Agroalimentare
Semi sotto chiave: l’ONU denuncia la privatizzazione della vita contadina
Un rapporto ONU denuncia la crescente privatizzazione delle sementi, la concentrazione del mercato e la criminalizzazione delle pratiche contadine. Il documento difende il diritto a conservare, scambiare e sviluppare sementi, tutelando biodiversità, sovranità alimentare e diritti
Il seme è il primo anello di ogni filiera alimentare. Tuttavia, ciò che per millenni è stato un bene comune custodito dalle comunità contadine si trova oggi al centro di una disputa globale tra diritti umani, sovranità alimentare e proprietà intellettuale.
Un nuovo rapporto presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sostiene che la governance internazionale delle sementi si orienti sempre più verso la mercificazione, la concentrazione societaria e la criminalizzazione di pratiche ancestrali come conservare, scambiare o vendere le sementi contadine.
Il documento, intitolato Il diritto alle sementi: custodia, recinzione e resistenza, è stato elaborato dal Gruppo di lavoro sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali. La presentazione è stata affidata a Shamlali Guttal, presidente del Gruppo di lavoro, che ha inoltre illustrato il rapporto sulla visita ufficiale effettuata in Ghana dal 5 al 14 maggio 2026.
La diagnosi è netta: le sementi vengono progressivamente trasformate da patrimonio bioculturale in merci sottoposte a regimi di proprietà intellettuale, certificazione commerciale e controllo societario.
Da bene comune a proprietà privata
Il rapporto individua due modelli contrapposti. Il primo considera le sementi beni comuni che sostengono la sovranità alimentare, la biodiversità e i diritti collettivi delle popolazioni rurali. Il secondo le considera attività economiche soggette a brevetti, certificati di privativa per nuove varietà vegetali e regole commerciali globali.
Secondo il Gruppo di lavoro, l’equilibrio tra queste due visioni si è chiaramente spezzato a favore della seconda.
Durante la presentazione del rapporto, Shamlali Guttal ha ricordato che le sementi non sono semplici merci per i contadini e i popoli indigeni.
“Le sementi sono l’inizio di ogni pasto, la memoria di ogni raccolto e la speranza della vita futura. Sono un’eredità vivente, sviluppata nel corso di generazioni attraverso la selezione, lo scambio e l’adattamento a suoli, ecosistemi e climi diversi”.
Guttal ha inoltre sottolineato che l’articolo 19 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini riconosce ai contadini il diritto di conservare, utilizzare, controllare, proteggere e sviluppare le proprie sementi. Di conseguenza, gli Stati hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e rendere effettivo tale diritto.
Le norme internazionali sulla proprietà intellettuale, gli accordi commerciali e i sistemi di certificazione hanno generato crescenti restrizioni per coloro che conservano, scambiano o vendono sementi al di fuori dei circuiti commerciali. Ciò che per secoli è stata una pratica contadina abituale comincia a essere considerato un’infrazione legale in numerosi Paesi.
La concentrazione del mercato mondiale
La privatizzazione delle sementi procede parallelamente a una concentrazione senza precedenti dell’industria. Il rapporto indica che quattro aziende — Bayer, Corteva, Syngenta e BASF — controllano più della metà del mercato mondiale delle sementi commerciali.
Questa concentrazione non incide soltanto sui prezzi. Orienta anche la ricerca genetica, condiziona le politiche agricole e favorisce varietà omogenee progettate per sistemi agricoli intensivi, dipendenti da fertilizzanti e pesticidi.
Ciò erode la diversità agricola e aumenta la dipendenza degli agricoltori dalle grandi aziende fornitrici di sementi e fattori produttivi.
Di fronte a questa tendenza, il rapporto evidenzia l’importanza dei sistemi sementieri gestiti direttamente dagli agricoltori. In alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, questi sistemi forniscono fino al 90% delle sementi utilizzate per le colture alimentari.
Durante il suo intervento, Guttal ha spiegato che questi sistemi tradizionali costituiscono il principale serbatoio della diversità genetica agricola e rappresentano una base fondamentale per la sovranità alimentare e la resilienza di fronte ai cambiamenti climatici.
Il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura riconosce i diritti degli agricoltori e istituisce un sistema multilaterale di accesso e partecipazione ai benefici. Tuttavia, il Gruppo di lavoro ha avvertito che tali impegni vengono applicati in modo disomogeneo e che le risorse destinate al fondo per la condivisione dei benefici restano insufficienti.
