Intelligenza artificiale (AI)

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Centri dati: l’appetito elettrico dell’intelligenza artificiale mette sotto pressione le reti

La crescita dei centri dati, alimentata dall’intelligenza artificiale, mette sotto pressione le reti elettriche. La CEE-ONU sollecita una pianificazione integrata che consideri energia, acqua, suolo, costi sociali e sovranità digitale.

9 Settembre 2026

La crescita fulminea dei centri dati, trainata dall’intelligenza artificiale, sta mettendo sotto pressione le reti elettriche. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa chiede una pianificazione integrata che tenga conto dell’energia, dell’acqua, del suolo, dei costi sociali e della sovranità digitale.

L’intelligenza artificiale non è immateriale. Dietro i modelli generativi, gli algoritmi e i servizi digitali si sviluppa un’infrastruttura industriale fortemente energivora: i centri dati. La loro espansione sta modificando gli equilibri dei sistemi energetici e pone questioni che vanno ben oltre la semplice capacità delle reti.

Secondo gli esperti della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa (CEE-ONU), la moltiplicazione dei centri dati hyperscale, in particolare quelli destinati all’intelligenza artificiale, minaccia l’affidabilità e la resilienza dei sistemi elettrici. La crescita di queste strutture incide inoltre sugli investimenti infrastrutturali, sulle risorse idriche, sull’uso del suolo, sullo sviluppo economico, sulle comunità locali e sulla sovranità digitale.

Il consumo mondiale di elettricità dei centri dati potrebbe quasi raddoppiare, passando da circa 485 terawattora nel 2025 a 950 terawattora nel 2030: quasi il 3% della domanda globale. A questo aumento si aggiungono i consumi legati al mining delle criptovalute, stimati tra 100 e 130 terawattora all’anno, oltre a quelli derivanti dall’elettrificazione industriale.

La crescita è rapida e fortemente concentrata dal punto di vista geografico. Gli investimenti mondiali nei centri dati potrebbero passare da circa 800 miliardi di dollari all’anno nel 2026 a 1.800 miliardi nel 2050. Le reti elettriche, però, non si sviluppano con la stessa rapidità: un impianto ad alta potenza può essere costruito in due-cinque anni, mentre una nuova linea di trasmissione richiede spesso più di un decennio, a causa delle procedure di pianificazione, autorizzazione e connessione.

Lo scontro tra la velocità digitale e la lentezza delle reti

Il divario è già evidente in diverse regioni. L’Irlanda ha introdotto restrizioni ai nuovi allacciamenti nell’area di Dublino. Nei Paesi Bassi, le decisioni urbanistiche sono diventate più rigorose a causa dei vincoli infrastrutturali e della scarsità di terreni. Negli Stati Uniti, i centri dati dovrebbero contribuire in modo significativo all’aumento della domanda di apparecchiature elettriche e aggravare le tensioni sulle catene di approvvigionamento entro il 2030.

Per la CEE-ONU, uno dei principali rischi riguarda la scarsa visibilità sul comportamento effettivo di questi grandi consumatori. I gestori delle reti dispongono ancora di informazioni insufficienti sui profili di carico, sui fabbisogni futuri e sulla capacità degli impianti di modulare i consumi. Questa opacità complica la pianificazione e può indebolire la gestione del sistema nei periodi di maggiore tensione.

Il documento elaborato da una task force internazionale sulla digitalizzazione dell’energia chiede quindi maggiore trasparenza, standard comuni di rendicontazione e scambi di informazioni in tempo reale. Invita inoltre a rafforzare il coordinamento tra sviluppatori, gestori delle reti, autorità di regolazione, enti locali e amministrazioni responsabili dell’acqua, della pianificazione territoriale e delle infrastrutture.

Nei sistemi elettrici caratterizzati da una forte presenza di fonti rinnovabili, i centri dati dedicati all’intelligenza artificiale possono avere effetti sproporzionati sulla stabilità della tensione e della frequenza. La domanda può variare rapidamente, soprattutto durante le fasi di addestramento o di utilizzo intensivo dei modelli. In situazioni estreme, queste fluttuazioni possono provocare oscillazioni di tensione, disconnessioni improvvise e guasti a cascata.

L’elettricità a basso costo non basta

Gli attuali quadri normativi sono stati concepiti per accompagnare una crescita relativamente prevedibile della domanda. I centri dati e gli altri grandi consumatori digitali introducono invece una dinamica diversa: una domanda concentrata, rapida, massiccia e talvolta incerta.

Anche la regolamentazione ambientale si sta evolvendo, ma resta frammentata. Il consumo di elettricità rappresenta soltanto una parte dell’impatto complessivo di queste infrastrutture. Occorre considerare anche le emissioni di carbonio, l’uso dell’acqua, l’occupazione del suolo, i materiali necessari alla costruzione, le apparecchiature elettroniche e i rifiuti generati alla fine del ciclo di vita.

