Giornalismo
Luca Levati, Radio Lombardia: “La Radio vive solo se ha qualcosa da dire”
Tra le prime radio libere nate in Italia, Radio Lombardia affonda le sue radici nella seconda metà degli anni Settanta. Da trentasette anni è guidata dal suo direttore, Luca Levati: un sodalizio lungo una vita professionale che attraversa, insieme all’emittente, un pezzo significativo della storia del Paese. Non solo musica, ma anche informazione e punto di riferimento per intere generazioni di giovani e studenti. Lo incontro negli studi della radio, in quell’atmosfera ovattata tipica degli ambienti radiofonici, dove suoni e parole si intrecciano senza sosta. Tra ricordi e riflessioni, Levati ripercorre l’evoluzione della radio, specchio dei grandi cambiamenti sociali, culturali e politici dell’Italia degli ultimi decenni.
Direttore, partiamo dall’inizio: quando nasce il tuo rapporto con la radio e cosa ti ha spinto a scegliere questo mondo?
Mi ha spinto la curiosità. Il rapporto con la radio nasce nei primi mesi del 1978. Avevo quindici anni, non avevo ancora compiuto sedici, li avrei fatti in estate. Un amico mi disse: “Guarda che se sposti il tasto della radio…”. All’epoca si ascoltava praticamente solo in AM, l’FM non era ancora una cosa così naturale per tutti. Io vivevo in Brianza e un giorno, quasi per caso, mi misi a cercare su quella banda. Trovai una radio e la prima canzone che sentii fu “Riders on the Storm” dei Doors. Naturalmente allora non sapevo né che fosse quel brano né chi fossero i Doors, ma quella musica mi colpì moltissimo perché non era ciò che passava normalmente in Rai. Era qualcosa di diverso, di nuovo, e mi lasciò il segno. Da lì cominciai a chiedermi quale fosse quella radio. Scoprii che era Radio Montevecchia, allora in provincia di Como, oggi Lecco. Presi il motorino e andai a cercarla senza avere un indirizzo preciso. Mi misi a girare per Montevecchia e in realtà fu abbastanza facile trovarla, perché a un certo punto vidi una cascina con fuori una marea di ragazzi. Era un fine settimana. Entrai, chiesi informazioni, ma mi dissero: “Oggi c’è troppo casino, torna in settimana”. Tornai davvero e praticamente andai in onda subito. Mi dissero più o meno: “Canale uno, canale due, questo è il microfono, ciao, devo andare”, e mi lasciarono lì. Io non avevo mai visto un mixer in vita mia. Erano circa le due del pomeriggio, fino alle venti rimasi in onda a mettere musica. Nemmeno potevo andarmene: la radio andava tenuta aperta, aspettavo che arrivasse qualcuno. Oggi una scena del genere è inconcepibile, ma allora era possibile anche questo.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la radio sarebbe diventata la tua vita professionale?
No, non in quel momento. All’inizio stavo semplicemente scoprendo un mondo. Intanto cresceva la passione per la musica: Lou Reed, David Bowie, il rock, il pop, tutto quello che potevo ascoltare. Suonavo anche le tastiere, quindi ero attirato soprattutto dall’idea del dj, del proporre musica, del far ascoltare cose nuove. In quegli anni la radio funzionava in modo molto diverso da oggi: ognuno arrivava con i propri dischi e metteva quello che voleva. C’era anche il gusto della ricerca, della scoperta, il piacere di condividere con gli altri brani che nessuno ancora passava. Che potesse diventare davvero il mio lavoro l’ho capito molto più tardi, fra l’85 e l’86. Nel frattempo, Radio Montevecchia aveva vissuto una fase particolare: una parte del gruppo decise di aprire il Bloom di Mezzago, che poi sarebbe diventato un luogo fondamentale per la musica dal vivo in Brianza, mentre altri continuarono con la radio. In mezzo ci fu anche il servizio civile, che allora si chiamava obiezione di coscienza: mi mandarono a Piadena, lontano, e non era semplice rientrare. Nell’87 la nuova maggioranza della cooperativa di Radio Montevecchia mi chiamò per gestire la radio insieme ad altre due persone e coordinare di fatto la redazione giornalistica. In quel momento accettai e lasciai il lavoro che avevo, che non c’entrava nulla con la radio, ma era un impiego sicuro, con stipendio regolare. Fu un azzardo, perché lasciai una strada certa per una cosa di cui non sapevo il futuro. E infatti la radio, nel giro di due anni, chiuse. Però lì avevo capito che quella era ormai la mia strada.

