Diritti

“Cornigliano non deve chiudere”

Gli operai dell’ex Ilva di Genova si sono accampati di fronte alla prefettura per chiedere risposte al Governo sulla loro vertenza. Nella speranza che una soluzione che non sia una chiusura definitiva esista.

18 Ottobre 2026

Questo articolo è stato pubblicato il 16 Ottobre 2026 sulla newsletter di Puntocritico.info

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Lunedì 12 Ottobre

Su Piazza Corvetto si stendono le prime ombre della sera di Ottobre. Alcuni muletti e macchinari da trasporto, dove sono state legate le bandiere dei sindacati, sorvegliano l’accampamento di tende che scende verso Largo Lanfranco, sede della Prefettura, come sentinelle di ferro. Qualcuno si aggira curioso, fa qualche foto. Qualcun altro si ferma a parlare con gli operai che hanno messo alcune sedie in cerchio per fare due parole. Uomini con le felpe nere e una grossa scritta “FIOM” che hanno visto l’inizio del declino, dagli anni Ottanta al commissariamento nel 2012, e non ci stanno a diventare i testimoni della sua morte. Sono i lavoratori dell’Ilva, acciaieria storica di Genova, nel bene e nel male un tassello vitale dell’industria siderurgica italiana e di un settore strategico per il Paese. Non parlano molto, chiacchierano tra loro, si scambiano qualche informazione per il giorno dopo. Dormiranno nelle tende davanti alla Prefettura fino al giorno dopo, quando vogliono che il ministro dell’Interno Piantedosi, in visita per una riunione strategica con la sindaca Ilaria Salis sul tema della sicurezza, venga a parlare anche con loro. Perché a questo punto sperano in questo: un intervento del Governo per salvare il destino di oltre 900 lavoratori solo a Genova (oltre mille se consideriamo anche chi lavora dell’indotto). Sul tavolo sono rimaste due offerte: quella dell’indiana Jindal e la cordata italiana. Le altre tra cui la CE Industries di Jaroslav Strnad si sono rivelate più ipotesi che proposte concrete. «Deve intervenire il Governo e permettere a Acciaieria d’Italia di acquistare rotoli sul mercato». Stefano Bonazzi, segretario della FIOM a Genova, non vede altra soluzione. Chiudere non è un’opzione nemmeno lontanamente accettabile, anche vista la situazione reale dello stabilimento. «In realtà Genova, Novi Ligure e Racconigi potrebbero continuare a lavorare – commenta Bonazzi – l’idea è continuare a lavorare almeno nell’area a freddo, usando acciaio grezzo acquistato fuori e far lavorare comunque i dipendenti. Questa chiusura così, senza se e senza ma, è grottesca e scellerata». È quello che vogliono dire domani a Piantedosi, quando arriverà a Genova e dovrà per forza passare davanti al presidio. Vogliono risposte nero su bianco da un rappresentante del Governo. E Urso? chiedo. «Urso ha solo fatto casini senza senso, e si vede. Tant’è che ora se ne occupa Mantovano» rispondono gli operai. Non perdonano al ministro delle Imprese e del made in Italy di aver fallito la sua battaglia cruciale, sbandierata durante anni di governo Meloni, e di averli illusi con offerenti e trattative fantasma.

 

Acciaierie d’Italia l’ha chiamato uno stop temporaneo, quello che ha previsto dal 15 Novembre e ha annunciato via lettera ai lavoratori da Sud a Nord. Ma a Largo Lanfranco così come davanti ai cancelli a Taranto non ci crede nessuno. Troppe, le volte che una misura “temporanea” è diventata cassa integrazione, licenziamenti, chiusure, disinvestimenti. Intanto, qualche passante si ferma, esprime solidarietà. Qualcuno torna più tardi per il “barbecue operaio” organizzato in quattro e quattr’otto, come fa il presidente della Regione Marco Bucci. Gli operai hanno già incassato la solidarietà 

 

sia del Comune che della Regione, opposti come colori politici ma uniti sul futuro dello stabilimento ex Ilva, fino a marciare uniti coi lavorati: Cornigliano non va chiuso. «È successo spesso quando si trattava delle nostre battaglie, ma è bello vedere oggi come in passato che tutta Genova si è stretta attorno ai lavoratori, al di là del colore politico» come quelli che hanno sfilato insieme a loro fino alla prefettura. Come Gabriele Ronco, membro della segreteria di SI-AVS Genova ma soprattutto studente universitario fuorisede dal Piemonte, ora a fianco dei lavoratori liguri: «Credo che ovunque uno si trovi abbia il dovere morale e politico di essere solidale con le lotte, per migliorare le condizioni di chi vive in un territorio. Il lavoro è fondamentale per una vita dignitosa, solo unendo tutte le energie sociali, ciascuno col proprio ruolo, studenti e lavoratori, sindacati e partiti, si possono far sentire chiaramente le ragioni dei lavoratori dell’ex Ilva e delle loro famiglie a chi ha il dovere istituzionale di tutelare loro e l’industria». Oltre a lui presenti anche alcuni ragazzi del Liceo Gobetti occupato e di un altro gruppo di studenti delle superiori. Difendono il diritto al lavoro di un impianto la cui storia come nel caso di Taranto è un esempio delle difficoltà di mantenere insieme il diritto alla salute e a un ambiente salubre dei cittadini (soprattutto quelli di Cornigliano che hanno già subito i danni alla salute delle emissioni dei vecchi impianti) e un settore strategico per il Paese che non si può permettere di perderlo, soprattutto ora che per alimentare la nuova corsa al riarmo serve l’acciaio per produrre i dispositivi per la difesa. Una contraddizione che dura da 14 anni e che come i lavoratori di Genova aspetta soluzioni dalle istituzioni.

