Jaime Huenchullan. Comunidad mapuche de Temucuicui.

Diritti

Jaime Huenchullán in Europa: la questione mapuche davanti alle Nazioni Unite

Da Temucuicui a Ginevra, il rappresentante mapuche internazionalizza le denunce sulla militarizzazione, la persecuzione giudiziaria e i diritti collettivi nel Wallmapu.

14 Settembre 2026

Mentre il governo cileno proietta all’estero un’immagine di stabilità istituzionale e controllo della sicurezza, Jaime Huenchullán Cayul, membro della comunità di Temucuicui, ha intrapreso un viaggio in Europa per presentare agli organismi internazionali una lettura radicalmente diversa della situazione nel sud del Cile.

A Ginevra, Huenchullán ha presentato a diverse procedure speciali delle Nazioni Unite una cronologia di eventi che, a suo giudizio, rivela una politica continuativa di militarizzazione del territorio mapuche, criminalizzazione delle rivendicazioni territoriali e indebolimento dei diritti collettivi indigeni durante diversi governi cileni.

La denuncia non si limita a una divergenza politica con lo Stato. Si basa su fatti documentati da organismi pubblici, tribunali ed enti nazionali e internazionali per i diritti umani. Tra questi figurano la falsificazione di prove nell’Operazione Huracán, l’uccisione di Camilo Catrillanca da parte di funzionari di polizia, le denunce di violenza durante le incursioni e l’uso prolungato degli stati d’emergenza, con la partecipazione dei militari, nei territori abitati dalle comunità mapuche.

Questi precedenti permettono di affermare che, nel conflitto tra lo Stato cileno e il popolo mapuche, si sono verificate violazioni dei diritti umani. Non si tratta soltanto di un’accusa formulata da organizzazioni indigene: rapporti dell’Istituto nazionale per i diritti umani hanno segnalato violenza statale, criminalizzazione e uso eccessivo della forza nella regione dell’Araucanía, mentre organismi internazionali hanno contestato l’applicazione della legislazione antiterrorismo e le condizioni in cui si svolgono i procedimenti giudiziari contro i membri delle comunità mapuche.

Ginevra come ultima risorsa politica

La presenza di Jaime Huenchullán Cayul alle Nazioni Unite non risponde soltanto a una strategia di visibilità internazionale. Riflette anche una convinzione centrale del suo intervento: la percezione che i canali politici interni siano stati incapaci di rispondere alle rivendicazioni storiche del popolo mapuche.

Il rapporto consegnato a Ginevra non si concentra su un episodio isolato. Ricostruisce invece una sequenza che inizia nel 2016 con l’installazione di una base di polizia e militare a Pailahueque, prosegue con l’Operazione Huracán del 2017 e la morte di Camilo Catrillanca nel 2018, e comprende l’applicazione degli stati d’emergenza, l’espansione delle basi militari durante il governo di Gabriel Boric e le recenti misure promosse dall’amministrazione di José Antonio Kast.

Secondo Huenchullán, questi eventi non devono essere interpretati separatamente, ma come parte di una stessa logica di intervento statale nel Wallmapu. Questa lettura trova sostegno nella continuità delle misure di sicurezza che hanno affidato all’Esercito funzioni di supporto alle forze di polizia e hanno trasformato le comunità indigene in scenari permanenti di sorveglianza, controllo e dispiegamento armato.

La militarizzazione, di per sé, non costituisce necessariamente una violazione dei diritti umani. Tuttavia, quando si sviluppa senza controlli efficaci, incide sulla vita quotidiana delle comunità, limita la mobilità, altera le attività produttive e si accompagna ad arresti arbitrari, incursioni violente, maltrattamenti o uso sproporzionato della forza, può comportare gravi violazioni dei diritti fondamentali.

Rapporti sulla situazione mapuche hanno raccolto denunce relative all’ingresso violento nelle abitazioni, all’uso di gas lacrimogeni, agli spari di proiettili di gomma, a torture, maltrattamenti e arresti senza mandato giudiziario durante le operazioni di polizia.

Ciò che Huenchullán intende sostenere davanti agli esperti internazionali è che la questione mapuche è stata progressivamente spostata dal terreno politico a quello della sicurezza. Nel suo intervento ricorrono concetti come militarizzazione, persecuzione penale, legislazione antiterrorismo, incursioni, custodia cautelare e controllo territoriale.

La conseguenza, sostiene, è che una rivendicazione storica di terre, autonomia e riconoscimento collettivo è stata trattata principalmente come un problema di ordine pubblico. In questo processo, lo Stato non ha fatto ricorso soltanto alla forza, ma anche a strumenti giuridici che, secondo gli organismi per i diritti umani, hanno compromesso le garanzie di uguaglianza davanti alla giustizia, la presunzione di innocenza e il giusto processo.

Il peso dell’esperienza personale

La denuncia presenta anche una dimensione biografica.