Era una realtà di movimento, totalmente libera. Nei primissimi anni non c’era neppure un palinsesto vero e proprio; solo dall’81-82 cominciò parzialmente a strutturarsi. Al mattino, per esempio, c’era la rassegna stampa. Io ho iniziato a farla prestissimo: si andava in edicola, si compravano i giornali, si leggeva tutto. L’ambiente era molto variegato: di giorno c’erano tantissimi studenti, poi arrivavano operai, impiegati, persone che facevano un altro lavoro e la sera conducevano programmi specifici. C’era chi parlava di agopuntura, chi di carceri, chi faceva trasmissioni musicali. Era una cooperativa vera, molto partecipata: ognuno dava una mano facendo qualcosa. Per sostenerci economicamente organizzavamo anche concerti. Questo è un aspetto importante, perché non eravamo una radio commerciale nel senso classico del termine: di pubblicità ce n’era pochissima e non vivevamo di quello. Vivevamo di sottoscrizioni a premi, del sostegno del territorio e soprattutto dell’organizzazione di eventi. Abbiamo fatto concerti dei Nomadi, di Teresa De Sio, di Guccini; portammo i Dissidenten, provammo a far suonare Susanne Vega quando era ancora sconosciuta, organizzammo l’ultimo concerto di Demetrio Stratos al Teatrino di Villa Reale a Monza. Era un pezzo identitario della radio: non solo trasmettere, ma incidere sul territorio. Facevamo cose che oggi sembrano incredibili. Negli ultimi anni eravamo arrivati a organizzare serate enormi, persino montando e riempiendo strutture con migliaia di persone. Con i biglietti, con le serate danzanti di Carnevale, con quel tipo di attività, finanziavamo una stagione di radio. Noi lavoravamo tutti gratis. Era davvero un altro mondo.
Quali sono stati i tuoi maestri o i riferimenti che ti hanno formato, professionalmente e umanamente?
Devo ringraziare Tiziana Maiolo, che allora era il direttore responsabile della testata e mi ha permesso di diventare giornalista. Le devo molto. Devo ringraziare anche Carlo De Martino, che era presidente dell’Ordine: aveva intuito il valore delle radio libere e mi spiegò come impostare tutto il percorso burocratico e professionale. All’epoca le radio non erano considerate come luogo naturale di accesso alla professione. Di solito si entrava nel giornalismo passando dai quotidiani, perché nemmeno i periodici locali erano diffusi come oggi. Le tv libere e le radio non avevano ancora una piena legittimazione professionale. In quel contesto, trovare qualcuno che capisse il valore di quel lavoro fu decisivo.
Da quanti anni sei alla guida di Radio Lombardia e come è cambiato il tuo ruolo nel tempo?
Sono qui da trentasette anni. La cosa curiosa è che io sono un caso raro: faccio radio da sempre sulla stessa frequenza, il 100.3, che oggi è la frequenza principale di Radio Lombardia e allora era la frequenza principale di Radio Montevecchia. Quando Radio Lombardia acquisì il ramo d’azienda di Radio Montevecchia, quella frequenza rimase centrale. È una frequenza storica, che poi ha consentito all’editore di consolidare e acquisire negli anni una serie di altre realtà fino a costruire una rete importante in tutta la Lombardia.
Agli inizi Radio Lombardia era nata a Milano, con una connotazione democratica e milanese, come diceva anche uno dei vecchi adesivi: “Radio Lombardia, radio democratica milanese”. Era una radio fatta soprattutto da studenti di area socialista, con un’identità a metà tra l’impegno nell’informazione e un modello più leggero, fatto anche di dediche e musica. In una fase successiva, quando si trasferì a Cesano Maderno e incorporò altre esperienze, diventò soprattutto una radio di musica italiana con programmi molto seguiti. Il più famoso era “Il Discoletto”, un programma di dediche molto particolare. Gli ascoltatori scrivevano lettere, costruivano di fatto metà trasmissione. Non erano semplici dediche: c’erano racconti, richieste di scuse, storie d’amore, messaggi dal carcere, ricordi di figli scomparsi. Era una trasmissione che raccoglieva umanità vera. Oggi ne è rimasta una versione aggiornata, ma il mondo è cambiato: con mail, WhatsApp e tutti gli altri strumenti si è persa quella fisicità della scrittura, quella grafia diversa da persona a persona che rendeva ogni messaggio unico.
