Giornalismo
Il plurale majestatis dell’assenza: Vannacci naufraga in diretta
L’uomo della vera destra deciso a spiegare il mondo con percentuali mistiche, genealogie epiche e un dizionario Zingaretti. I congiuntivi fuggono, la logica vacilla, Gruber resiste. Un duello surreale.
Lui non entra in studio: appare. Seduto di fronte, camicia a righe stropicciata come un armistizio mal stirato, il taglio di capelli militare che sembra tracciato con un righello stanco, e quegli occhi da pesce lesso che fissano il vuoto con la stessa intensità con cui un acquario osserva i suoi visitatori. È immobile, rigido, come un manichino che ha deciso di prendere parola. E i congiuntivi, percependo quella postura, non fuggono per paura: fuggono per dignità, ritirandosi in buon ordine come truppe che rifiutano di partecipare a un’esercitazione inutile, quasi fossero ONG grammaticali.
È così che si presenta l’uomo della vera destra da Gruber, con la compostezza di chi crede di incarnare un principio più che un’opinione, un assioma più che un ospite.
Poi arriva il primo scarto della serata, un lampo improvviso: «Le tasse non le pagano più nessuno.» E qui accade qualcosa di quasi cosmologico. Il nessuno si dilata, si espande, si moltiplica. Diventa un popolo, una folla, un esercito. Un nessuno che non pagano. Il plurale majestatis dell’assenza, un fenomeno linguistico che sfida la fisica delle particelle. Gruber lo osserva come probabilmente osservava le amenità del suo Mondo al Contrario: con la pazienza di un’archeologa che scava tra i resti di una civiltà che non ha mai saputo di essere estinta.
Poi, come un fiume che torna sempre alla stessa ansa, riaffiora la genealogia epica. Vannacci parla come se nelle sue vene scorresse il sangue di una stirpe immaginaria: legionari temprati dal sole, aviatori che fendono cieli purissimi, contadini scolpiti nella terra, padri di bronzo, madri di granito, antenati che sembrano usciti da un affresco di un’Italia che non è mai esistita se non nei suoi racconti. Una genealogia elastica, che si allunga e si accorcia a seconda della frase, come un mito che si adatta al vento, un pedigree morale che lui brandisce come un lasciapassare universale.
E con la genealogia tornano le idee del libro: la normalità come dogma, la famiglia come struttura rigida da montare con brugola e bulloni, l’umanità divisa in categorie nette, come se la complessità fosse un difetto da correggere. Ogni frase è una reliquia del suo Mondo al Contrario, un’eco che rimbalza tra le pareti dello studio, un mantra che si ripete fino a diventare rumore di fondo.
Poi arriva il momento delle percentuali, il suo terreno sacro. «L’80% degli immigrati sarà clandestino.» Lo dice con la solennità di un sacerdote che annuncia un responso oracolare. Gruber gli chiede le fonti, e lui risponde con la sicurezza di chi ha appena consultato un manuale di statistica scritto da un astrologo. La matematica, da qualche parte, si rannicchia in un angolo e si copre gli occhi, mentre l’aritmetica chiede il trasferimento in un altro Paese.
Quando la conduttrice lo incalza sulla Remigrazione, lui tenta la fuga in avanti: «A lei piacciono i clandestini?» La domanda si libra nell’aria come un uccello ferito, poi ricade su se stessa. È un boomerang che torna al mittente, lento e inesorabile. Una domanda retorica a cui verrebbe da rispondere, con un sorriso appena accennato: «Più di quanto mi entusiasmino i generali che parlano per assoluti.» Ma Gruber non risponde: non serve. Il silenzio è più eloquente di qualsiasi replica, un silenzio che pesa come una sentenza.
Poi la serata si apre come una parentesi sentimentale. Vannacci racconta che la moglie rumena gli ha rivelato il segreto della famiglia tradizionale, quella che lui definisce con orgoglio genitore 1 – maschio e genitore 2 – femmina. Un modello così schematico che sembra uscito da un manuale IKEA: montare con attenzione, non invertire i pezzi, usare solo viti originali. E proprio mentre cerca di spiegare la sua idea di normalità statistica, arriva lo scivolone più luminoso della serata: cita il dizionario Zingaretti. Non lo Zingarelli. Zingaretti. Forse un’edizione speciale, forse un lapsus genealogico, forse un omaggio involontario alla moglie, forse un refuso che ha preso il volo. Lo Zingarelli, da casa, spegne la TV. Zingaretti, invece, ringrazia per la pubblicità involontaria, mentre la lingua italiana si accascia su una sedia e chiede un bicchiere d’acqua.
E mentre parla, si sente quasi il rumore della sua autostima che si gonfia come un dirigibile. Una statistica dell’ego, con curve ascendenti, picchi improvvisi, nessun margine d’errore ammesso. Un uomo convinto di essere un faro, anche quando illumina solo se stesso. Un uomo che, nonostante la povertà concettuale delle sue tesi, riesce comunque ad attirare folle che cercano risposte semplici a domande complesse, consolazioni nette in un mondo sfumato, un mondo che lui divide con la precisione di un geometra morale, come se la realtà fosse un campo di addestramento e lui il suo comandante.
La puntata si chiude così: Gruber immobile, come un faro che ha visto passare tempeste peggiori; Vannacci soddisfatto, convinto di aver portato ordine nel caos; i congiuntivi dispersi in mare aperto, in attesa di un porto sicuro. Una serata televisiva che non è stata un confronto, ma un esercizio di sopravvivenza metafisica, un viaggio dentro la retorica di un uomo che vede il mondo come un fortino da difendere e se stesso come l’ultimo guardiano.
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