Diritti

“Non combatteremo le guerre degli adulti”

In un’Europa che si riarma, i giovani della “Generazione Erasmus” non sembrano altrettanto entusiasti delle nuove tendenze bellicistiche, e lamentano una mancanza di informazione corretta e trasparente sul tema.

18 Ottobre 2026

Questo articolo è stato pubblicato il 9 Maggio 2025 sulla newsletter Puntocritico.info

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«Io più che della guerra ho paura del riarmo europeo, perché andare alle armi per una nazione che non è l’Italia non mi interessa proprio. Per quanto riguarda una guerra con l’esterno, tanto ormai…basta un’arma nucleare, e se muori muori». Non lo dice un ex pacifista del secolo scorso: sono le parole, rassegnate, di un giovane liceale del Liceo Colombo di Genova, Giuseppe, che mi risponde insieme ai suoi amici davanti al portone della scuola in una mattina quasi primaverile. Sono loro, i grandi assenti dei sondaggi di opinione riguardo il nuovo indirizzo politico che ha preso l’Europa: non si informano per nulla o quasi dai media tradizionali, dove compaiono saltuariamente spesso in narrazioni infantilizzati e paternalistiche. Eppure, sono proprio le loro, le generazioni che hanno più da perdere da un’eventuale epilogo dell’ “Europa della pace”, loro che l’hanno vissuta come l’unico orizzonte possibile.

“Piuttosto mi taglio una mano”

«Se introducessero di nuovo il servizio di leva sicuramente non sarei il primo ad arruolarmi, anzi, credo che mi farei del male pur di non andare». Giuseppe e i suoi amici si aspettavano una giovinezza come i ragazzi prima di loro. Invece, mentre aspettano la campanella una mattina di Aprile dell’anno della maturità, si trovano a parlare di guerra con una strana giornalista qualche anno più vecchia di loro. I discorsi sono tragicamente simili a quelli che facevano i ragazzi di altre leve, altri anni e un altro secolo, quando arrivava la cartolina a casa e se non partivi rischiavi anche il carcere. «Anche io la penso come lui – conferma Francesco, un altro ragazzo del liceo classico – anche perché sembra proprio di avere la guerra alle porte; e per l’arruolamento, beh sì…anch’io forse mi butterei piuttosto che partire». Lo interrompe di nuovo Giuseppe, specificando «Ah beh io mi mozzerei una mano piuttosto, ma proprio drastico». Interviene anche una loro compagna Claudia: «Spaventa un po’ questo clima, poi con una persona come Trump al potere che anche se è in America influenza in Italia non da poco…». Quando le chiedo se sa cosa siano gli obiettori di coscienza, scoppia a ridere e scuote la testa.

Eppure, di loro coetanei nel mondo con un fucile in mano per volere di un governo, ce ne sono parecchi. Uno dei casi forse più noti è la Corea del Sud, anche per via del fatto che molti idol popolari in tutto il mondo (tra cui i celebri BTS) hanno dovuto mettere “in stand-by” le loro carriere per adempiere all’obbligo di leva obbligatoria. Altro caso famigerato è quello di Israele, reso sempre più noto anche in questo caso dalla mediatizzazione di un fenomeno, quello degli obiettori di coscienza incarcerati a scopo punitivo, diventato ancora più noto dopo l’inizio del genocidio a Gaza. Due fenomeni, Kpop e guerra in Palestina, citati non a caso: le informazioni su questi due argomenti corrono infatti sui social network, dove i giovani si informano di più (solo un intervistato ha dichiarato di leggere saltuariamente il giornale). Incontro Elisa e Margherita fuori dal liceo artistico Barabino; i loro compagni della succursale Klee la settimana successiva inizieranno un’occupazione di due giorni, per protesta contro “la scuola della guerra”. Non sono gli unici: il liceo Fermi ha organizzato un comitato apposito per protestare contro nuovi accordi didattici tra istituti scolastici e Leonardo company, che ha una sede a Genova ed è accusata di aver venduto armi al governo israeliano. Elisa e Margherita, fuori da scuola, esprimono alcune perplessità anche sulla sensibilizzazione a questo tema da parte dei media. «In realtà sono informata ma non troppo, nel senso che ognuno dà la sua opinione ed è difficile informarsi– spiega Elisa. Tendenzialmente sono pacifista e non vorrei che scoppiasse una guerra ma ormai ecco – ride amara – comandano per noi. Bisognerebbe informare di più le persone». La leva, per le donne, è un argomento contorto: se tornasse in vigore la procedura precedente al 2005 potrebbero arruolarsi volontariamente, ma non essere coscritte; certo, supponendo che disciplina non venga modificata da un nuovo decreto. Elisa commenta: «se decidessero di chiamarci protesterei, certo. Se bisogna combattere deve essere per una buona causa, e buone cause qui non ne vedo». È parte di una maggioranza: secondo un sondaggio pubblicato dopo la proposta di 6 mesi di leva di Matteo Salvini, solo il 55% si presterebbe all’arruolamento.

Non è certo un bel clima in ogni caso, quello della primavera di questi ragazzi. Lo conferma anche Margherita: «Sicuramente ho un po’ d’ansia, non è un clima piacevole ecco. Io per informarmi principalmente ascolto il telegiornale, mia madre cerca qualche info su Internet e mi informo grazie a lei anche. E poi cerco di trovare qualcosa sui social». Sulla leva è categorica: «protesterei sicuramente, e se costretta farei obiezione».

