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Alla Meloni conviene ancora cambiare la legge elettorale?
Una simulazione con due sistemi di Intelligenza Artificiale sui risultati elettorali che si produrrebbero adottando il nuovo disegno di legge soprannominato “Stabilicum”, attualmente all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato.
La storia del tentativo del governo Meloni di istituire il “premierato”, ovvero l’elezione diretta da parte dei cittadini del capo del governo, senza peraltro eliminare la figura del Presidente della Repubblica, è a dir poco travagliata e passa per un’ipotesi iniziale, nel 2023, di una legge costituzionale che il Parlamento avrebbe dovuto approvare: “Il premierato è la madre di tutte le riforme“, così recitava la premier.
Ma l’iter parlamentare delle riforme costituzionali è complesso e prevede non solo una doppia votazione da parte di Camera e Senato, ma anche il fatto che se nella seconda votazione la legge non ottiene i voti dei 2/3 dei componenti di entrambi i rami del Parlamento, ma la maggioranza assoluta (50% +1 dei componenti di ciascuna Camera), la legge entra in vigore solo se entro 90 giorni dalla pubblicazione del testo sulla Gazzetta Ufficiale, non viene richiesto il referendum da almeno 500.000 cittadini, oppure da 5 consigli regionali o da 1/5 dei membri di una delle due Camere.
La Meloni, nel 2023, si sentiva probabilmente molto forte e convinta di un pieno appoggio popolare e siccome sapeva che la legge sul premierato non avrebbe ricevuto i 2/3 dei voti in Camera e Senato, si diceva pronta ad affrontare il referendum, convinta che l’avrebbe vinto: «Sono molto fiera di questa riforma. Confido in un consenso ampio in Parlamento e se così non dovesse essere, chiederemo agli italiani che cosa ne pensano con un referendum».
Nella riforma costituzionale presentata da Maria Elisabetta Casellati nell’allora Consiglio dei Ministri, si prevedeva addirittura di inserire nella Carta costituzionale non solo l’elezione diretta del premier, ma anche il premio di maggioranza, assegnato al partito o alla coalizione collegata al Presidente del Consiglio eletto, alla quale una nuova legge elettorale avrebbe dovuto garantire la maggioranza dei seggi nelle Camere.
Il principio del premio di maggioranza sarebbe stato quindi costituzionalizzato, anche se la sua forma tecnica – ovvero se bastava la maggioranza relativa dei voti ottenuti da una coalizione o se fosse necessario superare una certa soglia, secondo quale tipo di sistema elettorale, ecc. – era riservata a una nuova legge elettorale (ordinaria) ancora da scrivere. Ricordo che le leggi ordinarie sono più facili da approvare, perchè basta la maggioranza semplice dei voti dei parlamentari presenti (purché sia raggiunto il numero legale), ma possono anch’esse venire sottoposte a un referendum abrogativo.
Nonostante in quel momento storico la Meloni si ritenesse imbattibile, si era comunque sollevato un putiferio negli altri partiti di fronte all’ipotesi di una riforma costituzionale come quella prospettava dalla premier, rispetto alla quale la “legge truffa” del 1953 sembrava un esempio adamantino di sistema elettorale, perchè il premio (previsto solo solo per la Camera dei deputati ed equivalente al 65% dei seggi) veniva assegnato alle forze apparentate che avessero raggiunto il 50% dei voti validi, mentre allora si fermarono al 49,8% e la legge venne poi abrogata.
La Meloni, nel 2023, parlava invece in modo generico delle condizioni per ottenere il premio di maggioranza, lasciando intendere di voler puntare su un meccanismo elettorale basato sul principio del “primo che arriva piglia tutto”, indipendentemente da quanto ha preso.
A quel punto erano partite una serie di bordate di critiche da parte dei partiti dell’opposizione, che dovevano aver spaventato la Meloni. A questo bisognava aggiungere anche l’esistenza di due sentenze della Corte Costituzionale che minavano il progetto del premierato. La prima nel 2014 in cui la Corte si esprimeva contro il premio di maggioranza previsto dalla legge 270/2005 (“Porcellum”), in quanto attribuito senza definire la soglia minima di voti necessaria per ottenerlo. La seconda nel 2017 che dichiarava compatibile con la Costituzione il principio previsto dall’Italicum (legge elettorale approvata dall’allora governo Renzi) di un premio di maggioranza assegnato alla lista che avesse raggiunto la soglia di almeno il 40% dei voti. Nella stessa sentenza, però, la Corte dichiarava costituzionalmente illegittimo il meccanismo del ballottaggio, sempre previsto dall’Italicum, che si sarebbe dovuto tenere tra le prime due liste più votate, nel caso in cui nessuna fosse arrivata al 40%.
