Diritti
Il Voting Rights Act: uno spartiacque della democrazia americana
una breve riflessione sul sistema elettorale americano
Il Voting Rights Act: uno spartiacque della democrazia americana
di Luca Michelini
Leggo con estremo interesse gli articoli che Mauro Frangi dedica alla elezioni per il Senato degli Stati Uniti d’America. Vorrei solo proporre una cornice istituzionale di questi importanti momenti elettorali, decisivi anche sul versante della politica estera, per spingere ad approfondire il tema della natura sociale degli Stati Uniti d’America.
Il Voting Rights Act del 1965 fu il provvedimento con cui gli Stati Uniti cercarono di rendere finalmente effettivo il XV emendamento, approvato quasi un secolo prima, ma sistematicamente svuotato da pratiche discriminatorie nei confronti degli afroamericani, soprattutto negli stati del Sud. Con quella legge, firmata da Lyndon B. Johnson il 6 agosto 1965, Washington mise fuori legge strumenti come i “literacy tests”, rafforzò l’intervento federale e trasformò il diritto di voto da principio costituzionale astratto in tutela concreta
I literacy tests funzionavano così: per iscriversi alle liste elettorali, una persona doveva superare una prova di lettura, scrittura o comprensione di un brano, spesso accompagnata da domande sull’interpretazione della Costituzione o di testi giuridici. Sulla carta sembravano verifiche “neutrali”, ma in realtà erano amministrate in modo arbitrario: ai bianchi venivano poste domande facili o venivano esentati, mentre agli afroamericani si davano prove volutamente difficili o si giudicavano “sbagliate” anche risposte corrette
Per capire l’importanza del Voting Rights Act bisogna ricordare il contesto. Dopo la fine della schiavitù, la cittadinanza politica dei neri americani era stata ostacolata con tasse elettorali, test di alfabetizzazione, cavilli burocratici, minacce, violenze e rappresaglie economiche. Le autorità federali avevano già tentato di contrastare queste pratiche, ma la strategia giudiziaria “caso per caso” si rivelava troppo lenta: una volta annullata una misura discriminatoria, gli Stati ne inventavano subito un’altra. Il Congresso arrivò così alla conclusione che servisse un meccanismo eccezionale, capace non solo di punire la discriminazione dopo che si era verificata, ma di bloccarla in anticipo.
Il cuore del Voting Rights Act stava in due disposizioni.
La prima era la Section 2, che proibiva in tutto il paese qualsiasi pratica elettorale che negasse o limitasse il voto per motivi di razza o colore; in seguito, gli emendamenti del 1975 ne avrebbero esteso l’ambito anche a determinate minoranze linguistiche. La seconda, molto più innovativa, era la Section 5, che imponeva alle giurisdizioni con una lunga storia di discriminazione elettorale di ottenere una preventiva autorizzazione federale — il celebre “preclearance” — prima di modificare qualunque regola relativa al voto: circoscrizioni, procedure di registrazione, sedi dei seggi, sistemi di identificazione e così via.
Questa architettura giuridica fece del Voting Rights Act una legge straordinariamente efficace. Per quasi mezzo secolo, il “preclearance” impedì che molte modifiche elettorali potenzialmente discriminatorie entrassero in vigore. La differenza rispetto ai rimedi ordinari era radicale: invece di lasciare ai cittadini discriminati l’onere di fare causa dopo il danno, il VRA imponeva agli stati “sospetti” di dimostrare in anticipo che la nuova misura non avrebbe colpito gli elettori delle minoranze.
Gli effetti furono profondi. La letteratura mostra che il VRA contribuì ad aumentare rapidamente la registrazione elettorale afroamericana, la partecipazione al voto e la presenza di eletti neri nelle istituzioni locali e statali del Sud. Non si trattò soltanto di una maggiore inclusione simbolica: in molti casi cambiarono anche la distribuzione delle risorse pubbliche, la composizione dei governi locali e le priorità della spesa sociale. In questo senso il Voting Rights Act fu, come molti studiosi sostengono, il pilastro della rifondazione democratica resa possibile dal movimento per i diritti civili.
