Turismo

L’affare Tavolara Bay: se il meglio del lusso mondiale chiede i soldi ai contribuenti italiani

I signori di Burger King, Corona e della finanza offshore blindano i profitti in Sardegna. E spunta l’ombra del “contributo pubblico” per costruire resort esclusivi

24 Giugno 2026

Mettete insieme un promontorio gioiello della Gallura, una parata di miliardari globali i cui nomi rimandano ai marchi più famosi del pianeta (da Burger King a Kraft, passando per le birre Corona e Budweiser) e una fitta rete di specchi societari che rimbalza tra il Lussemburgo e i principali paradisi fiscali del globo. Fatto? Ora aggiungete l’ingrediente più inaspettato e indigesto: il potenziale utilizzo di soldi pubblici italiani per finanziare il loro paradiso privato.

I dettagli che emergono dietro il mega insediamento turistico nel comune di Loiri Porto San Paolo, proprio davanti all’area marina protetta di Tavolara, svelano i retroscena contrattuali e gli accordi riservati di un’operazione da centinaia di milioni di euro.

Un parterre di re mida (con la cassaforte all’estero)

Il progetto Tavolara Bay prevede cifre da capogiro: un hotel a cinque stelle, 26 ville da 13 mila euro al metro quadro e un campo da golf da 18 buche, distribuiti su 120 ettari di costa incontaminata.

Ma chi c’è dietro? Il controllo è in mano a un asse transatlantico. Da un lato la leadership brasiliana di Jhsf Capital (colosso del lusso a cui fa capo il marchio Fasano); dall’altro la holding lussemburghese Csfg Re Europe. Scavando dietro quest’ultima, emerge un club d’élite della finanza e dell’industria mondiale:

Alexandre Behring da Costa, cofondatore del fondo 3G Capital, l’uomo dietro le fusioni di Kraft-Heinz, Burger King e della multinazionale delle birre AB InBev (nonché recente acquirente del club di pallanuoto Pro Recco).

Claudio Moniz Barreto Garcia e Miguel Nuno Da Mata Patricio, pesi massimi della grande industria globale.

Istituti e veicoli finanziari basati nelle Bahamas, nelle Isole Vergini Britanniche, a Malta e nel Delaware.

A fronte di questo impero economico, i soci italiani (tra cui figurano il capocordata Alberto Biancu, l’immobiliarista Davide Bizzi e il commercialista Ezio Simonelli) detengono appena il 13% delle quote complessive.

Il cortocircuito: la Zes Unica e il “Contributo Governativo”

La denuncia politica esplode su due fronti. Il primo è quello dei permessi. Nonostante la Regione Sardegna e altri enti locali avessero sollevato pesanti obiezioni sulla compatibilità ambientale e sui rigidi vincoli paesaggistici delle coste sarde, i promotori hanno trovato un’autostrada burocratica: la procedura della Zes Unica. Sfruttando i poteri straordinari di questo strumento, la decisione è passata direttamente a Roma, dove il Consiglio dei ministri, lo scorso 4 giugno, ha sbloccato e autorizzato la prosecuzione dell’iter.

Il secondo fronte, se possibile ancora più clamoroso, riguarda lo statuto societario di Tavolara Bay srl. Le carte svelano una clausola inedita (l’articolo 17, denominato “Claw-back dei soci di minoranza“). Questa norma interna stabilisce già da ora un meccanismo di compensazione a favore dei soci italiani qualora la società ottenga il “Contributo Governativo” (ovvero sovvenzioni in denaro dello Stato italiano tramite il Contratto di Sviluppo Turistico) entro i prossimi anni.

Ci si trova davanti a un interrogativo inevitabile: com’è possibile ipotizzare un contributo governativo, cioè pubblico, a favore di un progetto in cui investono molti miliardari stranieri che poi incasseranno gli utili attraverso canali offshore?

La domanda sorge spontanea: perché dobbiamo pagare noi?

Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile. Da un lato vengono scavalcati i normali percorsi di tutela del territorio per accelerare un’opera di puro lusso privato. Dall’altro, lo Stato potrebbe addirittura versare una sovvenzione in denaro – finanziata dalle tasse dei cittadini – per agevolare la costruzione di resort blindati e destinati ai super-ricchi di tutto il mondo.

I soci di Tavolara Bay vantano una solidità patrimoniale che permetterebbe loro di finanziare l’opera senza battere ciglio. Perché la collettività dovrebbe farsi carico del rischio d’impresa o, peggio, regalare un “patrocinio” politico e monetario a un’operazione i cui utili societari prenderanno la rotta del Lussemburgo o delle Bahamas?

Questo scenario impone una riflessione urgente. Lo sviluppo turistico non può diventare lo scudo dietro cui nascondere la svendita del territorio e il finanziamento pubblico del lusso. È tempo che le istituzioni chiariscano se l’Italia debba essere un partner strutturale della speculazione finanziaria internazionale o il custode delle proprie bellezze naturali.

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