Jaime Huenchullán Cayul fu uno dei mapuche arrestati durante l’Operazione Huracán, inizialmente presentata come un’operazione antiterrorismo. L’indagine crollò in seguito alla scoperta della manipolazione e falsificazione delle prove da parte di funzionari dei Carabineros. Il caso non rappresentò soltanto un fallimento investigativo: mise in luce l’uso di montature della polizia per sostenere accuse penali contro dirigenti mapuche e coinvolse diritti essenziali come la libertà personale, il giusto processo e la presunzione di innocenza.

Per questo, quando interviene davanti alle Nazioni Unite, Huenchullán non parla soltanto come portavoce di una comunità. Parla anche sulla base di un’esperienza diretta di confronto con l’apparato di polizia e giudiziario cileno. Il suo caso rientra in una storia più ampia di persecuzione giudiziaria e criminalizzazione di dirigenti, autorità tradizionali e difensori del territorio mapuche.

La dimensione personale aiuta a comprendere perché il viaggio europeo si concentri meno sulla situazione contingente di un singolo governo e più su una lettura storica di lungo periodo. Nel suo racconto, i governi di Michelle Bachelet, Sebastián Piñera, Gabriel Boric e José Antonio Kast sono inseriti in una traiettoria comune, caratterizzata dalla crescente presenza di forze di polizia e militari nel territorio mapuche e dalla persistenza di risposte penali a rivendicazioni di natura politica e territoriale.

La morte di Camilo Catrillanca e la responsabilità dello Stato

Uno degli elementi centrali di questa cronologia è l’uccisione di Camilo Catrillanca, membro di una comunità mapuche morto nel novembre 2018 durante un’operazione del cosiddetto Comando Jungla, creato durante il governo Piñera. Si trattava di forze di polizia e militari incaricate di affrontare presunti gruppi radicali mapuche.

La versione iniziale fornita dai funzionari coinvolti, secondo cui il giovane sarebbe stato coinvolto in uno scontro a fuoco e nel furto di veicoli, fu smentita dall’indagine giudiziaria. In seguito fu accertato che non vi era stato alcuno scontro, contrariamente a quanto comunicato pubblicamente, e che erano state occultate informazioni rilevanti sull’operazione. Il caso si concluse con la condanna di alcuni funzionari di polizia.

La morte di Catrillanca costituisce quindi un caso concreto di violenza statale con esito letale. Mostra inoltre come le prime versioni ufficiali possano contribuire a stigmatizzare le vittime e ostacolare l’accertamento dei fatti. Per le comunità mapuche, il caso è diventato un simbolo di impunità, razzismo istituzionale e assenza di controllo sull’operato della polizia.

La rilevanza di questo precedente nella presentazione di Huenchullán consiste nel fatto che permette di osservare il legame tra militarizzazione, uso della forza e assenza di una verità immediata. Non si tratta soltanto di una morte avvenuta durante un’operazione di polizia, ma di un’operazione seguita da versioni false, occultamento di informazioni e da una controversia pubblica sulla responsabilità dello Stato.

L’internazionalizzazione di una denuncia storica

L’importanza di Ginevra risiede proprio nella possibilità di riformulare il problema.

Nel dibattito politico cileno, la situazione della Macro Zona Sud viene spesso presentata soprattutto in termini di sicurezza, violenza rurale o lotta contro le organizzazioni criminali. Alle Nazioni Unite, invece, le domande sono diverse: diritti dei popoli indigeni, protezione dei difensori dei diritti umani, accesso alla giustizia, discriminazione razziale, consultazione preventiva ed esercizio dei diritti collettivi.

Per questo, il viaggio di Huenchullán non mira soltanto a denunciare incursioni, operazioni di polizia o riforme legislative. Mira a inserire l’esperienza mapuche in un dibattito globale sui diritti dei popoli indigeni e sui limiti delle risposte securitarie ai conflitti territoriali storici.

In questo dibattito, le violazioni dei diritti umani occupano un posto centrale. Il danno non riguarda soltanto i casi più gravi, come le morti provocate da agenti dello Stato. Comprende anche la criminalizzazione della protesta, l’uso abusivo della custodia cautelare, l’applicazione sproporzionata della legislazione antiterrorismo, la mancanza di garanzie giudiziarie, i maltrattamenti durante le incursioni e l’impatto delle operazioni su bambini, donne, anziani e autorità tradizionali.

L’Istituto nazionale per i diritti umani ha segnalato che il rapporto tra lo Stato e il popolo mapuche non può essere compreso soltanto dalla prospettiva della violenza attribuita a determinati gruppi. Le sue analisi hanno inoltre evidenziato la persistenza della violenza della polizia, della criminalizzazione e dell’uso della forza come risposta statale alle rivendicazioni territoriali.

L’agenda legislativa e l’ampliamento delle politiche di sicurezza

La disputa si sviluppa anche in Parlamento. Tra le iniziative che preoccupano le comunità mapuche vi è il progetto di riforma costituzionale che introduce un nuovo stato d’emergenza per la sicurezza pubblica. La proposta consentirebbe al presidente di dichiarare tale misura in presenza di una minaccia grave e imminente alla sicurezza pubblica, con una durata iniziale fino a 120 giorni e una possibile proroga di altri 120 giorni prima che sia necessaria l’autorizzazione del Congresso.

