Giornalismo
Meloni e il conto della propaganda
L’inflazione, la stagnazione dei salari e i vincoli europei mettono alle strette l’esecutivo. Tra la tentazione di staccare la spina per evitare il logoramento e il nodo delle alleanze radicali, per la premier si apre un bivio cruciale.
Ci sono momenti nella vita di un governo in cui la narrazione smette di fare da scudo e la realtà presenta il conto tutto insieme. Per Giorgia Meloni, questi sembrano essere i giorni più complessi dall’arrivo a Palazzo Chigi. L’impalcatura comunicativa costruita a suon di slogan sul governo più solido della storia sta iniziando a mostrare le prime incrinature sotto il peso di una congiuntura economica implacabile e di scelte strategiche a corto raggio.
La fotografia del Paese reale racconta una storia diversa dai post sui social: l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto, i salari restano tra i più stagnanti d’Europa, i prezzi dei beni energetici e del carburante mettono a dura prova famiglie e imprese. A questo si aggiunge un posizionamento internazionale sempre più acrobatico, sospeso tra il lealismo euro-atlantico e le simpatie verso la destra americana.
La trappola di destra e l’incognita Vannacci
Il vero nodo, tuttavia, è tutto politico. Meloni si trova di fronte a un bivio strategico che definirà la sua parabola: cedere alle sirene del populismo radicale, strizzando l’occhio a figure come il generale Roberto Vannacci, oppure blindare il profilo istituzionale ed europeo faticosamente costruito in questi mesi.
L’abbraccio con le frange più estreme può garantire un dividendo elettorale immediato, ma rischia di rivelarsi un boomerang mortale sul piano della credibilità internazionale e della tenuta con i mercati finanziari. In politica, governare sotto il ricatto permanente delle proprie estreme è la premessa per un veloce declino.
In un quadro dove le prossime manovre finanziarie si preannunciano pesanti per far quadrare i conti con i vincoli europei, se la premier avesse accanto un consigliere cinico e spregiudicato gli sentirebbe dire una sola cosa: staccare la spina prima che la crisi esploda.
L’ipotesi dello strappo e la tentazione del governo tecnico
Spingere il Paese verso le urne o favorire una soluzione d’emergenza, lasciando al Quirinale e a Sergio Mattarella la patata bollente di un esecutivo tecnico, permetterebbe a Fratelli d’Italia di compiere l’ennesimo miracolo comunicativo: evitare la responsabilità politica dei tagli di bilancio e delle riforme impopolari, tornare istantaneamente in piazza nelle vesti di vittima dei poteri forti e rigenerare la carica propulsiva del proprio consenso in vista della tornata successiva.
L’unica alternativa a questa ritirata strategica sarebbe una spinta propulsiva sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale, accelerando i tempi prima dei pronunciamenti della Corte Costituzionale per incassare un premio di maggioranza blindato. Ma sarebbe una scommessa al buio.
Il consenso volatile delle classi dimenticate
L’attuale maggioranza dimentica spesso un dato di fondo: è nata dalle urne con il minimo storico di affluenza nella storia della Repubblica. In termini demografici e di rappresentanza, si tratta di una legittimazione numericamente ristretta e per questo estremamente fragile.
La destra al potere sembra aver smarrito la sintonia con quei blocchi sociali che ne avevano decretato il successo, come agricoltori, autotrasportatori e lavoratori della produzione. Senza il supporto di questo elettorato pragmatico, il silenzio politico di queste settimane assume i contorni dell’imbarazzo strategico.
Nel populismo la percezione è tutto, ma la percezione non paga le bollette né riduce il debito pubblico. Per Giorgia Meloni è arrivato il momento di scegliere se rischiare il logoramento definitivo o provare a cambiare il corso degli eventi prima che sia troppo tardi.
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