Ma proprio qui si colloca il punto che oggi appare decisivo: la sentenza della Corte Suprema del 2013, Shelby County v. Holder. La Corte, con una maggioranza di 5 a 4, non dichiarò incostituzionale in sé la Section 5, cioè il principio del “preclearance”. Colpì però la Section 4(b), la formula che stabiliva quali Stati e Contee fossero soggetti a quel controllo federale. Senza formula di copertura, la Section 5 rimase di fatto inoperante.
L’importanza della sentenza del 2013 sta dunque in questo: non abolì l’intero Voting Rights Act, ma ne neutralizzò il dispositivo più preventivo e incisivo. Da quel momento, non fu più necessario per molti Stati con storie documentate di discriminazione chiedere il permesso a Washington prima di cambiare le regole del voto. La tutela tornò a essere in larga parte reattiva, affidata soprattutto alla Section 2, cioè a cause giudiziarie successive alla lesione, più lente, costose e difficili da sostenere.
È qui che la lettura della ricerca di Jesse H. Rhodes si rivela particolarmente utile. Nel suo volume Ballot Blocked, Rhodes sostiene che l’indebolimento del Voting Rights Act non fu un incidente improvviso, ma l’esito di un processo politico di lungo periodo. Secondo la sua tesi, molti dirigenti conservatori, soprattutto repubblicani, evitarono spesso di attaccare apertamente il diritto di voto sul terreno legislativo — troppo visibile e troppo rischioso sul piano elettorale — preferendo invece restringere l’enforcement attraverso nomine giudiziarie, interpretazioni amministrative e scelte meno tracciabili dal punto di vista dell’opinione pubblica.
In questa prospettiva, Shelby County v. Holder appare non come un avvenimento inaspettato e casuale, ma come il culmine di una lenta erosione. Rhodes parla infatti di una divergenza tra tre piani: il testo legislativo, spesso ancora formalmente protettivo; l’amministrazione della legge, sempre più frammentata; e l’interpretazione giudiziaria, progressivamente meno generosa. Il risultato è che una legge celebrata pubblicamente da entrambi i partiti come pilastro della democrazia razziale è stata, nel concreto, svuotata gradualmente proprio nei suoi meccanismi di applicazione.
La rilevanza politica della decisione del 2013 si misurò quasi subito. Diverse fonti ricordano che il giorno stesso della sentenza il Texas annunciò l’entrata in vigore di una severa legge sull’identificazione degli elettori che in precedenza era stata bloccata proprio dal “preclearance” federale. Al di là del singolo caso, la decisione aprì la strada a una nuova stagione di leggi restrittive su documenti, registrazione, voto anticipato e organizzazione dei seggi, in un quadro in cui l’onere di contestare la discriminazione ricadeva nuovamente sui cittadini e sulle associazioni.
Per questo il Voting Rights Act del 1965 e la sentenza del 2013 vanno letti insieme. La legge del 1965 rappresentò il momento in cui lo Stato federale riconobbe che, per rendere reale il suffragio universale, non bastava proclamare un diritto: bisognava costruire strumenti efficaci di tutela. La sentenza Shelby County, al contrario, segnò il ritorno a una concezione meno interventista, in cui il sospetto verso il federalismo punitivo prevalse sulla logica preventiva che aveva reso il VRA tanto potente. Se il 1965 fu l’anno della piena cittadinanza politica afroamericana, il 2013 è spesso considerato l’anno in cui quella conquista perse il suo scudo più robusto.
Riferimenti bibliografici essenziali:
Rhodes, Jesse H. Ballot Blocked: The Political Erosion of the Voting Rights Act. Stanford: Stanford University Press, 2017.
Valelly, Richard M. The Two Reconstructions: The Struggle for Black Enfranchisement. Chicago: University of Chicago Press, 2004.
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