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Sahara Occidentale denuncia all’ONU: repressione, fame e il silenzio complice del mondo

Alla 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani, la questione sahrawi mostra due crisi: repressione dei difensori nel Sahara Occidentale occupato e peggioramento della vita nei campi di Tindouf, mentre calano gli aiuti e arretra il diritto all’autodeterminazione.

24 Settembre 2026

Nella 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, svoltasi a Ginevra tra settembre e ottobre 2026, la questione sahrawi è riemersa sotto una doppia forma: la repressione quotidiana nel territorio occupato e la crescente precarizzazione della vita nei campi profughi sahrawi situati nei pressi di Tindouf.

Due realtà che vengono spesso presentate separatamente la violazione dei diritti umani nel Sahara Occidentale e la riduzione degli aiuti umanitari ai rifugiati sahrawi fanno in realtà parte della stessa struttura politica: la prosecuzione indefinita del conflitto, la normalizzazione dell’occupazione e la progressiva stanchezza della comunità internazionale.

Nel territorio occupato, difendere i diritti umani continua a essere un’attività rischiosa. La sorveglianza degli attivisti sahrawi, le restrizioni alla libertà di espressione e di riunione, gli arresti, le ritorsioni e il divieto di accesso imposto a giornalisti, osservatori e organizzazioni indipendenti hanno trasformato il territorio in una zona quasi sottratta allo sguardo esterno.

L’intervento della difensora sahrawi Ghalia Djimi, sopravvissuta a una sparizione forzata, ha dato voce a questa realtà:

“La sorveglianza dei difensori che sostengono il diritto all’autodeterminazione, il loro silenziamento e la loro punizione, il divieto di accesso al territorio per coloro che dovrebbero testimoniare sulla loro situazione, la restrizione delle libertà fondamentali, l’impunità e il mancato ritorno dei resti di coloro che sono morti tra gli scomparsi aggravano la sofferenza del popolo sahrawi.”

Questa enumerazione non descrive una serie di abusi isolati. Descrive un sistema. La persecuzione dei difensori, la chiusura del territorio e l’impunità si rafforzano a vicenda: chi denuncia le violazioni viene punito; chi potrebbe verificarle non può entrare; e, senza osservatori indipendenti, le autorità responsabili possono negare i fatti o presentarli come semplici episodi di ordine pubblico.

Il problema non riguarda soltanto le singole vittime. Riguarda anche la capacità del sistema internazionale di osservare, indagare e proteggere. Come è stato sottolineato davanti al Consiglio:

“Non si tratta semplicemente di casi individuali, ma della capacità del sistema internazionale di protezione dei diritti umani di funzionare in un luogo in cui il monitoraggio indipendente viene sistematicamente ostacolato.”

Da anni l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani non può esercitare una presenza regolare e indipendente nel territorio. Questa assenza non è un dettaglio amministrativo. dove non esiste un monitoraggio internazionale, la violenza può restare fuori dai rapporti, le ritorsioni possono essere presentate come procedimenti giudiziari e l’impunità può assumere l’apparenza della normalità.

La testimonianza di Djimi rivela inoltre la distanza tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro applicazione concreta. L’attivista ha ricordato che, nonostante abbia ottenuto due sentenze favorevoli dai tribunali amministrativi marocchini, una in primo grado e l’altra in appello, continua a essere privata dell’elettricità:

“Sono stata privata per anni di un diritto fondamentale l’elettricità nonostante abbia ottenuto due sentenze favorevoli dai tribunali amministrativi marocchini, che restano non applicate nel 2026.”

La mancata esecuzione di una sentenza giudiziaria mostra i limiti di una legalità che può riconoscere un diritto sulla carta e negarlo nella pratica. La giustizia smette così di essere uno strumento di riparazione e diventa una promessa priva di conseguenze.

Le denunce riguardanti l’avvocato Mhamed Hali, così come la situazione dei difensori incarcerati in relazione agli eventi di Gdeim Izik, confermano la continuità di questa politica di pressione. L’obiettivo non sembra limitarsi a punire determinate persone, ma a smantellare le reti capaci di documentare la repressione, trasmetterla all’esterno e mantenere viva la rivendicazione dell’autodeterminazione.

“Un territorio non può diventare invisibile semplicemente perché l’accesso è limitato o perché la sua causa è politica.”

La frase riassume uno dei paradossi centrali del conflitto. Quanto più difficile è accedere al territorio, tanto meno visibile diventa la sua realtà; e quanto meno visibile è, tanto più facile diventa presentarlo come una disputa territoriale congelata, una questione diplomatica tra parti o un problema di sicurezza regionale. L’occupazione si trasforma così in paesaggio: qualcosa di permanente, quasi naturale, che non suscita più domande.

A questa invisibilizzazione politica si aggiunge il deterioramento della situazione umanitaria nei campi profughi sahrawi. Decine di migliaia di persone continuano a dipendere dagli aiuti internazionali dopo quasi mezzo secolo di sfollamento. La durata dell’esilio ha creato una forma di dipendenza che non è il risultato di una catastrofe momentanea, ma dell’assenza di una soluzione politica.

L’intervento di Omar Abdeslam, di AFAPREDESA, ha messo in guardia sugli effetti della riduzione dei finanziamenti umanitari:

“L’assistenza umanitaria resta essenziale per soddisfare i bisogni fondamentali, ma la mancanza di finanziamenti incide sempre più sull’alimentazione, sulla nutrizione, sull’acqua e su altri servizi essenziali.”

