Il Piano Casa ideato dal Governo Meloni

Giornalismo

Il Piano Casa di Meloni e la ragnatela di ADD Capital

Un’analisi approfondita dell’inchiesta di Milena Gabanelli e Mario Gerevini svela l’intreccio tra fondi pubblici italiani, regia manageriale e poteri di veto emiratini.

19 Ottobre 2026

Il “Piano Casa” ideato dal Governo Meloni è stato presentato come un ambizioso intervento pubblico volto a realizzare oltre 100 mila abitazioni in 10 anni. A far discutere è in particolare il suo terzo pilastro, pensato per attrarre “robusti investimenti privati” nell’edilizia convenzionata in cambio di forti semplificazioni autorizzative, deroghe urbanistiche e tempi procedurali compressi.

L’inchiesta condotta da Milena Gabanelli e Mario Gerevini per il Corriere della Sera ha ricostruito i passaggi societari, svelando come il primo (e finora principale) grande programma ammesso alla corsia preferenziale statale non sia frutto di un mercato concorrenziale, bensì di un’architettura finanziario-immobiliare ritagliata attorno a un singolo manager e blindata da un fondo sovrano arabo.

L’allarme di Federico Fornaro alla Camera: dubbi mai chiariti

Federico Fornaro, PD
Federico Fornaro, deputato del gruppo PD-Italia Democratica e Progressista

I primi segnali d’allarme sul piano politico e istituzionale risalgono al 28 gennaio, quando l’onorevole Federico Fornaro (PD) ha depositato un’interrogazione a risposta scritta alla Camera dei Deputati.

Fornaro chiedeva chiarimenti dettagliati al Governo e al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) sull’affidamento di ingenti risorse di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e del fondo sovrano di Abu Dhabi Mubadala a due fondi gestiti da una nuova società riconducibile al manager Mario Abbadessa (ex guida di Hines Italy). Il deputato poneva tre questioni fondamentali:

L’assenza di gare e procedure ad evidenza pubblica per la scelta del gestore privato e l’assegnazione delle risorse stabili.

I costi di gestione: la presenza di commissioni potenzialmente elevatissime garantite alla struttura privata, a fronte di risorse finanziarie per la maggior parte di origine pubblica.

L’anomalia temporale: la piattaforma di Abbadessa raccoglieva capitali e definiva i propri assetti societari con diversi mesi di anticipo rispetto al varo formale e alla conversione in legge del decreto sul Piano Casa.

A oggi, l’interrogazione dell’onorevole Fornaro non ha mai ottenuto una risposta scritta da parte dell’esecutivo.

Veri o finti privati? La mappa delle risorse e la legittimità dell’operazione

Uno degli snodi più critici messi in luce dall’inchiesta riguarda la reale provenienza dei capitali. Se da un lato il Governo rivendica che il terzo pilastro scarichi l’onere finanziario sui privati, la mappa della raccolta (complessivamente pari a 2,3 miliardi di euro) evidenzia una netta e prevalente presenza di risorse pubbliche italiane:

Cassa Depositi e Prestiti (CDP): partecipata all’83% dal Ministero dell’Economia (MEF), sostiene l’operazione con 425 milioni di euro.

Poste Italiane (tramite Poste Vita): società a controllo pubblico (MEF e CDP), per cui risulta deliberato un investimento di ben 600 milioni di euro.

Istituto per il Credito Sportivo: ente a maggioranza pubblica (80% MEF), partecipa con 40 milioni di euro.

Fondo Sovrano Mubadala: braccio finanziario del Governo di Abu Dhabi, impegna 600 milioni di euro.

L’operazione è lecita dal punto di vista legale?

Sul piano formale e strettamente civilistico, sì. Dalle carte non emergono violazioni di legge dirette. Enti come CDP o Poste Vita hanno la facoltà giuridica di sottoscrivere quote di fondi d’investimento immobiliari privati legali (come i veicoli di diritto lussemburghese ADD Italy e ADD Value). Allo stesso modo, il diritto societario permette di inserire negli statuti quorum deliberativi qualificati e diritti di veto a tutela dei soci di minoranza.

Tuttavia, la legittimità sul piano dell’opportunità politica, della concorrenza e della trasparenza amministrativa appare estremamente fragile. L’utilizzo di veicoli privati e fondi esteri per gestire ingenti risorse pubbliche consente nei fatti di scavalcare il Codice degli Appalti, le procedure di gara, il controllo della Corte dei Conti e il sindacato parlamentare, creando un canale d’azione parallelo del tutto sottratto alla sfera pubblica.

