Italia

Melonomics failure e patologie strutturali di un paese della non crescita e senza sviluppo

Un paese che non cresce: perché, per dove, come e con chi? Per quale (non)sviluppo ?

2 Maggio 2026

Dopo quasi 4 anni di governo Meloni e il ricco “pacchetto PNRR”  con la crescita 2025 allo 0,5% e quella UE all’1,4% abbiamo anche sforato la soglia deficit/Pil che ci evitasse la procedura di infrazione di Bruxelles per l’ “inezia” di poco più di 600 milioni. Una cifra che – paradosso tra i paradossi – corrisponde al “buco nero” dei centri di immigrazione albanesi “vuoti” e che sarebbero costati 1/8 se avviati in Italia. Magari da spendere per tagliare le code negli ospedali per anziani e pensionati poveri. Esito di non crescita  e senza sviluppo: miopia, insipienza o incompetenza?

Cominciamo dallo spread tanto decantato e tenuto basso come guida alla stabilità alimentata da una certa credibilità internazionale iniziale della coppia Meloni-Giorgetti su un possibile controllo in discesa del debito e del suo costo. Uno spread sceso in modo sensibile (in tre anni da 240 a 60) ma anche sempre molto sopra a quello dei nostri partner “mediterranei” (Spagna, Portogallo e anche della Grecia) e con “fondamentali” sostanzialmente immutati ad esclusione della crescita che è invece molto rallentata dopo la “fiammata” post Covid. Certamente con tassi di interesse a favore abbattendo il costo del debito di 5 mil.di /anno lungo una traiettoria virtuosa che poteva portarci a regime anche a 36 mil.di di risparmi. Un bel gruzzolo. Ma che non è tuttavia servito a ridurre le storture strutturali della nostra economia anzi – secondo alcuni reputati analisti (Giavazzi, Univ. Bocconi, Leonardi, Univ. Statale Milano, Cottarelli, Univ. Cattolica) – le avrebbe accresciute. Un tempo lungo di occasioni perdute? Per esempio, sul fisco dove la fissità degli scaglioni ha portato i redditi oltre 35.000 euro (lordi) a pagare più tasse per un salto da uno scaglione all’altro dovuto al picco crescente della leva inflazionistica (2022/23) che accresce i lordi e non i netti. Circa 4 mil.ni di persone (lavoratori dipendenti) hanno pagato 25mil.di in più di tasse e con una restituzione parziale e insufficiente (fiscal drag non compensato). Tanto da mantenere il potere d’acquisto dei salari del – 8% rispetto al 2021, mentre altri paesi europei tornavano al pareggio o lo superavano. Uno dei fattori chiave è stato anche la negazione di un “salario minimo nazionale legale” (presente in 22 paesi europei e in 30 dei 38 OCSE) che – va ricordato – è  anche un disincentivo agli investimenti innovativi delle imprese e dunque un freno alla crescita. Persa l’occasione di un “incontro” con l’opposizione su questo treno che non ripartirà facilmente il governo ha varato l’apparente furbizia elettorale del “salario giusto” che sulla carta poteva anche avere un senso ma alla sola condizione di proporre una legge sulla rappresentanza sindacale non voluta né dai sindacati né dalle imprese. Il governo ha invece puntato tutte le fiches sui redditi autonomi con flat tax al 15% e alzando la soglia di 85000 euro per consentire a questi redditi un recupero inflazionistico. Una “gabbia dorata” per gli autonomi delle partite iva come incentivo distorsivo a “non crescere”, dunque non fattore di dinamismo ma “via di fuga” tra un lavoro povero e precario e impossibilità di crescita imprenditoriale (compreso il neo-schiavismo dei rider della gig economy). Quindi misura elettoralistica verso consenso che si è scontrata con la necessità vitale di crescita delle nostre imprese e dunque della capacità competitiva del sistema-paese incentivandole a rimanere micronizzate sotto una scala minima di efficienza nelle tempeste tra concorrenza  e venti di conflitti globali. Facendo i conti con un lavoro di bassa qualità e a basso salario oltre che “più vecchio” svuotandosi gli occupati 35-46enni a favore degli ultra-50enni (più che raddoppiati su 2004) che porta a rileggere “patologicamente” quel 5,2% di disoccupazione perché segnale di un ascensore sociale che vola solo in basso e i disoccupati 15-24 anni salgono al 18,1% (+0,6 in un solo mese). Rintocchi di una campana tragica del declino e sotto la crescita “0”. Con una nicchia di super tutelati sopra, mentre sotto una massa fluida che entra ed esce dai mercati del lavoro senza competenze, senza salari adeguati e senza speranza di progressione di carriera e dunque “0” fiducia nel futuro. Un contesto drammatico dove le persone smettono di cercare lavoro e infatti nel paradosso di una occupazione che sembra crescere ma con esplosione degli inattivi in un paese che perde partecipazione non crescendo. Una terribile “illusione ottica” da smascherare. Un fattore strategico di produttività asfittica e calante da 30 anni per scarsa penetrazione di innovazione, ricerca e competenze sofisticate come oggi per la diffusione dell’AI e della meccatronica che saldano IoT e OoT. Peraltro, cancellando incentivi anche alle imprese medio-grandi per 15 mil.di ( ACE per favorire la capitalizzazione via capitale proprio, decontribuzioni per localizzazioni al sud e incentivi per imprese automobilistiche) poi solo in parte compensate tra 2023-25 e dopo il pasticcio di industry 5.0 “per inaccessibilità” e dover poi tornare a industry 4.0. Gettito fiscale cresciuto