La diminuzione degli aiuti alimentari non è il risultato di un miglioramento delle condizioni. È il prodotto della mancanza di risorse e della competizione tra crisi umanitarie. In un sistema internazionale sottoposto a emergenze molteplici, i rifugiati sahrawi rischiano di diventare vittime della durata: una popolazione la cui tragedia, proprio perché si protrae da decenni, perde priorità nelle agende politiche e di bilancio.

Ma il tempo non riduce i bisogni. Nei campi, situati in una delle regioni più aride e difficili del Nord Africa, le famiglie dipendono dalla distribuzione di alimenti di base, dall’approvvigionamento idrico e dai programmi nutrizionali destinati soprattutto ai bambini, alle donne incinte e alle madri che allattano. Quando i finanziamenti diminuiscono, non si riduce soltanto la quantità delle razioni. Diminuisce anche la loro varietà e si indeboliscono i programmi destinati a prevenire l’anemia e la malnutrizione.

L’insicurezza alimentare si manifesta allora nelle decisioni quotidiane: ridurre il numero dei pasti, rinunciare agli alimenti freschi, indebitarsi, vendere beni essenziali o distribuire in modo diseguale il cibo disponibile all’interno della famiglia. Per le famiglie più vulnerabili, l’aiuto internazionale non rappresenta un’integrazione, ma la differenza tra mangiare e non mangiare.

La crisi nutrizionale ha una dimensione particolarmente grave tra i bambini. La mancanza di un’alimentazione diversificata e stabile aumenta il rischio di malnutrizione acuta, anemia e ritardi nello sviluppo. Nel caso delle donne, la precarietà alimentare durante la gravidanza e l’allattamento può compromettere sia la loro salute sia quella dei figli. La riduzione degli aiuti, pertanto, non è soltanto un problema logistico: minaccia diritti fondamentali e approfondisce disuguaglianze già esistenti.

“Una crisi prolungata non diventa meno urgente semplicemente perché dura da decenni.”

L’avvertimento è essenziale. La durata dell’esilio non può essere utilizzata come argomento per ridurre gli aiuti. Al contrario, dovrebbe obbligare a garantire finanziamenti più stabili e prevedibili. I contributi eccezionali possono evitare interruzioni temporanee, ma non risolvono il problema strutturale di una popolazione che vive da generazioni in condizioni di rifugio.

In questo scenario, la decisione annunciata dal Cile di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale introduce un elemento politico di particolare gravità. Il gesto non si limita a modificare una posizione diplomatica. Contribuisce a legittimare la tesi di una delle parti in un territorio il cui status definitivo resta subordinato a una soluzione conforme al diritto internazionale e al diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione.

La decisione cilena arriva inoltre in un contesto di intensificazione delle relazioni economiche e commerciali con il Marocco. La combinazione tra riconoscimento politico, investimenti e cooperazione economica solleva una domanda scomoda: gli interessi diplomatici o commerciali possono sostituirsi ai diritti di una popolazione che non ha ancora potuto decidere liberamente del proprio futuro?

Il rischio è evidente. Quando gli Stati presentano l’occupazione come una realtà irreversibile e la accompagnano con accordi economici, la politica internazionale smette di cercare una soluzione e comincia ad amministrare lo status quo. La diplomazia non agisce più per correggere lo squilibrio tra occupante e occupato, ma per adattarsi a esso.

Il riconoscimento della sovranità marocchina può inoltre favorire la normalizzazione delle attività economiche realizzate nel territorio senza il consenso del popolo sahrawi. Attraverso il linguaggio della cooperazione, degli investimenti e dello sviluppo regionale, il conflitto rischia di essere depoliticizzato. Le risorse del territorio possono circolare, gli accordi possono moltiplicarsi e le relazioni commerciali consolidarsi mentre i difensori sahrawi continuano a essere sorvegliati e i rifugiati affrontano la riduzione delle razioni alimentari.

La contraddizione è difficile da ignorare: mentre si restringe lo spazio per coloro che difendono i diritti umani nel territorio occupato, si amplia lo spazio diplomatico ed economico per le autorità che controllano quel territorio. Mentre si parla di stabilità e sviluppo, diminuiscono le risorse destinate a coloro che vivono da decenni in esilio.

Gli interventi svolti davanti al Consiglio dei diritti umani hanno ricordato che non esiste una vera stabilità fondata sull’invisibilità, sull’impunità e sulla dipendenza dagli aiuti. La questione sahrawi non è una crisi congelata un conflitto residuale. È una situazione politica ancora attiva, sostenuta dall’assenza di meccanismi internazionali di monitoraggio, dall’indebolimento della pressione diplomatica e dalla progressiva normalizzazione dell’occupazione.

Il Consiglio dovrebbe esigere l’accesso permanente dell’Alto Commissariato e delle procedure speciali delle Nazioni Unite al Sahara Occidentale; garantire la protezione dei difensori sahrawi; indagare sulle denunce di tortura, sparizione forzata, detenzione arbitraria e ritorsioni; e chiedere l’effettiva applicazione delle decisioni giudiziarie favorevoli alle vittime.

Dovrebbe inoltre esigere dagli Stati donatori finanziamenti sufficienti, stabili e pluriennali per i campi profughi, con particolare attenzione ai programmi di alimentazione, nutrizione, acqua e salute. Gli aiuti umanitari non possono funzionare come un’elemosina intermittente destinata a contenere le conseguenze di un conflitto che la diplomazia si rifiuta di risolvere.

Ciò che è in gioco non è soltanto la continuità delle razioni alimentari o l’accesso degli osservatori internazionali. È in gioco la possibilità per un popolo sottoposto all’occupazione e condannato all’esilio di conservare la propria visibilità politica, i propri diritti e la capacità di rivendicare un futuro autonomo. Mentre il mondo si abitua all’occupazione, i sahrawi continuano a pagare il prezzo di questa abitudine.

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