Geopolitica

Una “colonia” sul mare

Se le proteste in Albania hanno acceso i riflettori sulla speculazione edilizia dei miliardari statunitensi nell’Adriatico, c’è un fenomeno che prosegue ormai da anni nel bacino del Mediterraneo: la costruzione di gated community israeliane. A partire da Cipro.

27 Luglio 2026

Questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter Puntocritico.info in data 23 giugno 2026

Basta prendere il pullman che da Larnaka porta a Limassol, un’altra località balneare dell’Isola di Cipro. Nella campagna fatta di colline e muretti bassi, dove ogni tanto si vede un piccolo gruppo di case bianche nel sole, improvvisamente si staglia una sequenza di cartelloni pubblicitari monotematici: sponsorizzano tutti real estate companies e opportunità edilizie. Nella sospensione apparentemente eterna di un conflitto congelato tra Turchia e Grecia, le compagnie di investimento immobiliare straniere hanno iniziato ad approfittare di ampi spazi lasciati incolti e disabitati, in particolare quelli vicino alla linea verde del cessate il fuoco. E c’è un gruppo di investitori particolarmente agguerrito e controverso che compare su quei cartelloni: i real estate investors israeliani. Una presenza, quella israeliana nel mercato immobiliare cipriota, che suscita parecchie perplessità nelle comunità autoctone e che potrebbe avere a che fare non solo con gli interessi minori di privati, sia che vendano o che comprino “una colonia sul mare”. In ballo ci potrebbe anche essere l’equilibrio geopolitico in una zona cruciale per le risorse energetiche.

Paradisi artificiali

Una breve definizione: per i media, una gated community, come suggerisce il nome, è un complesso o quartiere residenziale chiuso, separato dal resto della zona urbana da sistemi di sicurezza disparati, dal classico muro con filo spinato fino alla guardiola completa di guardia armata. Chiaramente l’obiettivo esplicito della creazione di questi spazi è creare ambienti considerati “sicuri” rispetto a un esterno considerato invece potenzialmente ostile: gated communities sorgono spesso nelle vicinanze di ambasciate, aree densamente abitate da stranieri etc. Nella pratica, spesso le “gated communities” vengono erette come isole di ricchezza, riservate a minoranze privilegiate all’interno di contesti in cui la disuguaglianza genera criminalità, degrado e violenza. Insomma un “piccolo paradiso artificiale” per una sola categoria di persone; il resto, rimane fuori dai cancelli di questi Eden in miniatura, creando contrasti stonati come piccoli quartieri completi di palme, piscina e campi da golf accanto a baraccopoli con tetti in lamiera. Non sono un’invenzione israeliana: è da decenni che complessi del genere si sono sviluppati in Sud America, negli Stati Uniti e ultimamente si stanno diffondendo anche in Europa e Medio Oriente. E la definizione giornalistica non è totalmente aderente con quella accademica: secondo lo studio di Sonia Rotman “Gated communities: Definitions, causes and consequences” non basta essere una comunità di privilegiati con guardia giurata per essere una gated community. Servirebbe anche che fosse garantita una certa “autonomia gestionale” all’interno, rendendo quindi l’elemento segregativo più accentuato.

Dopo lo scandalo che aveva generato la pubblicità, pubblicata sui social dal gruppo immobiliare israeliano Coral 37, sulla possibilità di acquistare un posto in una “colonia israeliana in Salento”, la sponsorizzazione di queste realtà si è fatta più sobria per evitare di sollevare nuove polemiche (e controlli). Va detto che tra il concetto di una “comunità autosufficiente” promosso dall’ immobiliarista Orit Lev Marom e quello della gated communities cambia poco. Si tratta di comunità chiuse offerte principalmente a clienti israeliani desiderosi di comprare un “pezzo di paradiso” al sicuro in Europa mentre la guerra prosegue in Medio Oriente. E se l’immobiliarista Marom si è difesa sostenendo che il termine usato non fosse colonia ma “moshava”, anche in questo caso nella sostanza cambia poco. Le moshava infatti erano le prime comunità ebraiche nate dalla prima ondata di immigrazione sionista in palestina, all’inizio del XX secolo. Parenti dei più noti kibbutz, si distinguevano per il principio guida della loro fondazione: mentre nel kibbutz ogni prodotto della comunità è messo in comune, le moshava mantengono un approccio più “capitalistico”. Ciò nonostante, si tratta di comunità legate alla storia della creazione dello stato di Israele e in particolare del colonialismo sionista di inizio secolo scorso.

