Criminalità

Casuzze (RG) – Dal motoscafo a Vittoria: dove la cocaina scompare e il denaro resta

Dai 700 mila euro riemersi davanti a Casuzze alle campagne di Santa Croce e Comiso, fino a Vittoria: il viaggio della cocaina continua anche quando la droga scompare, trasformandosi in debiti, automobili, patrimoni e potere sul territorio nell’economia reale.

13 Agosto 2026

Dal mare alle campagne

Davanti a Casuzze il mare ha restituito circa settecentomila euro, ma ciò che rende quella scena decisiva per questa inchiesta non è soltanto la quantità di denaro recuperata dentro i borsoni gettati in acqua dagli uomini di un motoscafo maltese rimasto senza carburante, quanto la domanda che quell’avaria ha lasciato aperta nel momento stesso in cui ha costretto un’operazione destinata a svolgersi lontano dagli occhi a emergere improvvisamente davanti a una spiaggia affollata: se quel denaro era davvero destinato, come ipotizzano le fonti dell’inchiesta, al pagamento di una partita di cocaina, chi avrebbe dovuto riceverlo, dove si trovava la droga e soprattutto quale percorso avrebbe seguito il carico una volta concluso lo scambio?

È da quella domanda che ci siamo allontanati dal mare, non per abbandonare Casuzze ma per provare a comprendere ciò che poteva esserci dietro il motoscafo e ciò che l’incidente aveva involontariamente portato alla luce, seguendo una geografia che dalla costa conduce nelle campagne di Santa Croce Camerina e quindi verso Comiso, territori nei quali serre, magazzini, abitazioni isolate, depositi, capannoni e strade secondarie possono consentire di sottrarre rapidamente un carico alla visibilità del mare, frammentarlo, trasferirlo da un mezzo all’altro e disperderlo prima che qualcuno riesca a seguirne il movimento, dentro una logica che acquista ancora maggiore significato alla luce della riunione nella quale, secondo fonti riservate dell’inchiesta, sarebbe stata discussa proprio la necessità di diversificare i terminali di arrivo perché la crescente esposizione della costa avrebbe reso sempre più rischioso lasciare la droga nei luoghi nei quali aveva toccato terra.

Ma nascondere una partita, dividerla e spostarla non basta a spiegare l’intera filiera, perché prima o poi quella cocaina deve uscire dalla dimensione puramente logistica, nella quale il problema principale consiste nel proteggerla, e cominciare a entrare nel mercato, passando nelle mani di chi la distribuirà, la venderà e dovrà infine trasformarla in denaro; seguendo questo passaggio, e lasciando che sia ancora una volta la geografia a indicarci la direzione, il percorso iniziato davanti al motoscafo conduce verso
Vittoria.

La strada verso Vittoria

Comiso e Vittoria sono separate da una manciata di chilometri e da due direttrici che si dividono quasi subito all’altezza della grande rotonda che segna l’ingresso della città e che, per chi parte invece in direzione di Vittoria, diventa inevitabilmente il punto d’uscita: la prima è quella che si conosce come la strada dei Comisani, una via secondaria che di notte attraversa campagne quasi prive di illuminazione, costeggia case sparse e ville che scompaiono dietro cancelli chiusi e lascia per lunghi tratti soltanto ai fari dell’automobile il compito di illuminare l’asfalto, mentre la seconda conduce direttamente verso Vittoria e accompagna il viaggiatore dentro un paesaggio differente, dove lungo il tragitto compaiono un ristorante, concessionari di automobili e motociclette, un supermercato, un ipermercato e soprattutto le grandi aziende che lavorano il marmo, con piazzali, blocchi di pietra e macchinari così alti da occupare quasi interamente la vista e da sembrare, quando li si osserva dalla strada, una sorta di confine artificiale tracciato tra la terra e il cielo, dietro il quale la campagna finisce lentamente per scomparire.

Sono strade diverse ma conducono nella stessa direzione ed è seguendo le automobili che percorrono quei pochi chilometri che cambia anche la domanda rivolta al territorio, perché fino a questo momento abbiamo cercato soprattutto di capire dove una partita di cocaina possa essere ricevuta, nascosta, frammentata e rimessa in movimento, mentre entrando a Vittoria bisogna cominciare a chiedersi qualcosa di diverso: che cosa diventa quella cocaina dopo essere stata distribuita?

Vittoria, infatti, non rappresenta semplicemente la tappa successiva di un itinerario iniziato davanti a Casuzze, ma il punto nel quale ciò che potrebbe essere arrivato lungo la costa ed essere stato sottratto alla visibilità del mare deve incontrare un mercato capace di assorbirlo, dividerlo e distribuirlo, ed è qui che la cocaina potrebbe completare una trasformazione diversa e decisiva, smettendo di essere soltanto merce per diventare denaro e, attraverso il denaro, potere, perché ogni partita ceduta produce un pagamento atteso, ogni pagamento può trasformarsi in un credito e ogni credito non saldato apre un rapporto destinato a continuare anche quando la sostanza non è più materialmente presente.