Quando conservare le sementi diventa un reato
Uno degli aspetti più allarmanti del rapporto è la descrizione di un processo crescente di criminalizzazione delle pratiche tradizionali legate alle sementi.
In diversi Paesi, gli agricoltori sono stati perseguiti penalmente per aver scambiato, riutilizzato o venduto materiale di semina conservato nelle proprie aziende. Il rapporto documenta casi in Africa, Asia, America Latina ed Europa, con sanzioni che comprendono multe elevate e persino pene detentive.
I regimi di protezione delle varietà vegetali, in particolare quelli ispirati all’Atto del 1991 della Convenzione UPOV, ampliano i diritti esclusivi dei costitutori sul materiale di riproduzione. In alcuni Paesi, le restrizioni possono riguardare pratiche comuni come conservare le sementi di un raccolto per utilizzarle in quello successivo.
Il documento lancia inoltre l’allarme sull’uso crescente di tecnologie di sorveglianza, marcatori genetici, droni e immagini satellitari per individuare presunte violazioni legate a sementi protette.
Secondo il Gruppo di lavoro, esiste una evidente contraddizione: mentre i sistemi contadini continuano a fornire tra il 70% e il 90% delle sementi utilizzate in numerosi Paesi, sono proprio questi sistemi ad affrontare le maggiori restrizioni legali.
Guttal ha inoltre avvertito della diffusione dei brevetti sulle sequenze genetiche e dell’utilizzo di informazioni ottenute da banche dati digitali.
“Le sequenze genetiche possono essere registrate o brevettate senza che sia stato utilizzato fisicamente il seme. Questa pratica può consentire l’uso delle risorse genetiche senza rispettare gli obblighi di condivisione dei benefici”.
Le custodi invisibili
Il rapporto dedica particolare attenzione al ruolo delle donne rurali. Le identifica come principali custodi della diversità genetica e come responsabili della selezione, della conservazione e della trasmissione delle conoscenze sulle sementi in gran parte del mondo.
Tuttavia, le politiche agricole e i quadri normativi tendono a rendere invisibile questo contributo. La privatizzazione delle sementi e l’imposizione di sistemi di certificazione colpiscono in modo sproporzionato le donne, poiché limitano pratiche fondamentali per la loro autonomia economica e alimentare.
L’erosione dei sistemi tradizionali non comporta soltanto la perdita di biodiversità. Riduce anche il margine di azione di coloro che storicamente hanno sostenuto la sicurezza alimentare a livello locale.
Per questo motivo, il Gruppo di lavoro chiede agli Stati di garantire la parità delle donne rurali nella governance delle sementi attraverso una sicurezza nell’accesso alla terra, una rappresentanza effettiva negli organi decisionali e il riconoscimento delle loro conoscenze tradizionali e del loro ruolo di principali custodi delle sementi.
Biodiversità minacciata
Per l’ONU, la disputa sulle sementi è inseparabile dalla crisi ecologica globale. La rapida perdita di diversità genetica vegetale appare come uno dei segnali più preoccupanti dell’agricoltura industriale contemporanea.
Il rapporto indica che circa tre quarti della diversità genetica delle colture sono andati perduti durante il XX secolo, mentre le varietà locali, adattate ai rispettivi territori, venivano sostituite da un numero sempre più ridotto di varietà commerciali.
L’espansione degli organismi geneticamente modificati e delle nuove tecnologie di editing genetico aumenta inoltre i rischi di contaminazione genetica e di appropriazione privata di risorse sviluppate storicamente dalle comunità contadine e indigene.
Il documento riporta casi di contaminazione di varietà autoctone di mais e cotone con materiale geneticamente modificato non autorizzato in America Latina. Denuncia inoltre cause intentate contro agricoltori che non avevano piantato consapevolmente sementi brevettate, ma nei cui campi erano presenti piante derivate da tale materiale.
Il rapporto mette in guardia anche da nuove forme di biopirateria associate alla digitalizzazione delle sequenze genetiche. Grazie a queste tecnologie, aziende e istituzioni possono registrare e brevettare caratteristiche biologiche derivate da varietà tradizionali senza accedere fisicamente alle sementi d’origine.
Questa pratica indebolisce i meccanismi di condivisione dei benefici e può facilitare l’appropriazione di conoscenze sviluppate dalle comunità contadine e indigene.
