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Sigfrido Ranucci Report

Cronaca

La fabbrica dei personaggi politici

di Marco Maisetti

Nel laboratorio del populismo programmato non servono programmi: si ingegnerizzano simboli. Dal caso Vannacci all’ipotesi della bomba contro Ranucci, ecco come la politica-spettacolo fabbrica eroi (a loro insaputa) trasformando le provocazioni e la rabbia in voti.

13 Agosto 2026

​Se le indagini confermeranno le rivelazioni su Valter Lavitola e sul presunto piano per l’attentato a Sigfrido Ranucci, ci troveremo di fronte a qualcosa di molto più profondo e sinistro di un semplice fatto di cronaca giudiziaria. Non saremmo al cospetto soltanto di un atto criminale, ma del laboratorio definitivo della politica contemporanea: il punto di non ritorno in cui l’evento drammatico smette di essere una minaccia per farsi cinico strumento di ingegneria d’immagine.
​Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’obiettivo dell’attentato non era eliminare il conduttore di Report, bensì fabbricare un martire perfetto, un uomo-simbolo proiettato a forza verso la leadership e persino verso prospettive di governo. Lavitola ha aggiustato la mira parlando di una protezione rafforzata, e spetterà alla magistratura accertare la verità storica. Ma il dato concettuale, l’intuizione alla base di questo presunto piano, resta intatto: l’uso spregiudicato del pericolo per plasmare a tavolino una figura pubblica indiscutibile.
​È proprio nell’inconsapevolezza o meno del protagonista che questo scenario svela le sue sfaccettature più inquietanti. Se Ranucci fosse stato al corrente del disegno, saremmo di fronte a una classica, per quanto grave, complicità per calcolo di carriera. Ma se il giornalista — come suggeriscono le indagini e la logica dei fatti — era del tutto all’oscuro di questo piano, il quadro si fa ancora più cupo. Significa che la politica o i suoi oscuri intermediari hanno iniziato a considerare l’essere umano, la sua incolumità e la sua reputazione come pura materia prima da plasmare. Non servirebbe nemmeno il consenso del diretto interessato: basterebbe l’evento. La bomba avrebbe agito sopra la sua testa, trasformandolo in un eroe suo malgrado e sequestrandone la figura all’interno di una narrazione eterodiretta. L’uomo diventa comparsa incolpevole di un copione scritto da altri.
​Siamo di fronte all’essenza di quello che potremmo definire un populismo programmato. Nel Novecento la politica creava il consenso partendo dai programmi e dalle ideologie per poi far emergere una leadership in grado di rappresentarli. Oggi il processo è brutalmente invertito: prima si progetta l’architettura dell’attenzione attorno a un guscio mediatico, poi su quel personaggio si aggrega la politica. E in questa dinamica, l’apparente assenza di contenuti non è un difetto di fabbrica, ma il vero colpo di genio del sistema. La complessità della proposta politica e l’articolazione del pensiero vengono programmaticamente sostituite da contenuti puramente emotivi, identitari e reattivi. Il leader non deve offrire soluzioni, deve incarnare un archetipo viscerale in cui l’elettore possa specchiare le proprie frustrazioni: il giornalista sotto assedio, il generale che rompe i tabù, il martire della libertà d’espressione.
​Il percorso di Roberto Vannacci rappresenta, da questo punto di vista, un caso di scuola che merita un’osservazione spietata. Fino all’estate del 2023 la sua figura rimaneva confinata all’ambiente militare. Poi irrompe Il mondo al contrario, un libro autopubblicato, scritto senza pretese stilistiche ma infarcito di micce ideologiche calcolate per far saltare i nervi al dibattito pubblico. La reazione è immediata: le richieste di sanzioni e l’indignazione mediatica si trasformano nel più potente motore di marketing mai concepito.
​Ma è sui numeri iniziali che l’ipotesi di un populismo freddamente ingegnerizzato si fa enigmatica e rivelatrice. Tra il 10 e il 27 agosto 2023, secondo i dati GfK citati dal Corriere della Sera, il volume piazza oltre 93.000 copie, scalando d’impatto la classifica di Amazon. Una progressione fulminea che solleva legittimi interrogativi: fu davvero soltanto l’effetto di un passaparola spontaneo, o esistettero forme organizzate di promozione e acquisto in blocco capaci di innescare e forzare l’algoritmo del successo? Non ci sono prove di manipolazioni ed è doveroso evitare scorciatoie complottiste, ma la sproporzione resta clamorosa. A confermarlo è il destino dell’opera successiva: l’autobiografia del generale si fermerà nel 2024 a circa 14.000 copie, mentre il primo libro sfiorerà quota 250.000. Una forbice abissale che dimostra come il pubblico non stesse consumando il valore letterario di un autore, ma stesse acquistando la tessera di riconoscimento di un fenomeno politico-mediatico orchestrato alla perfezione. ​In questo perverso corto circuito, l’avversario diventa inconsapevolmente il miglior agente pubblicitario. Ogni attacco moltiplica l’esposizione, l’esposizione fa impennare i volumi di vendita e quei numeri esorbitanti vengono esibiti come la prova inconfutabile che il popolo è con il Generale. Quando la politica di professione si accorge dell’enorme capitale di visibilità accumulato, la trasformazione è compiuta: il personaggio diventa un brand da oltre mezzo milione di preferenze alle urne europee. La narrazione del “personaggio fabbricato” risponde a un bisogno reale, seppur intercettato in modo spregiudicato, di una fetta di elettorato stanca delle liturgie tradizionali.
​È qui che le vicende di Ranucci e Vannacci, pur separate da una distanza siderale sul piano dei contenuti, dell’etica e delle responsabilità, finiscono per saldarsi in modo inquietante. Si incontrano nell’architettura dell’innesco comunicativo. Da un lato vi è l’ipotesi di una bomba progettata per fabbricare a tavolino l’icona del giornalista perseguitato dal sistema — poco importa se con la sua complicità o, in modo ancora più cinico, a sua insaputa; dall’altro una tempesta mediatica e contabile che trasforma un militare nel baluardo della maggioranza silenziosa. Uno avrebbe avuto l’esplosivo, l’altro ha avuto il caso editoriale, ma in entrambi i casi la politica rinuncia alla propria funzione di indirizzo per farsi semplice cassa di risonanza di un prodotto già confezionato.
​La lezione più amara che la comunicazione pubblica ha mutuato dal marketing contemporaneo è che un prodotto fortemente polarizzante non ha alcun bisogno di piacere a tutti: deve semplicemente diventare impossibile da ignorare. Di fronte all’irruzione improvvisa di questi eroi fabbricati per la scena, la vera sfida per i cittadini non consiste nel cedere alla paranoia, quanto nell’esercitare un elementare principio di igiene democratica. Occorre smettere di farsi distrarre dalla polemica quotidiana per chiedere conto di come si costruiscono certe icone, con quali capitali, quali reti di promozione sommersa e quali precisi obiettivi. Perché nell’era della democrazia spettacolarizzata, il potere vero non si esercita più nell’atto di convincere l’elettore al seggio, ma molto prima: nel decidere quali facce, prima ancora che si aprano le urne, saranno le uniche ad occupare il nostro orizzonte.

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