La cocaina può essere consumata, trasferita in un’altra provincia o ripartire verso altre città, ma dietro la merce scomparsa rimangono il denaro ancora da incassare, il debitore che non riesce a pagare e la necessità di recuperare comunque quel valore, trasformando una transazione criminale in una relazione capace di produrre dipendenza, pressione e controllo molto più a lungo della singola partita dalla quale è nata. La cocaina può scomparire nel giro di poche ore; il debito che lascia dietro di sé può continuare a esistere per mesi o per anni.

U puorcu e i Matriali, la cerniera con il territorio

Nel punto in cui questa trasformazione deve essere governata, secondo le fonti raccolte nel corso dell’inchiesta, ricorrono due riferimenti locali conosciuti come u puorcu e i Matriali, soprannomi che appartengono da tempo alla storia criminale vittoriese e che acquistano un significato particolare quando vengono collocati dentro una rete nella quale una merce proveniente da circuiti internazionali ha bisogno, una volta arrivata sul territorio, di uomini che conoscano persone, strade, attività economiche, possibilità di movimento e soprattutto rapporti costruiti nel corso degli anni.

Per comprenderne il profilo bisogna tornare molto indietro rispetto al motoscafo di Casuzze, fino al vecchio Bar Bologna, all’angolo tra via Bologna e via Tenente Alessandrello, dove oggi c’è una tabaccheria ma dove, secondo i materiali e le testimonianze raccolte per questa inchiesta, negli anni si sarebbe formato un ambiente nel quale relazioni personali, gerarchie e appartenenze potevano costruirsi molto prima che la cocaina assumesse la centralità economica che possiede oggi, non come luogo da trasformare nell’atto di nascita formale di una struttura criminale, ma come uno degli spazi della città nei quali uomini destinati successivamente a percorsi differenti potevano conoscersi, consolidare rapporti e costruire quella fiducia che, in sistemi criminali fondati sulle relazioni, può sopravvivere ai cambiamenti delle organizzazioni e perfino alle trasformazioni del mercato.

Le vicende giudiziarie che nel tempo hanno riguardato uomini appartenenti a questi ambienti aiutano a comprendere la profondità di quella storia, senza naturalmente consentire di trasferire automaticamente responsabilità del passato sui fatti che stiamo ricostruendo oggi; ciò che interessa, invece, è osservare come la criminalità possa modificare la propria forma continuando a utilizzare le relazioni accumulate negli anni, passando da strutture maggiormente riconoscibili attraverso uomini, luoghi e appartenenze a sistemi nei quali il potere diventa tanto più efficace quanto meno ha bisogno di mostrarsi apertamente e nei quali chi dispone dei contatti necessari non deve necessariamente comparire nel momento in cui un carico viene spostato, una droga passa di mano o un credito viene recuperato.

Dentro questa ricostruzione u puorcu assumerebbe soprattutto una funzione di cerniera, un riferimento capace, secondo le fonti dell’inchiesta, di mettere in comunicazione ambienti differenti, far scorrere rapporti e garantire continuità senza la necessità di apparire come un capo nel significato tradizionale del termine, mentre i Matriali rappresenterebbero una presenza maggiormente diffusa sul terreno, capace di muoversi attraverso uomini, mezzi e relazioni territoriali e di trasformare in passaggi concreti ciò che altrove viene negoziato, concordato o semplicemente reso possibile.

È una distinzione funzionale che richiede ulteriori riscontri, ma permette di comprendere il possibile ruolo di una rete locale all’interno di un traffico che nasce migliaia di chilometri più lontano: non necessariamente possedere materialmente la cocaina in ogni momento, ma rendere compatibile il traffico con il territorio, sapere chi può ricevere un carico, chi dispone di un’automobile, di un furgone o di un deposito, chi conosce un luogo nel quale lasciare qualcosa per poche ore, chi può mettere in relazione uomini che non devono incontrarsi direttamente e chi, infine, è in grado di fare in modo che un debito venga pagato anche quando il denaro non arriva.

Gli albanesi e la domanda sulle alleanze

Nella stessa geografia tornano anche alcuni nomi appartenenti alla componente albanese, uomini che non compaiono per la prima volta seguendo la traccia aperta dal motoscafo di Casuzze ma possiedono già una storia nel territorio vittoriese e proprio per questo consentono di comprendere come presenze provenienti da ambienti differenti possano finire per muoversi lungo gli stessi spazi.