Per questo motivo, Guttal ha chiesto che le nuove tecniche genomiche siano sottoposte a valutazioni indipendenti del rischio e a requisiti di tracciabilità ed etichettatura prima di qualsiasi processo di deregolamentazione.
Sementi, territorio e conflitti
La difesa delle sementi non può essere separata dalla difesa della terra. Il rapporto sottolinea che i sistemi tradizionali dipendono da territori vivi, nei quali le comunità possano coltivare, scambiare e trasmettere le conoscenze tra le generazioni.
Gli sfollamenti forzati, l’accaparramento delle terre, i grandi progetti agroindustriali, i conflitti armati e il degrado ambientale costituiscono quindi minacce dirette al diritto alle sementi.
La perdita dei territori comporta anche la perdita di conoscenze, varietà adattate localmente e reti comunitarie di scambio che sostengono la resilienza dei sistemi alimentari.
In questo senso, il Gruppo di lavoro ha raccomandato che, nelle situazioni di conflitto armato, occupazione o altre crisi, le sementi contadine e le infrastrutture a esse collegate siano riconosciute come beni civili essenziali per la sopravvivenza della popolazione.
Resistenza contadina e vittorie giudiziarie
Di fronte a queste tendenze, il documento raccoglie numerose esperienze di resistenza. Cooperative, banche comunitarie delle sementi, fiere dello scambio e programmi di miglioramento genetico partecipativo continuano a sostenere una parte essenziale della biodiversità agricola mondiale.
Guttal ha sottolineato che queste iniziative non devono essere trattate come attività marginali, ma come beni pubblici che meritano lo stesso sostegno riservato ai programmi formali di miglioramento delle sementi.
Il Gruppo di lavoro evidenzia inoltre diverse esperienze giuridiche e politiche. Tra queste figura la Legge modello africana per la protezione dei diritti delle comunità locali, degli agricoltori e dei miglioratori, sviluppata attraverso il Protocollo di Arusha dell’ARIPO, che offre un’alternativa compatibile con i diritti umani rispetto al modello UPOV del 1991.
La legislazione indiana protegge espressamente il diritto degli agricoltori a conservare, utilizzare, scambiare e vendere le sementi conservate nelle proprie aziende, insieme ai diritti dei costitutori.
In Brasile, il Programma di acquisizione degli alimenti orienta gli appalti pubblici verso sementi tradizionali e agroecologiche.
Il rapporto raccoglie inoltre diverse vittorie giudiziarie. Nel 2021, la Corte Suprema dell’Honduras ha dichiarato incostituzionale la legge nazionale sulla protezione delle varietà vegetali, richiamando l’articolo 19 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini.
In Kenya, sia la Corte Suprema sia l’Alta Corte hanno riconosciuto la tutela costituzionale delle pratiche consuetudinarie contadine di scambio delle sementi. Nel novembre 2025, l’Alta Corte ha stabilito che “condividere le sementi non è un reato”, una decisione la cui portata, secondo il Gruppo di lavoro, va oltre i confini del Paese.
Queste esperienze dimostrano che è possibile una governance diversa delle sementi, fondata sui diritti umani, sulla sovranità alimentare e sulla conservazione della biodiversità.
Una disputa sul futuro dell’alimentazione
Al di là della questione agricola, il rapporto pone una domanda politica fondamentale: chi controlla le risorse che permettono di produrre cibo?
La conclusione del Gruppo di lavoro è inequivocabile. Le sementi non possono essere ridotte a semplici merci. Costituiscono la base materiale di diritti fondamentali come l’alimentazione, la salute, la cultura e il diritto a un ambiente sano.
Considerarle esclusivamente oggetti di proprietà privata non minaccia soltanto la biodiversità e la sovranità alimentare, ma approfondisce anche la dipendenza economica di milioni di agricoltori in tutto il mondo.
Per questo motivo, il Gruppo di lavoro esorta gli Stati a riconoscere e proteggere i sistemi sementieri contadini, rafforzare l’agroecologia e garantire alle comunità rurali il diritto di conservare, scambiare, sviluppare e vendere le proprie sementi.
Nelle parole di Shamlali Guttal, proteggere le sementi significa proteggere anche le comunità che le hanno custodite per generazioni: i loro diritti, i loro territori, le loro conoscenze e la loro capacità di affrontare i cambiamenti climatici e le altre crisi.
In altre parole, restituire alle sementi la loro condizione originaria: patrimonio vivo dei popoli prima ancora che merce dei mercati.
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