Arca di Noè” e altri (non) in incognito

Scendendo dall’autobus che da Larnaka porta a Limassol sembra di essere arrivati effettivamente in una “nuova Haifa”, come qualche media ha definito la costa cipriota che tanto piace a real estates israeliani come Kashi Group (che tra l’altro annovera tra i suoi investimenti anche progetti a Palermo), DNA GroupOnar Estates. Grattacieli praticamente pied en l’eau, lungomare trafficato con edifici mastodontici. Uno potrebbe quasi dimenticarsi di essere a pochi chilometri da una base militare inglese (Akrotiri sta a 10 chilometri dal centro città e si può arrivare a ridosso prendendo un banalissimo autobus) e in un’isola divisa in due da più di 50 anni. Anche a Cipro adesso stanno nascendo queste “comunità chiuse” e non tutti sono entusiasti. Il primo tra tutti è Fidias Panayiotou, proprio l’”outsider” della politica cipriota, nato nella rete e noto per le sue posizioni anti sistema. Ma non è il solo. Anche Stefanos Stefanou del Partito dei Lavoratori (AKEL) già un anno fa dichiarava che la crescente presenza israeliana negli investimenti immobiliari a Cipro “costituiva una minaccia alla sicurezza dello Stato”. Affermazioni che i media israeliani avevano prontamente definito antisemite. Ma davvero si tratta solo di speculazioni sul mattone?

Va detto che in parte ha ragione l’inviato israeliano a Cipro quando sostiene che la retorica sugli investimenti israeliani nell’isola, specialmente quella sui social network, sia “disturbante” e “esagerata”. O meglio: ci sono elementi che riguardano non solo Israele, ma anche altre compagnie straniere che investono nel mattone, soprattutto nei dintorni delle grandi città turistiche della costa (Paphos, Limassol, Larnaca). Nel 2024 gli acquirenti non UE hanno rappresentato circa il 27,4% delle vendite immobiliari a Cipro – di tutti gli stranieri, non solo degli israeliani. Basta gironzolare per Limassol per constatare come tutto sia diventato sostanzialmente un enorme cantiere a cielo aperto, una foresta di gru al lavoro – come se Milano avesse il mare. Non tutti i progetti riguardano gruppi israeliani, che comunque non è che agiscano in anonimato o di soppiatto: tra i cartelloni che compaiono più frequentemente lungo la litoranea ci sono Ark Noah’s Holding e Genesis Group. Non serve aver fatto qualche anno di catechismo o controllare la sezione “About US” per capire che si tratta di holding israeliane, che peraltro sono serenamente registrate in camera di commercio. Questo perché effettivamente tempo fa era molto più semplice ottenere il passaporto cipriota e fare affari immobiliari nelle vesti di investitori con doppia cittadinanza. A una persona d’affari non europea bastava investire almeno 300 mila euro per ottenere la residenza permanente. Ma c’è anche da dire che questa “corsia preferenziale” non era certo riservata ai soli israeliani. È con lo scoppio ufficiale della guerra in Ucraina, nel 2022, che l’Unione Europea ha iniziato a interessarsi al problema delle “golden visas” di paesi come Malta e Cipro, scoperchiando così un vaso di pandora di documenti concessi a uomini d’affari bielorussi e oligarchi russi.