Quali sono state le tappe fondamentali della crescita dell’emittente?
Quando arrivai io, l’editore Tiziano Mariani aveva già in testa un’idea precisa: aumentare progressivamente la quota di informazione dentro la radio. Non fu una trasformazione improvvisa, ma un percorso. Cominciammo con programmi di approfondimento nel fine settimana, interviste, inchieste, trasmissioni dedicate al sindacato, alla cronaca, alla politica. All’epoca ero l’unico giornalista della radio e cercavo di sperimentare format nuovi, come “Zona Franca” o “Lombardia sotto inchiesta”. Contemporaneamente la radio entrò anche nel circuito CNR, legato al gruppo Sper, che riuniva emittenti storiche in varie regioni. Arrivavano programmi comuni, registrati su cassette, da mandare in onda in orari prestabiliti. Era una sorta di anticipazione del concetto di network, prima ancora che il settore fosse pienamente regolamentato. La legge Mammì arriverà solo nel 1990 e per molti aspetti la vera regolamentazione del lavoro radiofonico arriverà perfino dopo. Per esempio, all’epoca era difficile perfino inquadrarti contrattualmente: il giornalista radiofonico come figura riconosciuta non esisteva davvero, così come non esistevano profili chiari per dj, tecnici, conduttori. Oggi sembra una banalità, allora era un problema concreto.
Quanto conta oggi il radicamento territoriale per una radio come la vostra?
Conta moltissimo. Dico sempre che “Radio Lombardia” è insieme la nostra forza e il nostro limite. È la nostra forza perché nel nome stesso c’è il territorio, e la Lombardia non è un territorio qualsiasi: è quasi una regione-Stato, per popolazione, peso economico, centralità. Questo ci dà identità, riconoscibilità, un legame molto forte. Il limite, semmai, è che oggi le tecnologie hanno cambiato il concetto stesso di territorio. Con il DAB, con l’app, con la rete ti possono ascoltare ovunque. Però noi continuiamo a pensare che il nostro compito sia raccontare ciò che succede qui, in Lombardia e a Milano, pur sapendo che Milano è una città internazionale e che il locale, qui, spesso coincide con temi di rilievo nazionale e internazionale. Fare informazione locale a Milano significa raccontare fatti che finiscono sui giornali di tutta Italia, significa intervistare ministri, imprenditori, protagonisti della cultura, e provare a leggere anche i grandi temi globali attraverso le ricadute che hanno sul nostro territorio. Io ho sempre ragionato secondo una formula che mi è sempre piaciuta: pensare globalmente e agire localmente. È esattamente questo. Non vuol dire chiudersi nel localismo, che per me sarebbe deleterio. Vuol dire prendere una questione nazionale o internazionale e chiedersi che effetti produce qui, sulle imprese lombarde, sulla città, sulla vita delle persone. È questo, secondo me, il taglio che ci distingue.
Hai vissuto in prima persona la stagione delle radio libere: che clima si respirava in quegli anni?
Erano anche anni molto difficili. Io ho iniziato nel 1978: erano gli anni in cui si sparava davvero, si facevano rapine in banca con i mitra, c’era una tensione sociale e politica molto più dura di quella che si percepisce oggi. Ogni epoca ha i suoi problemi, ma chi ha vissuto quegli anni sa che il clima era pesante. Al tempo stesso, però, c’era anche una sensazione straordinaria di apertura, di possibilità. C’erano praterie davanti. C’era da inventare tutto: la radio privata, la televisione privata, nuovi linguaggi, nuovi modi di fare musica, nuovi spazi culturali. Quello spirito pionieristico era fortissimo. Si costruivano le cose mentre le si faceva. È valso per la radio, per la tv, per la musica. Oggi quel mondo non c’è più. In parte perché la radio è stata assorbita, soprattutto tra anni Novanta e Duemila, dalla televisione: tanti grandi nomi della tv vengono da lì, dalla radio. In parte perché nel frattempo sono nate scuole, percorsi, strutture. Allora invece non c’era niente. Si imparava facendo. La radio era una grande fucina di talenti.
Le radio nascono come spazi di libertà e sperimentazione. Cosa è rimasto oggi di quello spirito originario?