ma in un quadro frammentario, fragile e parziale di politica industriale compreso il non rinnovo della detrazione del 30% per le imprese innovative. Non recupero salariale e disincentivi innovativi alle imprese hanno rappresentato una forte barriera alla crescita anche per tempistiche incompatibili con le necessità di programmazione delle imprese. Rincorrendo invece ” elettoralmente” il consenso dei ” balneari” e le loro rendite di posizione e su questo scontrandosi con le regole Europee sulla concorrenza. Dunque, misure di freno a competitività e concorrenza in ambito manifatturiero, di disincentivo ad innovazione e crescita d’impresa e a favore dei monopoli nel turismo stagionale e in altri servizi. Perché non si governa  nella tempesta globale perfetta con piogge di bonus e incentivi lineari e disorganici, eterodiretti e senza una destinazione o un porto sicuri. Così nelle banche, dove il governo ha deciso per esempio di favorire la crescita del Credit Agricole ( francese) rispetto al banco BPM come concorrenti diretti e che si spera accenda i fari antitrust. Un quadro a macchia di leopardo tra (poche) luci e (molte) ombre che stenta a far emergere un disegno organico di politica economica e industriale di focalizzazione delle priorità del sistema paese (energia, salute, infrastrutture, innovazione, qualità del lavoro), se non nei trasporti su ferro favorendo l’entrata (francese) del terzo attore nell’Alta Velocità che è sicuramente buona cosa come apertura alla concorrenza ma certo poco nel quadro nazionale. Conferma che l’unica “Grande Riforma” da 40 anni passa su ferro provando a riunire il paese.  Ma soprattutto conferma del fatto che stabilità senza crescita e senza una visione d’insieme non potrà farsi sviluppo e configurandosi come “immobilismo” alimentato da sprechi elettoralistici e spesso a “pioggia asimmetrica” che non hanno fatto bene al paese cancellando 4 anni alla ricerca di inutili “record di longevità” che certo non ha portato benefici alla produzione industriale in calo da 38 mesi né alla riduzione di diseguaglianze ataviche che hanno fratturato coesione sociale e fiducia. In peggioramento di fronte al disastro energetico innescato dall’attacco di Putin all’Ucraina prima e di quello USA-Israele all’Iran poi inchiodati nel fallimento della “Doppia Trappola di Hormuz” che tiene in ostaggio il mondo imprigionando i due contendenti nello stallo. Problema allora di mancata crescita senza sviluppo che poteva essere assorbito meglio con un’Italia che avesse investito più strategicamente sulle rinnovabili avendo sole, vento, mare, geotermia, biomasse e idroelettrico. Fallimento che ritroviamo nei tassi di occupazione giovanile e femminile tra i più bassi d’Europa e con un aumento della povertà per 6 milioni di persone ( di cui 2,5 mil.ni di lavoratori poveri). Che rileviamo anche nella esplosione delle code nella sanità dove quasi 6 mil.ni di persone secondo l’Istat hanno rinunciato alle cure nel 2024 (per tempi, costi e assenza di politiche di prevenzione) quale spinta irresponsabile a svuotare il pubblico a favore del privato degradando peraltro il principio di sussidiarietà rigenerando diseguaglianza sanitaria di massa. Considerando inoltre il peso della “bomba demografica” prossima alla natalità “zero” e certo non aiutata da incentivi scarsi e/o inaccessibili alle famiglie con più figli e inutili per le altre. Un processo che costringe 190mila giovani (metà dei quali laureati) ad emigrare in tanti altri paesi europei per trovare lavoro  e salari dignitosi, oppure rimanendo nel limbo del paese con la maggior quota di NEETS in Europa. Una destra che si accontenta del ristretto vacuum di vox populi ideologiche a favore di politiche razziste come la remigration avviando la campagna elettorale 2027 e non avendo nulla da rivendicare al suo governo vista l’implosione delle riforme (autonomia regionale, separazione carriere e premierato). Un governo dell’austerità ma anche questa asimmetrica e ingiusta cioè a sfavore di dipendenti e pensionati ma a favore di partite iva, rendite immobiliari e finanziarie violando la progressività scritta in Costituzione e anche questa un disincentivo alla crescita. Infatti, con l’85% dell’Irpef pagata da lavoratori dipendenti e pensionati. Allora una Melonomics della non crescita, molto “stabile” e anche molto proiettata in una immobilità che si è fatta immobilismo perché senza una visione di futuro vista la “fisarmonica di interventi disarmonici” a pioggia” o asimmetrici senza priorità strategiche ma di iniezione elettoralistica. Inoltre, vuoti strategici estesi anche dallo squilibrio deflagrante tra lealtà e competenza facendo picking con classi dirigenti non solo ridottissime ma anche ristrettissime e familistico-claniche senza cherry. Perché nonostante il PNRR (che a giugno si interromperà) e visti gli impatti insoddisfacenti spinge la PdC (con Giorgetti) a “elemosinare” la sospensione del Patto di Stabilità a Bruxelles che è altamente improbabile essendo (per ora) soli a richiederlo. Avviandoci dunque a “compensare” il buco energetico (acceso anche dal caos dilagante di un Trump imperiale diviso tra arricchimento personale ed enormi conflitti di interesse/familiare) con tagli alle accise al contagocce (e l’”avventura albanese” dei centri) con più debito.