Il primo è Luzim Ndreu, conosciuto a Vittoria come “Giulio u Tistuni”, il cui nome conduce direttamente alle campagne della città e a un episodio che appartiene alla storia recente del traffico di stupefacenti nel territorio: il 2 febbraio 2019 Ndreu viene arrestato insieme a Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi dalla Squadra Mobile di Ragusa e dal Commissariato di Vittoria dopo che gli investigatori, concentrando l’attenzione su un casolare nelle campagne vittoriesi, recuperano circa cinquanta chilogrammi di hashish e quasi un chilogrammo di cocaina, parte della quale viene individuata all’interno del casolare mentre i cani antidroga segnalano i panetti di hashish custoditi in un’automobile parcheggiata nel fondo.

Quella scena assume oggi un interesse particolare non perché consenta di stabilire una continuità automatica tra quel sequestro e ciò che è accaduto anni dopo davanti a Casuzze, collegamento che gli elementi disponibili non permettono di sostenere, ma perché mostra come già allora nelle campagne di Vittoria si incontrassero alcuni degli elementi che continuano a tornare nella geografia che stiamo ricostruendo: un casolare, una zona agricola, un’automobile, una quantità significativa di stupefacente e uomini capaci di muoversi dentro un territorio nel quale la distinzione tra campagna produttiva e spazio logistico può diventare estremamente sottile.

L’altro nome è Auglent “Denny” Lalollari, figura differente da Ndreu e proprio per questo impossibile da rinchiudere nella stessa traiettoria, la cui presenza pubblica emerge già nel 2018 dentro il tessuto agricolo vittoriese, quando viene indicato come imprenditore agricolo e arrestato nell’ambito di un’indagine sullo sfruttamento di lavoratori stranieri impiegati nella sua azienda, vicenda che nulla dimostra, da sola, rispetto alla filiera della cocaina che stiamo ricostruendo ma che serve a collocarlo, già anni prima di Casuzze, all’interno della geografia economica delle campagne vittoriesi, fatta di aziende, mezzi, serre, magazzini e relazioni personali.

Ndreu e Lalollari arrivano dunque a questa inchiesta attraverso percorsi differenti e sarebbe sbagliato sovrapporli o attribuire loro automaticamente le stesse funzioni; ciò che rende rilevante il ritorno dei loro nomi, insieme a quelli di uomini appartenenti agli ambienti criminali locali, è la domanda che comincia a emergere quando si osservano non più soltanto i singoli precedenti ma le relazioni e i territori nei quali queste persone si muovono: si tratta esclusivamente di presenze che finiscono per incrociarsi dentro la stessa area geografica oppure, nel tempo, si sono costruiti rapporti capaci di mettere insieme accesso ai carichi e capacità di movimento da una parte, conoscenza del territorio, distribuzione e recupero dei crediti dall’altra?

In questa domanda si intravede il possibile modello criminale sul quale l’inchiesta sta cercando riscontri: soggetti capaci di mantenere collegamenti con circuiti esterni e internazionali, altri capaci di controllare l’ultimo tratto della distribuzione e uomini in grado di mettere a disposizione una conoscenza del territorio che nessuna organizzazione arrivata da fuori potrebbe improvvisare, non una struttura necessariamente verticale e riconoscibile, dunque, ma una rete nella quale ciascuno può svolgere la funzione per la quale dispone delle relazioni, degli uomini e delle opportunità necessarie.

Quando la cocaina diventa debito

Ma per capire fino a dove possa arrivare il potere economico generato dalla cocaina bisogna continuare a seguire il valore della sostanza anche quando questa ha ormai percorso l’intera filiera ed è arrivata all’ultimo anello, quello dell’assuntore che la acquista dallo spacciatore e che, continuando a consumarla senza riuscire più a pagarla, accumula un debito sempre più grande.
Secondo una fonte riservata dell’inchiesta, il meccanismo diventerebbe a questo punto ancora più devastante, perché a essere esposto non è più necessariamente un intermediario del narcotraffico o qualcuno che ha partecipato alla movimentazione della droga, ma una persona che ha acquistato cocaina per consumarla e che, quando non riesce più a saldare ciò che deve, può cominciare a perdere ciò che possiede.

La riscossione, secondo la stessa ricostruzione, non avrebbe necessariamente bisogno della violenza fisica, perché chi si presenta a recuperare il credito sarebbe già riconosciuto come parte di un sistema la cui autorità non viene messa in discussione e il debito verrebbe quindi recuperato trasformando una parte del patrimonio del debitore nel controvalore di ciò che non è riuscito a saldare: un’automobile quando il debito è più contenuto, un pezzo di terreno quando la cifra cresce, fino ad arrivare, nei casi più rilevanti, a un’azienda o perfino a una casa.

La cocaina completa così una delle trasformazioni più profonde del proprio viaggio, perché dopo avere attraversato l’intera filiera ed essere arrivata fino all’assuntore continuerebbe a produrre conseguenze anche quando non esiste più materialmente, lasciando dietro di sé un credito capace di aggredire ciò che quella persona possiede e trasformando il consumo individuale in qualcosa che può incidere sull’intero patrimonio costruito nel corso di una vita.

