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Immigrazione

Remigration in Europe nel “cul-de-sac” di un immobilismo con decrescita infelice

di Luciano Pilotti

La “remigrazione” senza risposte per la crescita e senza coesione nella deriva demografica e riproduttiva di “società chiuse”

20 Giugno 2026

La delocalizzazione di migranti illegali europei in paesi terzi (UK in Ruanda e Italia in Albania), una scorciatoia che non fun-zio-na e non fun-zio-ne-rà. Non solo per motivi etici e umanitari già replicati  a tutte le latitudini  da Leone XIV , ma perché si scontra con secoli di diritti umani e di stratificazioni di diritto internazionale affermato dalle Corti di Giustizia Internazionali e che han sede in Europa. Stratificazioni di diritto internazionale che non è facile superare, perché si scontrerebbe con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo di United Nations e con le Costituzioni di quasi tutti i paesi europei e anche di molti non europei dopo il 1945. Noi abbiamo il dovere di accogliere e integrare, offrendo una opportunità  ai rifugiati e non inseguendo le destre xenofobe e razziste (spesso neonaziste o neofasciste). Perché questa è e deve essere l’ Europa dei Diritti tenendoci stretti la memoria della strada fatta finora, di ciò che siamo e da dove veniamo. Non dimenticando mai il sacrificio delle centinaia di migliaia di morti (americani ed europei e anche extra europei) che ci hanno portato fuori dall’oscurità totalitaria dittatoriale di fascismo e nazismo – come direbbe Agnes Heller per un’”Etica in Cammino”- con le Lotte di Liberazione e con la Resistenza per la riconquista della Libertà in tutta Europa, nonostante l’oblio di Yalta e la “cortina di ferro” che ne segui fino all’ ‘89 con i Gulag e le deportazioni  nelle isole Solovki già dal 1923 fino alla caduta deflagrante del regime sovietico e oggi negata dall’oligarca di Mosca. Deportazioni che risuonano martellanti  e abbiamo già conosciuto tragicamente anche in Italia dalle retate dei ghetti di Roma, Firenze, Milano, Ferrara, Venezia e tante altre città italiane ed europee di est e ovest (da Varsavia a Praga, da Lodz a Cracovia, da Francoforte a Minsk, ecc.) e che porteranno alla catastrofe umana e genocidaria della Shoah. Non dimenticando che su quella catastrofe nascerà il Diritto Internazionale moderno con le sue istituzioni sovranazionali  con le Nazioni Unite perché’ “mai più debba succedere” nonostante Gaza e Cisgiordania degli ultimi mesi e anni sembrano smentire.

