Giornalismo
La catena di montaggio dell’informazione
Dal dossieraggio della Prima Repubblica alla moderna fabbrica del fango: come la filiera dell’informazione — tra agenzie svalutate, giornali da 50 copie, talk show e deepfake d’intelligenza artificiale — ha smesso di raccontare i fatti per ingegnerizzare le percezioni.
Nel grande ingranaggio delle notizie non si raccontano più i fatti: si ingegnerizzano le percezioni. Dalle agenzie svuotate ai giornali finanziati per fare dossieraggio, fino alle gogne mediatiche della televisione e ai deepfake dell’intelligenza artificiale, ecco come la filiera della comunicazione ha smesso di informare per trasformarsi in una permanente macchina d’assalto.
L’idea che l’informazione del passato fosse un tempio di purezza deontologica, fondato unicamente su una gerarchia di verifica e apprendimento, è un mito rassicurante quanto ingenuo. Come dimostra la storia delle agenzie d’informazione d’assalto della Prima Repubblica — dall’Eco di Roma usata dal ministro Fernando Tambroni con le veline dell’Ufficio Affari Riservati, fino ai dossier dell’Osservatore Politico di Mino Pecorelli o ai bollettini di Lando Dell’Amico finanziati dal petroliere Attilio Monti — l’informazione in Italia è sempre stata un’infrastruttura d’influenza gestita da correnti, intelligence e potentati economici per condizionare nomine, inviare messaggi cifrati ed esercitare il ricatto.
Ciò che è cambiato oggi non è l’intenzione manipolatoria del potere, ma la scala, la velocità e la democratizzazione delle sue armi. Se ieri il dossieraggio era un lavoro artigianale per pochi eletti, oggi la distorsione è diventata un processo industriale ad altissima rendita, dove la “macchina del fango” si è integrata perfettamente nel modello economico dei media.
Le agenzie di stampa: da camere di compensazione ad algoritmi di flusso
Se nella Prima Repubblica le agenzie erano il terreno di coltura di veline opache ma altamente strategiche per gli apparati, oggi la loro funzione si è finanziariamente e operativamente dequalificata. Svuotate dai tagli e soffocate dalla contrazione dei contributi pubblici, molte agenzie sono passate dal condizionare le élite al servire la dittatura del traffico. Non si tratta più solo di lanciare la notizia per prime, ma di confezionare “lanci” ottimizzati per la SEO, pre-digeriti per i motori di ricerca e pronti per essere rimasticati dai siti di informazione senza alcun passaggio di verifica. La notizia d’agenzia è diventata la materia prima a basso costo di una catena di montaggio che deve produrre contenuti a ciclo continuo.
La carta stampata e la TV: la sussidiarietà del fango e i talk show della polarizzazione
In questo scenario, i quotidiani cartacei e la televisione generalista hanno abbandonato ogni pretesa di cronaca tempestiva per specializzarsi nel posizionamento d’area. La carta stampata si è ridotta a un simulacro per addetti ai lavori: le prime pagine non servono a informare i lettori, ma a segnalare la fedeltà del giornale a un determinato gruppo di pressione o di governo. Parallelamente, il panorama editoriale vede la sopravvivenza di testate con tirature ridicole — quotidiani che vendono poche centinaia o persino decine di copie al giorno — sostenute dai contributi statali per svolgere una precisa funzione d’assalto.
In questi quotidiani, la funzione giornalistica cede il passo all’organizzazione di vere e proprie campagne di delegittimazione o alla diffusione di notizie surreali. La direzione di figure come Daniele Capezzone o Tommaso Cerno incarna perfettamente questo mutamento genotipico: testate come Il Tempo o Il Giornale non nascondono più la loro natura di avamposti d’attacco politico. È in questo calderone che prendono forma scoop grotteschi — come le ricostruzioni di presunti dossieraggi e la diffusione di indiscrezioni su fantomatici “piani secretati”, fino alle ridicole insinuazioni di relazioni intime tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci — lanciati al solo scopo di inquinare il profilo dell’avversario e distrarre dal merito delle inchieste.

La televisione, dal canto suo, ha ingegnerizzato la “macchina del fango” trasformandola nel format del talk show quotidiano. La complessità dei problemi viene frantumata in uno scontro tra tifoserie, mentre la cronaca nera e giudiziaria viene programmaticamente spettacolarizzata. Casi mediatici d’impatto emotivo — dai dettagli morbosi sul delitto di Garlasco ai recenti racconti sulla cosiddetta “famiglia del bosco” — non occupano i palinsesti per semplice caccia agli ascolti: la loro gestione servile serve a plasmare la percezione pubblica della giustizia, alimentando la narrazione di un sistema giudiziario inaffidabile per preparare il terreno alle riforme di turno e delegittimare il potere inquirente.
L’informazione online e le fake news: il business dell’ingaggio emotivo
Sulla rete la debolezza strutturale del giornalismo incontra la monetizzazione della rabbia. L’informazione online ha trasformato il depistaggio in un modello di business: non serve più un grande vecchio che finanzi un foglio riservato, basta un titolo sensazionalistico capace di generare un click. In questa cornice, le fake news non sono incidenti di percorso, ma l’inevitabile sottoprodotto della caccia all’ingaggio. Ogni notizia falsa o manipolata costruita su misura per la “pancia” dell’elettorato attiva una reazione virale. E la reazione, positiva o sdegnata che sia, genera traffico, e il traffico genera fatturato pubblicitario.
I social e l’intelligenza artificiale: la fabbrica del verosimile
Il salto di qualità definitivo avviene con l’integrazione dei social network e delle nuove tecnologie generative. L’arena social ha esautorato definitivamente ogni forma di mediazione editoriale, permettendo alla propaganda di parlare direttamente all’inconscio dell’utente attraverso l’algoritmo. L’ingresso dell’intelligenza artificiale ha poi infranto l’ultimo baluardo della verifica: la testimonianza visiva.
L’episodio dell’immagine e del video deepfake che ritraevano Elly Schlein sorridente e affabile al fianco di Roberto Vannacci rappresenta un punto di non ritorno della manipolazione politica.

- L’obiettivo di un contenuto del genere non è tanto far credere che quell’incontro sia realmente avvenuto la sera prima, quanto insinuare il dubbio, cortocircuitare la base elettorale, provocare l’indignazione reattiva e costringere l’avversario a passare la giornata a smentire anziché a proporre contenuti. Nel tempo che un fact-checker impiega a svelare il fotomontaggio, l’effetto politico ed emotivo si è già sedimentato nella memoria collettiva ed è stato ampiamente monetizzato in termini di traffico.
Dai veleni in ciclostile recapitati a mano nei palazzi di Piazzale Clodio alle immagini sintetiche generate da un software, il filo conduttore della storia italiana resta il medesimo: la trasformazione del fatto in proiettile. Tuttavia, in un contesto in cui persino la prova visiva è diventata manipolabile e la macchina del fango è un’industria sovvenzionata, l’igiene democratica richiede al cittadino uno sforzo in più. Non basta più chiedersi se una notizia sia vera o falsa; occorre domandarsi chi ha pagato per produrla, quale reazione emotiva voleva innescare e quale potere ne trae beneficio.
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