Italia
La donna secondo Tajani. Seria, fedele e con la gonna lunga
Le donne non devono dimostrare di essere serie, discrete, fedeli o abbastanza vestite per meritare rispetto. E quando a misurarne il valore sono le parole di un vicepresidente del Consiglio, il patriarcato non è più una battuta infelice: ha trovato un microfono nelle istituzioni.
La prima cosa che ho pensato è stata: Crozza. La seconda: Silvio. Poi ho controllato ed era davvero Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia. Infine, è arrivato Crozza a imitare Tajani e a quel punto il cerchio si è chiuso: in Italia la satira deve ormai fare gli straordinari semplicemente per raggiungere la realtà.
Tajani, volendo spiegare l’affidabilità del centrodestra, ha scelto una metafora sentimentale. Se un figlio gli chiedesse quale donna sposare, gli consiglierebbe quella meno appariscente, più seria, affidabile, destinata a essere una buona madre di famiglia, anziché quella affascinante che ha avuto diversi fidanzati e potrebbe essere incline al tradimento. Fin qui siamo dalle parti di un consultorio matrimoniale aperto nel 1957. Ma il ministro ha voluto offrire un criterio scientifico supplementare: la lunghezza della gonna. Quella seria, infatti, ce l’ha un po’ più lunga.
Non sappiamo ancora quanti centimetri servano per entrare nella categoria dell’affidabilità. Sarebbe utile una circolare ministeriale. Sopra il ginocchio rischio moderato, metà coscia allerta arancione, minigonna possibile cornetto. Alla caviglia, invece, fedeltà certificata e accesso diretto al matrimonio. Potremmo affidare il controllo alla Guardia di finanza, che almeno dispone già del metro per altri accertamenti.
Ma è stato pensando a Forza Italia che mi è apparso Silvio. Non per nostalgia politica, quanto per un problema storico. Immaginare che il partito fondato da Berlusconi arrivi trent’anni dopo a raccomandare gonne lunghe è uno di quegli scherzi che la storia prepara con una pazienza irraggiungibile per qualsiasi autore satirico. Il Cavaliere aveva costruito un pezzo dell’immaginario nazionale su un’estetica che difficilmente avrebbe superato il nuovo test sartoriale del suo successore. Tajani sembra aver ereditato Forza Italia insieme alla necessità di mettere qualche centimetro di stoffa in più al berlusconismo.
Poi naturalmente sono arrivate le spiegazioni. Il ministro si è scusato con chi si è sentito offeso, ha precisato che non voleva offendere nessuno e ha ricordato di avere nominato due donne ambasciatrici in Iran e Afghanistan. E qui la faccenda smette per un momento di essere comica, perché ogni volta che un uomo pubblico pronuncia una sciocchezza sulle donne compare immancabilmente una donna conosciuta, nominata, stimata o promossa a dimostrare che dunque quella sciocchezza non poteva essere tale.
Il problema, però, non sono le intenzioni di Tajani e nemmeno stabilire se sia personalmente un uomo rispettoso delle donne. Il problema è che certe parole, quando vengono pronunciate da un vicepresidente del Consiglio, non abitano più soltanto nella testa di chi le pronuncia. Entrano nelle istituzioni. E il patriarcato, se vogliamo continuare a usare questa parola senza ridurla a uno slogan, passa anche da qui: dall’idea che un uomo possa ancora classificare pubblicamente una donna come seria o inaffidabile sulla base di quanti fidanzati abbia avuto, di quanto sia appariscente e persino di dove finisca la sua gonna. Un’istituzione democratica dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale questi criteri smettono di avere cittadinanza, non quello dal quale vengono pronunciati con un microfono in mano.
Forse, però, stiamo prendendo Tajani troppo sul serio. Potrebbe aver inaugurato una nuova dottrina di politica estera fondata sull’abbigliamento. Prima di ogni vertice, anziché consultare dossier e rapporti diplomatici, basterà osservare gli orli. Resta soltanto da capire quale sia la lunghezza di gonna richiesta per entrare nella Nato e se una minigonna possa far scattare l’articolo 5.
Io continuo comunque ad avere un problema. Ho guardato Tajani, ho pensato a Crozza e poi ho pensato a Berlusconi. E a un certo punto mi sono detto: Silvio non se lo meritava.
Perché qui, alla fine, non si tratta più di gonne, né di battute riuscite male. Si tratta di qualcosa di molto più antico e molto più resistente: l’idea che una donna possa ancora essere misurata, classificata, giudicata a partire dal suo corpo, dal modo in cui si veste, dagli uomini che ha avuto accanto, e che tutto questo possa dire qualcosa sulla sua serietà, sulla sua affidabilità, sul suo valore.
È precisamente questo il punto sul quale non si può scherzare fino in fondo. Il patriarcato non è soltanto violenza, imposizione o discriminazione esplicita. È anche lo sguardo che continua a stabilire quale donna sia “perbene” e quale no, quale meriti fiducia e quale susciti sospetto. Quando quello sguardo entra nelle istituzioni, anche sotto forma di metafora o battuta, smette di essere soltanto una goffaggine privata e diventa cultura pubblica.
Le istituzioni dovrebbero servire anche a questo: a liberare le donne dal dovere di dimostrare di essere abbastanza serie, abbastanza discrete, abbastanza vestite, abbastanza fedeli per meritare rispetto. Il rispetto viene prima. E non si misura in centimetri.
Devi fare login per commentare
Accedi