Dunque, “ricordare” è un dovere tra “Essere e Tempo” – direbbe Martin Heidegger che per primo vide la crisi delle ideologie, fine dell’assoluto e la conseguente penetrazione nichilista seppure con una criptica adesione alla “grande deviazione totalitaria” della Germania nazista – per ricucire comunità e ricostruire chi siamo e dove andiamo tra solidarietà e responsabilità. Le parole hanno un senso anche oggi con la tragedia di Gaza e della Cisgiordania dove ricorre questa pratica inumana e contraria al diritto internazionale. Le migrazioni sono il “Lungo Cammino” di una Umanità alla ricerca della vita per la vita, nella esplorazione della “vita buona” direbbe David Hume che è impasto di libertà e dignità, di sicurezza per la famiglia e la prole, di una giustizia tra eguali. Soprattutto, dunque, protezione di valori e delle culture della coesistenza e del dialogo interreligioso e interetnico la cui violazione millenaria ha martoriato la Storia delle Civiltà Umane. Migrazioni – allora – come portatrici di sicurezza e non di insicurezza per uno sviluppo condiviso in quanto guidate dall’immaginazione e dal sogno, che per questo non possono essere né imprigionate né fermate, ma guidate e governate con umanità nella “società aperta”. E l’Occidente è tutto questo dalla culla europea al nord america modellato dalle migrazioni dall’Atlantico al Pacifico oltre il colonialismo. Perchè in esse ritroviamo anche la sconfitta del tempo che passa, ossia la rinuncia biblica alla fine del tempo e che gemma la speranza. Risposta dunque anche alla “dannazione demografica” della denatalità che ci illudiamo di riaccendere chiudendoci nelle mura di Babele  e del benessere acquisito dove invece assistiamo all’invecchiamento inesorabile di “società chiuse” alla deriva riproduttiva. Nelle quali sembriamo rinunciare alla stessa liberazione delle donne tra maschilismi, paternalismi e violenze di genere, rinchiudendole ancora nel focolare domestico e che richiami alla “remigrazione” vogliono ipostatizzare nella storia come “nel freezer” e dove la violenza si autoreplica rinunciando all’autonomia delle donne, vera grande risorsa di sviluppo. “Remigrazione” è dunque innanzitutto una chiusura etnica contro il diverso e l’altro (e poi contro l’oppositore), immersa nelle torbide acque del buio razzista di uno jus sanguinis antistorico, antibiologico, anti-evolutivo e anticostituzionale oltre che dell’irrealtà. Perché dietro i richiami fantasiosi e infondati alla “sostituzione etnica” rivediamo i fantasmi della “razza eletta o dei perfetti” dei mai spenti suprematismi bianchi e che calpestano i criteri del merito, della “legge uguale per tutti”, della contendibilità tra pari in base alle capacità, dell’equità intergender, dell’inclusione. Conquiste storiche e di civiltà delle democrazie  (e dei mercati aperti) sugli assolutismi ottocenteschi e sui totalitarismi novecenteschi e che ci hanno regalato 80 anni di pace e di prosperità (con mercati competitivi) e che oggi si vogliono fermare, come indizi evidenti che abbiamo davanti agli occhi dimostrano con politiche da specchietto retrovisore a partire dai rimpatri e da irrealizzabili “blocchi navali”. Che – ricordiamolo – non hanno mai funzionato anche perché costosissimi (4000€c.u. per rimpatrio) contro i 35€/g dei CRT, ai quali si vogliono aggiungere oggi le triangolazioni con paesi di accoglienza e l’Albania (per l’ Italia) e il Ruanda ( per  il UK) tra questi con costi enormi. Ma per quali paesi e con quale diritto vigente e per dove ? Mentre servono anche politiche di collaborazione allo sviluppo per questi paesi con commerci, manifatture, infrastrutture (strade, ospedali, scuole) e servizi equitativi e di reciprocità. Ovviamente, da accoppiare a politiche di REINTEGRAZIONE, accogliendo, certificando le identità delle persone, insegnando loro le nostre lingue e le nostre leggi, senza fantasiose assimilazioni impossibili, ma aprendo finestre per tempi definiti di ricerca di un lavoro ( 3/ 6 mesi?) nel rispetto delle leggi ed evitando “nuovi schiavismi” da 1 euro l’ora (o al giorno?) con le tragedie che vediamo ogni giorno sotto il controllo delle mafie e degli eserciti dei caporalati di ogni ordine e grado, condannati all’invisibilità e in ostaggio della criminalità nell’ibrido tra legale e illegale. Un “gorgo salariale” al ribasso dove paradossalmente richiamiamo gli affamati, gli assetati e perseguitati del mondo senza accoglierli, ma anche “riemigriamo” 100 mila giovani istruiti ogni anno alla ricerca di un futuro che da noi non trovano per salari e lavori decenti. Perché quei salari da schiavi sono il soffitto di cristallo contro cui si scontra la crescita mancata delle nostre imprese incentivate a non innovare. Anche per una fiscalità asimmetrica e polarizzante tra lavoro dipendente (+ pensionati) e autonomo (guidato da flat tax fino a 85mila euro) e in modo regressivo o anti-progressivo. Cosa hanno fatto e fanno i nostri “politici remigratori” per re-remigrare questi giovani (spesso laureati) che regaliamo ai nostri concorrenti ogni anno da almeno due decenni ? Quali le ricette per la crescita oltre a “muri autarchici” della decrescita tra nazionalismi concorrenti? Quali le risposte alla bomba demografica e alla denatalità oltre i melliflui messaggi sulla re-natalità senza incentivi all’autonomia delle donne (comprese le “quote rosa”)? Per esempio, con un Sanchez che fa e non chiacchiera, ma offre soluzioni praticabili e sostenibili. Con un processo di governance dei flussi che certo va condiviso con l’Europa perché di confini europei parliamo e per condividere risposte per la crescita dato che le nostre imprese cercano lavoratori che non trovano e competenze scarse per innovare con ritardi sull’AI. Risposte dai “remigratori” non si vedono, che rimangono pessime parole d’ordine e dell’odio per vincere (forse) le elezioni ma vuote o nulle per governare, anche perché impraticabili oltre che inumane come ripete Leone XIV, inascoltato. Insomma, remigration come un “cul de sac” per super nicchie ideologiche suprematiste sostenute da social come fabbriche replicative dell’odio tanto rissose quanto inoperose traguardando più ad un “passato nazionale” che al suo futuro e ai potenziali di una crescita condivisa e coesa sostenuta da una giustizia giusta !

"politica"
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