La CEE-ONU raccomanda che i sistemi di valutazione coprano l’intero ciclo di vita dei centri dati. Dovrebbero inoltre misurare gli effetti cumulativi quando più strutture vengono concentrate nella stessa area. Un impianto isolato può apparire gestibile; la loro concentrazione può invece alterare rapidamente gli equilibri idrici, territoriali ed elettrici locali.

La questione è anche economica. I territori dotati di elettricità a basso costo e di una buona connettività attirano gli investimenti nel calcolo ad alte prestazioni. Ma questa attrattività non garantisce che i benefici duraturi rimangano sul territorio. In assenza di una politica industriale e fiscale coerente, i Paesi rischiano di mobilitare una risorsa elettrica scarsa per produrre un valore legato all’intelligenza artificiale che viene in larga parte acquisito da imprese esterne, mentre i costi delle reti, dell’acqua, dei terreni e delle trasformazioni del mercato del lavoro restano localmente.

In altre parole, l’energia a basso costo può attirare i centri dati senza generare necessariamente uno sviluppo economico equilibrato.

Chi deve finanziare le nuove reti?

La crescita dei grandi consumatori pone anche il problema della ripartizione dei costi. Il collegamento di nuove strutture richiede spesso investimenti enormi in linee, sottostazioni e capacità di generazione. Resta da stabilire chi debba sostenerli: gli operatori digitali, i gestori delle infrastrutture, gli enti locali o l’insieme dei consumatori.

In assenza di regole chiare, emergono diversi rischi: sussidi incrociati a favore delle grandi imprese, investimenti sovradimensionati, aumento delle bollette per le famiglie o ritardi nello sviluppo di altre attività economiche.

Servono quindi meccanismi trasparenti per distribuire responsabilità finanziarie e rischi tra i diversi attori. La questione non riguarda soltanto la regolazione energetica: coinvolge anche le politiche di pianificazione territoriale, investimento pubblico e sviluppo regionale.

Anche la scelta dell’ubicazione dei centri dati sta diventando strategica. Le imprese privilegiano spesso i territori che combinano elettricità conveniente, connettività digitale e regolamentazione favorevole. Questi criteri privati non coincidono sempre con le esigenze del sistema elettrico o con l’interesse generale.

Le politiche di insediamento dovrebbero prendere in considerazione la disponibilità d’acqua, la pressione sul suolo, gli impatti ambientali, la capacità delle reti, la connettività digitale e le possibilità di creare attività economiche locali. La vicinanza a una fonte di elettricità non può più essere l’unico criterio decisionale.

Trasformare i centri dati in partner della rete

I centri dati non sono destinati a essere semplici consumatori. Potrebbero offrire flessibilità al sistema elettrico attraverso la modulazione della domanda, lo spostamento dei carichi, l’accumulo, la produzione in loco e il recupero del calore residuo.

Queste possibilità restano tuttavia ampiamente inutilizzate. I modelli economici dominanti privilegiano il funzionamento continuo e la massima disponibilità delle infrastrutture. Le imprese hanno quindi pochi incentivi a interrompere o spostare una parte dei propri consumi, anche quando la rete ne avrebbe bisogno.

Meccanismi di mercato e strumenti regolatori potrebbero remunerare i servizi offerti al sistema: riduzione temporanea dei consumi, gestione della domanda, accumulo o sincronizzazione con i periodi di maggiore produzione rinnovabile. I centri dati potrebbero così diventare attori della transizione energetica, invece di essere soltanto una fonte di pressione.

Alcuni governi stanno già sperimentando regimi di connessione condizionata. In Irlanda, l’accesso alla rete di alcuni centri dati è legato alla costruzione di nuova capacità di generazione. Gli approcci restano però disomogenei e l’assenza di standard comuni alimenta l’incertezza tanto per le imprese quanto per le autorità pubbliche.

Dalla reazione all’anticipazione

La CEE-ONU raccomanda una tabella di marcia progressiva che combini la gestione immediata dei rischi con una riforma della pianificazione a lungo termine. L’obiettivo è passare da decisioni reattive, adottate caso per caso davanti alle richieste di connessione, a una vera integrazione strategica dei grandi carichi elettrici.

Questo cambiamento richiede di non valutare i centri dati soltanto in base alla capacità disponibile sulla rete o alle emissioni dirette. La loro localizzazione deve essere esaminata anche dal punto di vista della sovranità digitale, della distribuzione di benefici e costi, dell’occupazione, della protezione delle risorse, della pianificazione territoriale e della sicurezza nazionale.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe dunque diventare un rivelatore dei limiti dell’attuale modello energetico. Dietro la promessa di un’economia digitale senza confini emergono vincoli molto concreti: linee elettriche da costruire, trasformatori da produrre, terreni da destinare, acqua da utilizzare e costi da distribuire.

Senza una strategia pubblica coordinata, gli Stati rischiano di fornire elettricità, infrastrutture e risorse necessarie a produrre un valore tecnologico catturato soprattutto altrove. Una pianificazione integrata è quindi indispensabile affinché la rivoluzione dei centri dati non si traduca in una privatizzazione dei profitti e in una socializzazione dei costi.

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