Chi muove davvero le fila? Le tre forze in gioco

Analizzando i patti societari e i meccanismi decisionali, si delineano chiaramente i tre attori che governano la partita:

L’Architetto Operativo: Mario Abbadessa (ADD Capital)

Ex manager di punta del settore immobiliare, Abbadessa ha costituito la società di gestione ADD Capital (in cui detiene il 78,5% delle quote), accreditandosi come interlocutore unico dell’esecutivo. È il “motore manageriale” che converte le deroghe urbanistiche e le corsie preferenziali burocratiche concesse dallo Stato in rendimento finanziario.

Il Burattinaio Strategico: Il Fondo Sovrano di Abu Dhabi (Mubadala)

Mubadala Investment Company

Con un investimento societario diretto di soli 1.500 euro, Mubadala si è garantito il 15% di ADD Capital. Tuttavia, gli atti notarili svelano che lo statuto richiede un quorum del 90% per l’approvazione delle decisioni strategiche (Allegato A). In virtù di questa clausola, il Governo emiratino dispone di un vero e proprio potere di veto su:

– Compravendita, acquisizione o alienazione di immobili e partecipazioni.

– Modifiche ai piani industriali, aumenti di capitale e costituzione di nuovi fondi.

– Gestione di controversie civili, amministrative e verifiche giudiziarie.

In aggiunta, Abu Dhabi esprime un “osservatore permanente” nel CdA con facoltà di ispezionare tutti i documenti riservati prima delle delibere. Senza il benestare degli emiratini, nessuna decisione rilevante può essere presa.

Il Finanziatore Passivo: Lo Stato Italiano (tramite MEF, CDP e Poste)

Il paradosso evidenziato dall’inchiesta è che lo Stato italiano apporta oltre la metà delle risorse finanziarie totali, attribuisce la qualifica di “preminente interesse strategico nazionale” e assegna poteri commissariali straordinari per velocizzare i cantieri a Roma, Milano, Napoli e Genova. Eppure, a fronte di questo impegno, l’amministrazione pubblica si colloca in una posizione di subalternità nella governance rispetto al socio estero.

Cosa si nasconde dietro questa manovra?

L’architettura finanziaria ideata attorno ad ADD Capital risponde a tre precise dinamiche di fondo:

Privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione dei rischi: I capitali pubblici garantiscono la provvista finanziaria di base, mentre le deroghe normative massimizzano i margini per i privati. I soci di ADD Capital e del fondo beneficiano inoltre della quota del 30% degli alloggi svincolata dai canoni calmierati e destinata alla vendita o all’affitto ai prezzi di mercato.

Elusione dei vincoli di bilancio e della burocrazia: Evitando la filiera pubblica ordinaria (come Cassa Depositi e Prestiti Real Asset che gestisce già 5 miliardi di fondi immobiliari, il Governo ottiene il risultato propagandistico di “avviare i cantieri” in tempi record, cedendo però la regia urbanistica delle principali città italiane (Roma, Milano, Napoli, Genova) a soggetti privati e fondi offshore.

Penetrazione geopolitica nell’urbanistica italiana: Per Abu Dhabi l’operazione non è un semplice investimento finanziario, ma una mossa d’influenza geopolitica. Avere diritto di veto sulle trasformazioni immobiliari e infrastrutturali delle maggiori città italiane assicura al Golfo una presenza strategica permanente negli asset territoriali del Paese.

Conclusione: Il prezzo dell’efficienza e il cortocircuito della sovranità

L’inchiesta di Gabanelli e Gerevini, sommata ai quesiti mai chiariti sollevati dall’interrogazione di Federico Fornaro, mette a nudo un cortocircuito concettuale al cuore della politica economica nazionale.

Per inseguire il traguardo dell’efficienza e della rapidità d’esecuzione sull’emergenza abitativa, lo Stato ha finito per cedere il controllo delle sue leve strategiche. Nel momento in cui i diritti di veto sui progetti di sviluppo urbano delle nostre metropoli vengono consegnati a un fondo sovrano estero, e nel momento in cui centinaia di milioni di euro di risparmio degli italiani (tramite CDP e Poste) vengono incanalati in strutture societarie riservate e privi di gara pubblica, la narrazione del “ritorno al controllo pubblico” sfuma.

 

 

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