Diritti
Grumwalski, storia di un sindacalista di provincia e del suo privilegio
Una storia di sanità, lavoro, diritto e privilegio dalle parti di Bergamo.
Che strano autunno, pensava il sindacalista di provincia.
Poteva vederlo dalla finestra dell’ufficio in una giornata che pareva molto quieta oltre che inutilmente assolata.
Poi però il telefono iniziò a squillare. Meglio così si disse lui, così la smetto di pensare banalità del genere.
Al telefono una signora che lavora come somministrata in una azienda che segue, il marito ha avuto un infortunio grave sul lavoro, può stare a casa per assisterlo?
“Gli hanno amputato i piedi ieri”, disse, “ora è in ospedale e voglio stare con lui.”
“Se è in ospedale purtroppo puoi solo usare le ferie. I permessi della legge 104 non si possono usare se l’assistito non è a casa.”
L’assistito, la legge, i permessi 104, la distanza tra le norme e le vite si osserva bene anche nelle parole, pensò il sindacalista di provincia.
Una decina di giorni dopo la signora Tall richiamò:
“L’ospedale domani lo manda a casa. Io non so come fare con il lavoro, mi scade il lavoro tra due mesi”. Faceva del suo meglio per parlare in italiano, la signora Tall.
“Ma quindi non gli hanno cercato una struttura per la riabilitazione?”.
“No, mi hanno detto che ci sono io per aiutarlo. Suo marito per noi è guarito, hanno detto.”
È un grande ospedale pubblico santiddio, ma siamo alle solite, pensò il sindacalista, proprio come con mia madre.
Circa un anno prima, nello stesso ospedale, grande e pubblico, un Viceprimario tentò di dirgli le stesse cose, annunciando le dimissioni di sua madre 83enne, dopo una operazione e un mese di degenza con la conseguente perdita di mobilità.
Ovviamente con lui il tentativo finì in mezz’ora.
Conosce le leggi, ha la dialettica e l’aggressività giusta. L’ultimo fioco tentativo fu chiedergli se aveva una sorella, o una moglie, che potesse farsi carico di assistere la madre: le donne, si sa, son più portate.
Ma già poche ore dopo la struttura di riabilitazione era pronta, e insomma “ora tutto a posto Signor M.?”
Tutto a posto un accidente. Fossi stato un altro non la avreste risolta cosi, pensò.
Il sindacalista di provincia ha ancora addosso la sensazione collosa di aver esercitato sì un diritto, ma a cui ha potuto accedere grazie a un privilegio: conoscere le norme, essere sicuro di sè, saper parlare. Essere bianco, anche.
Il suo sindacato ha mandato subiro una letteraccia all’ospedale, grande e pubblico, e la signora Tall ha chiamato il sindacalista di provincia il mattino dopo: “mi hanno alzato la voce perchè dicono che mettiamo problemi, ma mio marito resta qui finchè non trovano un posto per riabilitazione”.
“Grazie, avete fatto tutto voi”.
“Ora torno da Mbaye, oggi è il suo compleanno, voglio stare con lui”
Il sindacalista di provincia non riesce lo stesso a essere contento.
Pensa anzi che non ci sia nulla per cui esserlo: in fondo lui è solo parte dell’ala benevola di una società cannibale, dove il problema non è la caduta, ma nemmeno l’atterraggio: il problema è che l’atterraggio c’è già stato per troppe e troppi, e solo il privilegio non lo rende sempre evidente anche a lui.
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