. La pressione interna ed estera obbligò infine le istituzioni a fare marcia indietro, rimodulando la commissione e affidandone la presidenza al giudice in pensione Michael Mallia, affiancato dall’ex Chief Justice Joseph Said Pullicino e dalla giurista Abigail Lofaro.

Ma la vicenda De Gaetano svelò la vera natura della battaglia in corso nei palazzi del potere maltesi, in particolare all’Auberge de Castille, sede del Primo Ministro. L’indagine pubblica, quando finalmente prese il via nel dicembre 2019, fece emergere dettagli inquietanti: un’architettura di impunità alimentata da contatti stretti tra alti funzionari di governo, vertici della polizia e la criminalità organizzata implicata nell’omicidio. Le testimonianze raccolte nel corso dei mesi descrissero l’esistenza di fughe di notizie riservate dalle indagini della polizia verso gli indagati principali, l’omessa custodia di prove chiave e la deliberata intenzione di depistare gli accertamenti. L’ingerenza paventata da De Gaetano al momento del suo rifiuto era soltanto la punta dell’iceberg di un sistema sistematico di condizionamento dell’azione giudiziaria.

Anatomia di un’ingerenza: quando lo Stato soffoca la giustizia

L’analisi dell’episodio De Gaetano offre uno spaccato dettagliato delle metodologie con cui il potere politico prova a subordinare l’autonomia della magistratura all’interno delle democrazie occidentali. Non sempre si tratta di costrizione diretta o di minaccia aperta; più frequentemente si assiste a una manipolazione formale degli istituti democratici. A Malta, la facoltà di nominare le commissioni d’inchiesta, di decidere la composizione dei collegi e di stabilire i tempi dei procedimenti è rimasta a lungo concentrata nelle mani del Primo Ministro, creando un insanabile conflitto d’interessi.

Nel caso Caruana Galizia, le ingerenze si sono manifestate in più momenti: prima con il tentativo di limitare l’oggetto delle indagini, poi con i continui richiami pubblici da parte dell’esecutivo affinché i lavori della commissione si chiudessero entro scadenze arbitrarie poste dal governo. Quando la commissione d’inchiesta concluse i propri lavori nel luglio 2021, la relazione finale di 437 pagine confermò in modo inequivocabile ciò che il rifiuto di De Gaetano aveva anticipato: lo Stato maltese era da ritenersi responsabile per la creazione di un “clima di impunità” che aveva consentito l’assassinio della giornalista e protetto per anni le reti di corruzione.

Il gesto di De Gaetano rimane una pietra d’inciampo per la storia giudiziaria dell’isola: la dimostrazione che l’autonomia della magistratura si difende non solo nei tribunali, ma rifiutando di prestare il proprio nome a compromessi con la politica.

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