Inoltre, non si tratta di un fenomeno recente: l’isola era già stata “colonizzata” dagli israeliani, ma non come il partito prenditutto di Fidias racconta. Cipro infatti all’epoca in cui era ancora un territorio d’Oltremare britannico veniva usato dagli inglesi come “centro d’accoglienza” dove stipare i profughi ebrei in fuga dall’Europa negli anni a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il Dopoguerra. O meglio, per trovare una soluzione provvisoria e rocambolesca (nonché moralmente discutibile) stipandoli in massa in campi di prigionia contornati da filo spinato prima di espellerli di nuovo verso l’Europa – o dimenticarli lì. Alcuni, poi, si fermarono sull’isola senza proseguire verso la Palestina. Quindi i toni da “complotto giudaico” spesso citati in post riconducibili a elementi di estrema destra sono esagerati e fuori luogo. Piuttosto, sarebbe da chiamare in causa una solida tradizione anglosassone di “ingegneria sociale”, nota per trattare i confini e le persone come se fossero pedine sullo scacchiere.

Anche sullo sviluppo effettivo dei progetti ci sarebbe da discutere. Dopo aver segnato sulla cartina quelli che dovrebbero essere gli insediamenti in questione, mi preparo a una mezza giornata di trekking per cercare tracce effettive di questi mega investimenti a Limassol. Mezza giornata che si conclude a completare una sorta di “giro turistico da umarell in terra straniera”: buona parte dei siti sono sostanzialmente cantieri, alcuni parecchio indietro – praticamente con solo le transenne. Insomma di alcuni investimenti l’unica cosa ultimata è il rendering. Quanto agli edifici completati sembrano palazzi residenziali più o meno simili a un qualsiasi Airbnb, più che comunità con il filo spinato e la guardia armata di mitra all’ingresso (cioè quello che il termine gated community suggerirebbe). Quindi tutto in regola? Più o meno.

Conflitti etici all’ombra della Turchia

Una delle prime caratteristiche stonate di questi insediamenti è il luogo. Non è la prima volta che Israele investe su Cipro: anni fa, quando ancora la frattura tra Ankara e Tel Aviv non era così marcata, gli investitori israeliani avevano già messo gli occhi sul Nord. La stessa Kashi Group sponsorizza sul suo sito resort e costruzioni di lusso a Famagosta, de facto sotto la giurisdizione della Cipro Nord sotto il controllo turco. E alcuni sono stati anche condannati per aver acquistato a prezzi stracciati proprietà abbandonate in fretta e furia dagli abitanti originali durante la guerra, senza curarsi se i proprietari potessero far valere i loro diritti o meno. Un altro caso ha riguardato il villaggio di Trozena, a Sud, dove alcuni cittadini si erano lamentati di non riuscire a raggiungere il paesino dopo che diverse proprietà erano state vendute a un gruppo ungherese-israeliano. Anche se sia il gruppo immobiliare che le autorità avevano smentito che l’area fosse stata resa accessibile “solo a residenti ebrei” come dichiarato da alcuni gruppi, il problema riguardava anche altro: l’opportunità di autorizzare una speculazione immobiliare in un’area sotto tutela ambientale.

Ma il vero nodo strategico non sarebbe il “mattone” in sé, ma tutto quello che rappresenta, vale a dire: la presenza israeliana sull’isola. Nella già citata intervista Stefanos Stefanou non menziona solo una possibile intrusione israeliana nella politica cipriota in senso lato, ma sottolinea il fatto che diversi investimenti si trovano in aree militari sensibili (come Limassol a un passo da Akrotiri). Cipro inoltre, per Israele, non è solo resort e Airbnb: è una finestra sul Mediterraneo orientale, in particolare su quel triangolo marino dove si troverebbe una delle maggiori riserve di gnl del Mare Nostrum. Se i progetti israeliani riuscissero a partire, assicurandosi il supporto di Grecia e Cipro, con i progetti di trivellazione del fondale, questo vorrebbe dire che Tel Aviv diventerebbe un altro “rubinetto” per l’Europa affamata di gas dopo lo scoppio della guerra in Ucraina – oltre ovviamente a coprire il proprio fabbisogno. E questo renderebbe Israele anche un competitor diretto della TAP, l’altro mastodontico progetto che porta il gas dall’Azerbaijan in Europa via Turchia.

Riprendendo l’autobus per tornare a Larnaka, l’occhio sorvola la distesa azzurra che si oppone al panorama di acciaio e vetro dei grattacieli del lungomare. Se uno fosse in grado di dimenticare chi le costruisce e cosa comporta il loro acquisto, potrebbe quasi essere tentato di acquistare la propria colonia sul mare.

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