Più debito con meno crescita e senza sviluppo ?

 Ma allora c’è da chiedersi se sia possibile, accettabile, desiderabile oltre che ragionevole coprire ogni errore dei governi con più debito scaricandolo sulle generazioni future? Evidenti allora le fratture tra crescita, debole qualità delle classi dirigenti, scarsa innovazione e bassa qualità del lavoro che se non strettamente connesse non possono accendere la fiducia necessaria per investimenti in talenti, ricerca-education e qualità di prodotti e processi per alimentare la competizione globale e la ripresa di una produttività mutante del paese, sempre più phigital e cognitiva. Guardando ad un trasferimento tecnologico che non è più transazionale ma processo collaborativo di ecosistema (filiere, distretti, territori) dove l’impresa è istituzione sociale che partecipa come attore centrale con università e centri di ricerca alla trasformazione di conoscenza in innovazione condivisa. Ecco perché utile e urgente un “Governo ombra” con un programma di riforme sostenibile e credibile che ci porti alle elezioni con chiare priorità sui bisogni del paese per sanare le fratture tra crescita, produttività, innovazione e lavoro capacitato di qualità verso lo sviluppo traguardando all’Europa per un nuovo equilibrio tra “società aperta e libera e welfare selettivo, tra pubblico e privato, tra Stato flessibile e mercati competitivi. Guidati da sburocratizzazione e robuste politiche antitrust nel digitale e nelle banche ma non solo, de-verticalizzando la politica. Un programma oltre il guado di una austerità inefficiente e recessiva. Per un quadro in peggioramento con la BCE che molla i tassi invariati e li alzerà per stabilizzare l’inflazione in ascesa imbevuta di petrolio (a 120 $ con un OPEC in frantumi) e con un maggior costo del debito per noi. Il “gatto che si mangia la coda” (ormai consunta) se non riusciremo a risospingere crescita, competitività e società aperta in un quadro continentale guidato dai “Volenterosi” con difesa, commerci e diplomazia geostrategica. Serve allora coraggio e nervi saldi con una visione di medio-lungo termine condivisa che accresca la coesione del paese riducendo le sue storiche diseguaglianze (economiche, sanitarie, territoriali, culturali oltre che tecnologiche e innovative). Riconoscendo i rischi di declino ma anche i potenziali manifatturieri  e digitali da mobilitare riunendo il paese attorno a giovani e donne  nell’Europa-Mondo come destino per un Nouveau Contrat Social tra capitale e conoscenza, lavoro-capacitato e diritti rinnovando democrazia e stato di diritto.

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