Quasi nulla, credo. Non perché manchino le persone capaci, ma perché è cambiato il sistema. Quando tutto è già stato fatto, è più difficile sperimentare davvero. Vale per la radio ma anche per la televisione. Paradossalmente, oggi con centinaia di canali e strumenti infinitamente più evoluti, si produce meno innovazione vera di quanta se ne producesse nei momenti di passaggio, quando ogni cosa era ancora da inventare.
Quando e perché si è passati da una radio prevalentemente musicale a un’offerta più ampia fatta di informazione, opinioni e approfondimento?
Perché l’editore aveva questa idea molto chiara già sul finire degli anni Ottanta. Voleva costruire una radio che non fosse solo intrattenimento, ma anche informazione strutturata, approfondimento, discussione. È stata una crescita graduale e, ancora oggi, il punto delicato è l’equilibrio. Chi viene dal mondo della musica non capisce perchè facciamo così tanta informazione; chi viene dal giornalismo puro non capisce perché facciamo ancora programmi musicali o di intrattenimento. La verità è che Radio Lombardia è entrambe le cose. Abbiamo notiziari locali ogni mezz’ora, programmi quotidiani di attualità e politica, spazi di approfondimento molto consistenti. Ma continuiamo ad avere anche musica, compagnia, leggerezza, perché una radio vive anche di questo. La vera svolta, negli ultimi anni, è stata soprattutto aver dato voce al mondo imprenditoriale, alla politica locale e regionale, ai teatri, alla città reale. Fare locale a Milano, come dicevo, è una sfida particolare: significa essere radicati, ma senza diventare provinciali.
Le radio devono competere oggi con podcast, streaming e social: è una sfida o un’opportunità?
Entrambe, ma soprattutto una sfida che va capita bene. Del podcast si parlava già molti anni fa e io ero convinto che avrebbe avuto un ruolo importante. Però in Italia spesso il podcast è diventato semplicemente la registrazione di qualcosa che era già andato in onda. Più che un prodotto originale, un archivio audio. E così perde forza. I podcast davvero interessanti sono quelli pensati con un linguaggio proprio, con scrittura, suono, narrazione, ricerca. In quel caso funzionano. Ma per farli bene servono soldi, competenze, tempo, professionalità. Come per la radio, del resto. Spesso invece si pensa: “Cosa ci vuole a fare un podcast?”. È lo stesso pregiudizio che per anni ha colpito la radio. In realtà servono competenze precise. La radio, come il podcast, non è improvvisazione: è linguaggio, costruzione, ascolto, sensibilità.
Ci sono stati momenti storici o politici in cui avete sentito una responsabilità particolare nel fare informazione?
Sì, senza dubbio il Covid. Quello è stato il momento più difficile. In quei mesi Radio Lombardia è stata cercata anche dall’estero: digitando “Covid” e “Lombardia” uscivamo facilmente nei motori di ricerca, e venivamo contattati da Londra, dalla Spagna, da altri Paesi per raccontare quello che stava accadendo qui. In quel periodo la Lombardia era il centro della crisi e sentivamo fortissimo il peso della responsabilità di raccontare i fatti, di farlo con attenzione, con serietà, con senso del ruolo. Per certi versi fu importante anche il rapporto con la Regione, che in quella fase aveva un ruolo centrale. Ma ricordo come momento molto significativo, in senso positivo, anche l’Expo. Lì abbiamo raccontato un cambiamento: non solo l’evento in sé, ma la trasformazione di Milano, il suo nuovo rapporto con il mondo. Avevamo capito già prima che la città stava cambiando e abbiamo seguito quel percorso per anni.
Quanto è cambiato il rapporto tra radio, politica e opinione pubblica?
Moltissimo. Negli anni Settanta e fino a Tangentopoli la politica era percepita come una cosa importante. Riuscire a fare certe interviste qualificava te e la tua testata. Io ricordo, per esempio, una importante intervista a Bettino Craxi: allora un incontro del genere aveva un peso particolare. La politica era più difficile da raggiungere, ma quando la raggiungevi il rapporto era anche più diretto, più sostanziale. Oggi tutto è diventato più immediato, più superficiale, più mediato dai social. C’è l’illusione che si possa scrivere direttamente a chiunque. Soprattutto, mi sembra che si sia perso un legame profondo tra persone e politica. La nostra generazione è cresciuta respirando politica anche a scuola: non nel senso dell’appartenenza forzata, ma nel senso che i temi politici erano parte del vivere quotidiano, del pensare il mondo, del desiderio di cambiarlo. Oggi questo rapporto mi pare molto più debole. La politica è lontana dalle persone e le persone si sentono lontane dalla politica.