Seguendo i beni che cambiano mano quando il denaro non arriva, l’inchiesta entra in una dimensione ancora diversa, nella quale non bisogna più cercare soltanto la cocaina ma le automobili, i terreni, le aziende e le case che potrebbero raccontare ciò che la cocaina ha lasciato dietro di sé.

L’autosalone e il denaro che resta

Le automobili, soprattutto, rappresentano uno dei primi beni attraverso i quali questo meccanismo può diventare visibile, perché possono essere sottratte al debitore, utilizzate, cedute, sostituite o rimesse sul mercato con una rapidità che un terreno o un immobile non consentono, ed è seguendo questa traccia che, secondo fonti riservate dell’inchiesta, emerge a Vittoria un autosalone appartenente a un pregiudicato indicato dalle stesse fonti come figura in relazione sia con ambienti albanesi nei quali ricorrono i nomi di Ndreu e Lalollari sia con uomini vicini a u puorcu e ai Matriali.

Il dato, nella forma in cui viene ricostruito dalle fonti riservate dell’inchiesta, deve naturalmente restare distinto da ciò che è stato accertato in sede giudiziaria, ma assume un significato particolare proprio perché l’autosalone non apparirebbe soltanto come una normale attività commerciale frequentata da persone appartenenti ad ambienti differenti: secondo le stesse fonti, potrebbe rappresentare uno dei luoghi nei quali automobili acquisite attraverso il recupero dei debiti legati alla droga vengono temporaneamente concentrate, custodite o rimesse in circolazione, consentendo così a un credito nato dalla cessione della cocaina di trasformarsi prima in un bene e poi nuovamente in valore economico.

Il passaggio modifica ancora una volta la natura di ciò che stiamo seguendo. Davanti a Casuzze avevamo dei borsoni pieni di contanti e l’ipotesi che quel denaro dovesse essere scambiato contro una partita di cocaina; nelle campagne abbiamo seguito la possibilità che la sostanza venisse nascosta e frammentata; entrando a Vittoria abbiamo visto come quella merce possa diventare credito e come il credito, quando non viene pagato, possa trasformarsi in un’automobile. L’autosalone potrebbe rappresentare il luogo nel quale l’automobile torna a diventare denaro.

In questo movimento circolare il traffico di cocaina smette definitivamente di apparire come un fenomeno confinato alla droga e comincia a mostrare la propria capacità di penetrare l’economia quotidiana, perché ciò che nasce dall’acquisto di una sostanza illegale può finire per assumere la forma perfettamente ordinaria di un veicolo parcheggiato in un piazzale, di un terreno che cambia proprietario, di un’attività economica che passa di mano o di un immobile che entra nella disponibilità di qualcun altro, e a quel punto distinguere il luogo nel quale termina il narcotraffico da quello nel quale comincia l’accumulazione patrimoniale diventa molto più difficile.

Il problema, allora, non è più soltanto sapere quanta cocaina attraversi il Sud Est siciliano, quali imbarcazioni la trasportino o in quali campagne venga nascosta, ma capire quanta parte del valore prodotto da quella cocaina resti sul territorio e in quali forme riesca a sedimentarsi, perché una partita può essere sequestrata, un motoscafo può rimanere senza carburante e un borsone pieno di denaro può essere recuperato dal mare, ma ciò che è già stato trasformato in un’automobile, in un terreno, in un’azienda o in una casa diventa molto più difficile da riconoscere come parte dello stesso viaggio.

Vittoria assume così un ruolo diverso da quello dei terminali costieri e delle campagne che abbiamo attraversato finora: qui la cocaina non avrebbe soltanto bisogno di essere nascosta o distribuita, ma potrebbe trovare gli strumenti necessari per trasformare il proprio valore in relazioni, crediti, beni e patrimonio, fino a confondersi con l’economia ordinaria e a produrre, attraverso ciò che resta quando la droga è ormai scomparsa, una forma di potere molto più resistente della sostanza dalla quale tutto è cominciato.
Perché alla fine il viaggio della cocaina non termina necessariamente quando qualcuno la consuma.

Può terminare molto più tardi, quando il debito generato da quella dose ha già fatto cambiare proprietario a un’automobile, a un terreno, a un’azienda o a una casa.
E a quel punto la cocaina non c’è più, ma il suo valore è ancora lì.

Ed è precisamente seguendo la traccia di quel valore, quando la sostanza è ormai scomparsa e resta soltanto ciò che deve ancora essere pagato, che questa inchiesta compie il passaggio successivo: dal mare di Casuzze alle strade di Vittoria, dai borsoni pieni di contanti ai beni che possono diventare la moneta con cui un debito di droga viene saldato.

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