Il progetto prevede restrizioni a diritti come la libertà personale, la libertà di riunione, la libertà di associazione e la libertà di circolazione, oltre a poteri di intervento e requisizione.

Dal punto di vista delle organizzazioni mapuche, una misura di questo tipo potrebbe normalizzare la presenza militare nei territori indigeni e ampliare i poteri dell’esecutivo con controlli parlamentari limitati. La preoccupazione non riguarda soltanto la durata della misura, ma anche la possibilità che un regime concepito come eccezionale diventi uno strumento permanente di gestione del conflitto territoriale.

In un contesto segnato da denunce di incursioni violente, arresti, uso eccessivo della forza e danni alle comunità, l’ampliamento dei poteri militari solleva interrogativi sulle garanzie giudiziarie, sulla proporzionalità delle misure e sulla protezione dei diritti collettivi.

A questa iniziativa si aggiunge il dibattito sulle modifiche alla Legge indigena, che potrebbero ridefinire la portata delle politiche sulla terra, le procedure di restituzione e il riconoscimento dei diritti delle comunità. Per il movimento mapuche, qualsiasi riforma in questo ambito dovrebbe essere discussa con la partecipazione effettiva dei popoli indigeni e nel rispetto del diritto alla consultazione preventiva, libera e informata.

In caso contrario, una modifica legislativa presentata come soluzione istituzionale potrebbe aggravare il conflitto e indebolire ulteriormente i meccanismi di riconoscimento e riparazione storica.

La dimensione della sicurezza è tornata in primo piano con l’arresto di Jorge Huenchullán Cayul a Temucuicui. L’operazione, condotta dalla Polizia investigativa con il sostegno dei Carabineros e conclusasi con il trasferimento degli arrestati a bordo di un elicottero dell’Esercito, è stata presentata dalle autorità come l’esecuzione di ordini giudiziari pendenti.

Per le comunità mapuche, tuttavia, il dispiegamento ha riaperto il dibattito sulla militarizzazione, sulla proporzionalità delle operazioni e sul trattamento dei dirigenti indigeni. Le accuse contro Huenchullán fanno parte di procedimenti in corso e dovranno essere valutate dai tribunali; devono pertanto essere salvaguardate la presunzione di innocenza e le garanzie del giusto processo.

L’arresto non può essere analizzato separatamente dal dibattito legislativo. Da una parte, lo Stato sostiene di avere bisogno di nuovi strumenti per affrontare la violenza rurale e la criminalità organizzata. Dall’altra, le comunità avvertono che l’ampliamento dei poteri di sicurezza, la modifica della legislazione indigena e le operazioni su larga scala possono consolidare una risposta fondata sul controllo e sulla persecuzione, senza affrontare le cause politiche, storiche e territoriali del conflitto.

Il dibattito parlamentare ripropone così lo stesso dilemma sollevato da Huenchullán davanti alle Nazioni Unite: la questione mapuche sarà trattata principalmente come una minaccia alla sicurezza o come una questione di diritti collettivi? In questo confronto, qualsiasi nuovo potere attribuito allo Stato dovrebbe essere accompagnato da controlli civili efficaci, supervisione giudiziaria, trasparenza, responsabilità istituzionale e garanzie esplicite di rispetto dei diritti umani.

Una disputa sulla definizione del conflitto

In definitiva, il viaggio da Temucuicui a Ginevra mette in luce una disputa più profonda di quella che emerge quotidianamente dall’agenda politica cilena.

Il dibattito non riguarda soltanto determinate operazioni di polizia o decisioni governative. Si tratta di definire che cosa sia esattamente il conflitto tra lo Stato cileno e il popolo mapuche.

Mentre lo Stato lo affronta in larga misura come una sfida alla sicurezza e all’ordine pubblico, Huenchullán sostiene davanti alle Nazioni Unite che si tratta di una questione di diritti collettivi, territorio, autodeterminazione e rispetto degli obblighi internazionali assunti dal Cile.

Da questa prospettiva, le violazioni dei diritti umani non sarebbero eccessi isolati o errori individuali, ma espressioni di una politica che ha privilegiato la militarizzazione e la persecuzione penale rispetto al dialogo, alla restituzione territoriale e al riconoscimento politico del popolo mapuche.

Per questo, l’importanza del viaggio europeo non risiede soltanto negli incontri svolti o nelle denunce presentate. Risiede nel tentativo di trasferire una questione abitualmente confinata alla politica interna cilena al centro del dibattito internazionale sui diritti umani e dei popoli indigeni.

Finché lo Stato non riconoscerà le violazioni dei diritti umani commesse in questo contesto e non istituirà meccanismi efficaci di verità, giustizia, riparazione e garanzie di non ripetizione, la questione mapuche continuerà a essere non soltanto un conflitto territoriale e politico, ma anche un debito irrisolto in materia di diritti umani.

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