Italia

La necessità di un nuovo partito

La lotta interna al Partito democratico

20 Febbraio 2026

La necessità di un nuovo partito

di Luca Michelini

Ho letto con vivo interesse l’articolo di Tomaso Montanari “Dalla giustizia al riarmo. La destra PD è con Meloni”, uscito sul “Fatto” del 20 gennaio 2026. Avendo pubblicato diversi saggi sulla cultura economica e politica del partito, mi permetto di proporre alcune considerazioni.

Anzitutto è necessario osservare che la “sinistra” del PD risulta storicamente del tutto funzionale alla destra del partito. Non si tratta, cioè, solo di una questione di egemonia. Alla sinistra del PD è di fatto demandata la retorica sociale del partito. Una retorica importante, certo, che è valsa la costruzione degli schieramenti elettorali, ma che non ha mai sottesa la politica di governo. Una retorica che è stata fondamentale nell’irretire anzitutto Sinistra Italiana, che non ha mai tentato di giocarsi seriamente una partita in modo autonomo. Una retorica utile, infine, per costruire l’alleanza con i 5S.

E’ bene ricordarsi che i provvedimenti più innovativi attuati dai 5S sono stati il frutto del Conte I. E’ cioè stata l’alleanza giallo-verde a proporre una decisa politica redistributiva, con il reddito di cittadinanza, e a tentare di emancipare, con i bonus edilizi (cioè con la moneta fiscale poi trasformata in debito pubblico dagli economisti dell’austerità), sia la politica economica che gli industriali, dalla finanza che ha in mano il debito pubblico del paese. E’ altresì utile ricordare che le remore della Lega nel trattare adeguatamente il tema di autostrade, che sottendeva l’idea di non prevedere alcun indennizzo miliardario, ha poi trovato continuità nel Conte II, dove il ruolo del PD è stato decisivo. E ancora: è ai 5S che dobbiamo il tentativo di trasformare l’Europa dell’austerità nell’Europa sociale vaticinata nel Manifesto di Ventotene, fino all’ottenimento di una cospicua quota di finanziamenti europei per lo sviluppo economico e sociale del paese.

Chiedere alla Schlein, come chiede Montanari, una chiarificazione interna al PD, cioè, in altri termini, chiederle di spaccare il PD affinché la parte “liberal”, cioè conservatrice, confluisca nella sua sede naturale, è certo condivisibile. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che ciò significa spingere la Schlein a definire un vero e reale programma socialdemocratico: che al momento è appena ai suoi timidi inizi.  Un programma realmente ancorato all’articolo terzo della nostra Costituzione e quindi ben lontano dai propositi di “terza via” alla Tony Blair e dai proponimenti del rimpianto Ulivo. Per arrivare a questa decantazione, sarebbe necessario arrivare ad un chiarimento anche con la componente che possiamo chiamare “Bersani”, a cui il PD della Schlein ha affidato il compito di portare nelle televisioni la bandiera della “sinistra”. In effetti, se ripercorriamo la storia del PD, ci accorgiamo che Bersani è stato un protagonista fondamentale della nascita e dello sviluppo della cultura cd “liberal”. Ciò che lo differenzia dai liberal conservatori del PD è il suo reiterato rimpianto, che poi è la sua utopia, di trovare in Italia una borghesia che si faccia perno della democrazia. In Italia questa borghesia non c’è. E ha fatto capire più volte, a chiare lettere, che ha ben altri obiettivi che quelli della salvaguardia della democrazia fondata sulla Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta di liberazione.

La mia riflessione non ha alcun intento polemico nei confronti di Pier Luigi Bersani, che è un leader moralmente limpido, degno erede di Enrico Berlinguer per la capacità di dialogo che dimostra e per la prudenza di movimento; un leader che lotta onestamente per una propria utopia. Il problema, tuttavia, oggi è quello di costruire un partito che sappia effettivamente ancorarsi ai valori e ai ceti sociali della socialdemocrazia e che sappia realmente dialogare con i 5S e con SI. Anche andando oltre i confini politici oggi esistenti, sia per sollecitare il vasto mondo dell’astensionismo, sia per incalzare quelle forze politiche del centro destra e quei ceti sociali che in essa per ora si riconoscono, che potrebbero aderire ad un programma realmente capace di realizzare gli interessi nazionali.

A quale fine? Anzitutto per salvare la nostra democrazia: che, a differenza di altri paesi, è stata il frutto delle capacità egemoniche del movimento socialista, in ogni sua componente culturale e partitica. Senza il movimento socialista nemmeno i cosiddetti diritti borghesi (liberal-democratici) sarebbero mai stati codificati nel nostro paese. La borghesia italiana può diventare democratica se e soltanto se esiste un movimento socialista autonomo, corposo, caparbio, coraggioso, chiaro e diretto nei suoi proponimenti.

Forse è venuto il momento che Tomaso Montanari, tra i pochi a vedere lucidamente il carattere eversivo delle destre di governo, si ponga l’obiettivo, insieme a tutte le forze politiche e sociali che condividono i suoi ragionamenti, di organizzare un partito nuovo. Fatto di una struttura organizzativa nuova e seria, radicata nel territorio e anzitutto nei posti di lavoro. Con un giornale proprio, con una rivista propria, con parlamentari propri e con una vita democratica propria e reale. E che tra i propri obiettivi abbia quello della elaborazione di una proposta di legge capace di regolamentare la vita interna dei partiti per renderli effettivamente democratici e per ciò stesso motori della Repubblica e non antesignani delle più svariate forme di autoritarismo.

Che cosa significhi “partito nuovo”, nel concreto (rifondazione del PD, confluenza con SI, nascita di una nuova organizzazione ecc.), dipenderà da come si decanterà lo scontro tra Schlein e la destra PD. Sempre che la sinistra del PD voglia diventare effettivamente una forza politica autonoma.

 

Bibliografia essenziale:

Luca Michelini, La fine del liberismo di sinistra, 1998-2008, Firenze, Il Ponte Editore, 2008;

Luca Michelini, Critica del liberismo italiano, 1990-2020, Milano, Feltrinelli, 2020.

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