Martedì 13 Ottobre

La mattina dopo è un via vai di giornalisti e passanti, alcuni si fermano ad ascoltare i cori e applaudono i discorsi enunciati al megafono davanti ai media. Anche qualche studente, come durante il corteo; anche alcuni figlie di operai, che stendono lo striscione rosso con una scritta nera: “Papà la tua lotta il mio futuro”. L’atmosfera è sospesa ma tranquilla, anche i giornalisti si prendono il tempo di chiacchierare tra loro e con gli operai, raccogliere foto e immagini. Piantedosi arriva e scompare subito nell’androne della Prefettura, lasciando appena il tempo di qualche foto e ai rappresentanti dei sindacati di entrare per il confronto. Poi la piazza torna al chiacchiericcio e ai cori degli operai, schierati in una linea compatta di scritte e felpe nere. Qualche passante si ferma, canticchia due parole di uno slogan insieme ai lavoratori, applaude. Luca Tuveri, operaio, l’anno che verrà farà 27 anni di lavoro nello stabilimento: «Sono qua per i miei quasi 27 anni in stabilimento. Sono entrato nel 2000». Da allora è stato tra i testimoni di un lento declino, iniziato con i primi massicci ridimensionamenti a partire dai primi anni Duemila: «Ho visto chiudere la nostra parte a caldo, e ora vediamo l’ultima area siderurgica importante d’Italia, insieme a Taranto e ai loro altoforni, che viene chiusa. Abbiamo chiesto dei materiali che ci servono per far andare avanti la linea a freddo ma non abbiamo avuto nessun segnale in questo senso. Ci darebbe la possibilità di andare avanti a Genova, Novi ligure e Racconigi. Stiamo aspettando un segnale – ma se non arrivasse è perentorio –siamo sempre pronti comunque a continuare la nostra lotta. Se parliamo di Genova sono più di 900 famiglie. Non abbiamo nessuna intenzione di mollare». Soprattutto se, ribadiscono, le alternative ci sono: «Il lavoro potrebbe continuare, dovrebbero fare arrivare dei coils da fuori e così cercare di far mantenere i posti di lavoro al Nord». Per lui e per tanti altri, se chiude Cornigliano, si chiude un capitolo, della loro storia e di quella di Genova. «Siamo entrati che eravamo ragazzi, siamo già andati incontro a una chiusura che già ci ha indebolito e ora questo declino prosegue. Noi come metalmeccanici a Genova abbiamo sempre dato il nostro segnale, e non finiremo mai di farlo. Siamo cresciuti con una storia, tramandataci da parte da quelli prima di noi, che ci hanno insegnato a lavorare e lottare. Non voglio sembrare presuntuoso e dire che siamo un esempio ma nei fatti è così: siamo una memoria storica di questa città».

«Sono 25 anni che lavoro in fabbrica, ricordo che quando sono entrato era un’impresa in cui si lavorava bene e tanto,- racconta Adriano Garofalo – ero un ragazzo e ho dei bei ricordi di quel periodo, c’erano anche tanti giovani che oggi noi non ci sono purtroppo. Non ci sono le condizioni per un ricambio generazionale. L’Ilva è un pezzo importante di questa città, – aggiunge – ha una sua storia nel territorio. In questi anni sotto l’aspetto delle offerte ci sono state parecchie attenzioni sull’Ilva ma poi non si sono mai concretizzate per mille motivi. Noi siamo fiduciosi, chi vuole venire a investire a genova con delle buone intenzioni è sempre il benvenuto. Ora aspettiamo e vediamo». Passano i minuti, poi le rappresentanze sindacali escono. Rassicurati dell’impegno del governo, ma con ancora troppe incertezze. «Noi possiamo lavorare, vogliamo lavorare – riferisce Palombo al megafono -, glielo abbiamo spiegato in maniera sintetica e chiara e credo che abbia recepito. Riferirà ovviamente al governo, penso che noi, con la giornata di ieri, di oggi e vedremo domani, abbiamo fatto sapere a tutta Italia, quali sono le nostre preoccupazioni e quali sono le nostre prospettive, quella di non fare cassa integrazione ma lavorare. Non vogliamo assistenza, ma che gli impianti non rimangano fermi, perché sappiamo che se fermi l’impianto oggi perdi il cliente e quello va da un’altra parte. Quindi si devono svegliare, altrimenti noi stanotte passeremo un’altra notte qua e domani vedremo». Di nuovo alle tende insomma, per un’altra notte in attesa che il Governo presenti nero su bianco le coordinate di una proposta accettabile. Per scrivere un altro finale alla storia dell’Ilva che, commentano operai e cittadini a denti stretti, poteva essere diversa dalla storia di scelte sbagliate che è stata.

Alla fine la rabbia diventa occupazione, caschi gialli che salgono le scale della Prefettura e portano l’accampamento dalla strada alle stanze delle istituzioni. «Non vi lasceremo chiudere Ilva» intonano a Genova seduti nei corridoi di Palazzo Doria Spinola, mentre a Taranto si preparano per i pullman e per portare lo sciopero davanti al palazzo della Regione. Arriva un’altra lettera dagli amministratori generali di Acciaierie d’Italia: a un mese dal temuto stop si fa marcia indietro, Cornigliano e Taranto non si fermano, per Novi Ligure si valuteranno soluzioni simili. I “vecchi” hanno insegnato ai metalmeccanici a tenersi saldi, a lottare e lavorare. E promettono di continuare a farlo, finché non si troveranno soluzioni.

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