“Sì riarmiamoci, però…”

Da noi, la leva obbligatoria in Italia è stata solo sospesa, mai abolita. Fu il Governo Berlusconi II, con il decreto legislativo n. 215/2001, a mettere un punto e virgola alle chiamate per lo svolgimento del servizio di leva a partire dal 1º gennaio 2005. Tuttavia, negli ultimi anni alcuni esponenti politici di destra ed estrema destra hanno accarezzato di nuovo l’idea di reintrodurla, a partire dal leader del Carroccio Matteo Salvini. Un’ipotesi che comunque non piace né agli alleati di governo, tra cui lo stesso Ministro della Difesa Guido Crosetto, ma neanche a chi tra i giovani sembra più aperto alla nuova parentesi di riarmo europeo. Leonardo, ad esempio, si interroga sulla guerra tutti i giorni: studia Sicurezza e Relazioni Internazionali all’università, e secondo lui il riarmo europeo: «non è un orientamento bellicista, lo definirei piuttosto di ricerca della sicurezza. Personalmente sono a favore, con l’obiettivo di non usare le armi che acquisiremo, una sorta di “riarmarsi per non combattere” a scopo di deterrenza». Quando però si parla di servizio di leva: «non sono a favore perché non ne condivido la praticità e l’utilità. Non è adatto a delle forze armate moderne, dovrebbero esserci più professionisti al massimo invece che gente inesperta in servizio. Poi beh, se fosse reintrodotta non penso che me ne sottrarrei, ma non accetterei di buon grado». Tutt’al più conclude Leonardo: «potrebbe avere senso una proposta che era stata fatta, di reintrodurlo sì come servizio di leva, ma per formare delle riserve e comunque persone addette al supporto logistico strategico».

«Ho il grande timore che più che evitare la guerra la stiamo avvicinando – dice invece Emanuele della facoltà di Lettere. Non sono molto informato, ma più si guarda a quali sono le ipotesi di spesa più l’impressione che ho è che l’Europa voglia fare la guerra. In un continente che si professa pacifista e sostiene di tutelare il diritto degli Stati, ora vogliamo spendere così tanti soldi? Non vedo prospettive particolarmente rosee: sembra che le istituzioni stiano dicendo a tutti gli Stati “preparatevi”». Alessandro, neo laureato da pochissimo in Diritti fondamentali e difesa dell’ambiente, ritiene il riarmo una strada inevitabile: «Diciamo che per tante ragioni è stata una scelta obbligata: ci siamo svegliati dopo un bel po’, un periodo in cui abbiamo dato per scontato comodità e pace, per scoprire che non sono affatto scontate. A questo punto sembra necessario almeno per avvertire che se qualcuno volesse attaccarci, saremmo pronti». Non lo convince però la gestione del piano europeo di riarmo: «mi sembra che siano stati piazzati miliardi senza un piano di coordinamento efficace. L’Unione fa piovere denaro e dice agli Stati “Fate”, senza un piano di coordinamento. Potevano anche essere meno fondi, se ci fosse stata una migliore capacità di coordinamento». E sulla leva? «Se non fosse una guerra di resistenza no, mi rifiuterei. Oggi il mondo è molto diverso: non si dichiara più guerra in senso stretto. Però se un ipotetico attore Y volesse chiaramente attaccare chiaro, forse parteciperei. È anche vero che cosa pensano di fare? Mandare i civili a combattere? La leva volontaria e professionale serve anche ad avere persone motivate e ben addestrate a combattere. Mandando dei civili – conclude – si rischierebbe di trovarsi con persone impreparate e spaventate, senza nessuna voglia di essere lì. E sarebbe piuttosto inefficiente».

Giulia (nome di fantasia) dello stesso corso di studi ammette: «Sincera, non ho ancora le idee chiare. Bisognerebbe studiare il bilancio, capire cosa potrebbe essere dato invece a sanità e scuole. Non riesco nemmeno a capire se ci sono minacce chiare, certo che se la Russia minaccia chiaramente un Paese allora dovremmo intervenire». Si cambia facoltà, si va dagli studenti di Educazione Professionale (Dipartimento di Scienze della Salute). Alberto si occupa di educazione per i ragazzi e i piccoli con problemi di inserimento; ha anche fatto il servizio civile in una associazione di assistenza per persone con disabilità. «Io spero che chi ha già fatto il Servizio Civile Universale completandolo non sia chiamato sinceramente. Poi oh, se ci fosse letteralmente il nemico in casa ok armarsi, ma se no farei obiezione. Di fatto è ribadire lo stesso messaggio che ho messo in chiaro quando ho fatto servizio» mi dice. Sul riarmo, non sa nemmeno se comprende effettivamente tutti i dettagli: «mi auguro almeno che se la stiano studiando persone competenti, perché in questo momento siamo bombardati da informazioni e disinformazioni costantemente»; nel suo piccolo, Alberto cerca di informarsi «sui profili di influencer che spiegano questi argomenti e divulgano informazioni, quelli almeno che mi sembrano attendibili: poi ogni tanto do un’occhiata sui giornali anche stranieri, tipo il Times».

Generazione in crisi

Generazioni che si fermano e parlano, che ti vedono col microfono in mano e ti vengono a cercare per dire la loro; ma anche che si imbarazzano, ammettono di non sapere, mettono in discussione le loro opinioni. La mia generazione, quella che è nata con le guerre nei Balcani e si sente dire dalle elementari che sono tempi di crisi, ma anche generazioni più giovani, quelli non rappresentati da nessun partito e da nessuna corrente, che si informano su TikTok perché hanno perso fiducia nei valori della stampa tradizionale. Ci accomuna forse una cosa sola: eravamo le generazioni a cui avevano promesso un mondo senza più guerre. Cos’è successo ai grandi che ci avevano assicurato che non sarebbe successo “mai più”?

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