Che tipo di radio ti immagini per il futuro?
La radio è stata data per morta almeno dieci volte, e invece è ancora qui. Anzi, per certi versi è il mezzo più agile e più vicino all’oggetto che usiamo tutti ogni giorno, il telefono. Ormai la radio la porti in tasca. Da questo punto di vista ha ancora un futuro, ma a una condizione: che abbia contenuti. La musica da sola non basta più, perché oggi ognuno si costruisce la propria playlist, ascolta quello che vuole quando vuole. La radio di puro flusso, quella fatta solo di musica e frasi generiche, secondo me ha sempre meno senso. La radio continuerà a funzionare se chi la fa avrà qualcosa da dire: notizie, idee, letture, voci, storie, contenuti veri. Se non hai niente da dire, è meglio stare zitti, mandare un jingle e una canzone: fai miglior figura. È una battuta, ma fino a un certo punto. Le radio e i programmi che oggi funzionano davvero hanno un’identità forte, un tono, un contenuto riconoscibile. Non basta più riempire il tempo. Bisogna offrire qualcosa che le persone non trovano altrove, o non trovano in quella forma.
Quali competenze deve avere oggi un giovane che vuole lavorare in radio?
La prima, per me, è la curiosità. E non vale solo per la radio: vale per il giornalismo, per la musica, per qualunque mestiere culturale. Se non sei curioso, se non hai voglia di capire, di approfondire, di andare oltre la superficie, non puoi fare questo lavoro. Noi siamo cresciuti con pochissimo e proprio per questo eravamo spinti a cercare, a studiare, ad ascoltare, a comprare dischi, a leggere riviste, a voler sapere. Oggi spesso vedo giovani che vogliono fare i giornalisti o lavorare nella comunicazione, ma senza quella fame. E senza quella fame è difficile. Questo è un mestiere che richiede responsabilità, voglia di esporsi, desiderio di imparare continuamente. Non puoi pensare di restare per sempre in una posizione protetta, senza prendere iniziativa. A un certo punto devi prenderti il peso delle cose.
Che cosa ti appassiona ancora di questo lavoro?
Mi appassiona il gruppo di lavoro, che qui è storico. Da noi non c’è grande turnover e questo è insieme una forza e un limite, ma sicuramente crea un’identità forte. Siamo persone che lavorano insieme da venti o trent’anni. C’è una storia comune, un modo di capirsi, un clima che conta molto. E poi mi appassiona ancora la possibilità di fare belle interviste, di incontrare persone interessanti. Magari ho meno tempo una volta, perché il ruolo del direttore ti porta a occuparti di mille cose, ma quando incontro qualcuno che ha davvero qualcosa da raccontare sento che il motore è ancora quello. E vale per i musicisti come per gli scrittori, i politici, gli economisti, gli uomini di teatro: questo lavoro ti dà ancora la possibilità di incrociare mondi diversi e di imparare ogni volta qualcosa.
C’è un ricordo, un episodio, un momento in onda che senti particolarmente tuo?
Sì, direi l’intervista a Bettino Craxi. Anche perché in quel caso riuscii a portarlo su una questione molto precisa, legata alle elezioni milanesi di allora. Ricordo quella conversazione come un momento importante, molto mio.
Se dovessi raccontare Radio Lombardia con una sola parola o con una sola frase, quale sceglieresti?
“Non ci fermiamo mai”. È anche uno dei nostri claim più riusciti, quello che secondo me ci rappresenta meglio. Prima ne abbiamo avuti altri, ma questo ha una forza particolare perché restituisce bene lo spirito lombardo e milanese: il lavoro, il ritmo, l’idea di andare avanti, di non stare fermi. È una frase che ci assomiglia molto.
C’è qualcosa che vuoi aggiungere?
Sì. Ci tengo a dire una cosa sull’editore, Tiziano Mariani, perché io posso raccontare tutta questa storia solo perché c’è stato qualcuno che ci ha creduto davvero. Il nostro è sempre stato un rapporto schietto, concreto. Siamo cresciuti insieme negli anni, senza mai fare il passo più lungo della gamba. Credo che proprio questa sia stata la chiave: costruire una struttura solida, che oggi ha un valore reale nei contenuti che propone. E non è poco.


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