La motivazione della bocciatura del ballottaggio era chiarissima: l’Italicum permetteva a una lista che partiva da un consenso iniziale più basso dell’altra lista con cui andava al ballottaggio, di ottenere, se avesse saputo costruirsi un consenso più ampio tra gli elettori al secondo turno, la maggioranza assoluta dei seggi. Faccio un esempio per capire il significato della sentenza: se una delle due liste fosse arrivata al 35% dei voti e l’altra al 25% dei voti, sarebbero andate al ballottaggio. E se la lista con il 25% dei voti fosse riuscita a formare un’alleanza con gli altri partiti per il secondo turno e avesse vinto il ballottaggio, avrebbe vinto il premio di maggioranza, partendo da una base di voti più bassa di quella del partito che era riuscito a raggiungere al primo turno il 35% dei voti. Not fair.
La nascita del Rosatellum, nel 2017, legge elettorale attualmente in vigore, è dovuta sia a quell’ultima sentenza della Corte costituzionale sia al fatto che l’Italicum fissava le regole solo per l’elezione della Camera dei deputati, perchè Renzi dava per scontato che il referendum del 2016 avrebbe portato alla scomparsa del Senato elettivo, quando invece il referendum venne bocciato. Il Rosatellum ha in ogni caso consentito alla coalizione di centrodestra che nel 2022 ha preso il 44% dei voti, di ottenere il 59% dei seggi alla Camera e oltre il 55% al Senato. Non una cattiva legge, quindi, dal punto di vista del governo Meloni, viste le percentuali di seggi ottenuti senza avere preso la maggioranza dei voti nel paese.
Per capire come ha fatto la coalizione di destra a ottenere grazie al Rosatellum la maggioranza delle due camere, pur avendo solo il 44% dei voti, bisogna accennare a come funziona la legge. Secondo il Rosatellum, due terzi dei seggi vengono distribuiti proporzionalmente – in linea di massima, il partito o la coalizione ottengono una quota proporzionale di seggi simile ai voti ottenuti – mentre un terzo dei seggi sono attribuiti nei collegi uninominali: ogni collegio elegge un solo candidato e vince chi prende anche solo un voto in più.
La coalizione di destra, nel 2022, è quindi riuscita a portare a casa la maggioranza dei parlamentari nelle due Camere grazie al fatto che si è presentata unita nei collegi uninominali, mentre tutti gli altri partiti (PD, MS5, AVS e partiti di centro) si sono presentati divisi.
Ultimo dettaglio (che non è un dettaglio), nel Rosatellum le liste dei candidati sono bloccate (anche per l’elezione dei 2/3 dei parlamentari con il sistema proporzionale) e quindi gli elettori non possono esprimere preferenze (vengono eletti i primi delle liste). I collegi uninominali, in cui gli elettori sanno chi sarà il candidato eletto, sono invece considerati la garanzia di una maggiore rappresentatività dei partiti, perchè si creerebbe un rapporto diretto tra l’elettore e il suo rappresentante, eletto in un territorio specifico. Negli uninominali, l’elettore vota un candidato collegato a una lista o a una coalizione, e se la persona indicata dalla lista non gli piace, può decidere di votare per un candidato che gli piace di più, anche se appartiene a un’altra lista.
Chiusa la lunghissima premessa, si può finalmente capire perchè la Meloni abbia abbandonato l’ipotesi della riforma costituzionale che introduceva il premierato e il premio di maggioranza. Le pietre di inciampo di una siffatta riforma costituzionale erano troppe e la premier ha deciso di puntare su una nuova legge elettorale (ordinaria) per muoversi (anche se solo parzialmente) entro i margini tracciati dalle sentenze della Corte Costituzionale.
La nuova proposta di legge è soprannominata Stabilicum, e da qualcuno Meloncellum. Vediamo come funziona lo Stabilicum, attualmente assegnato all’esame della Commissione Affari Istituzionali del Senato (e che quindi potrebbe essere ancora modificato). Un’eventuale proposta di legge (uscita dalla commissione) dovrebbe poi essere discussa e approvata (col 50% +1 dei voti, se raggiunto ) dalle due Camere. In sintesi, lo Stabilicum prevede:
1) il ritorno al sistema proporzionale,
2) l’abolizione dei collegi uninominali,
3) il premio di maggioranza alla lista/coalizione che supera il 40% e che prenderebbe +70 seggi alla Camera e +35 al Senato (in questo caso la legge si avvicinerebbe ai criteri indicati dalla Corte Costituzionale),
4) anche se il sistema elettorale è proporzionale, non si possono dare preferenze: le liste sono bloccate e si vota per deputati e senatori scelti dai partiti,
5) le coalizioni o i partiti che si presentano devono indicare sulla scheda elettorale chi sarà il premier da loro proposto, anche se secondo lo Stabilicum l’indicazione non è vincolante: “l’indicazione del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri è obbligatoria […] fatte salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica”.
6) la soglia di sbarramento al 3%.
Avendo però fissato il premio di maggioranza al raggiungimento del 40% dei voti, lo Stabilicum prevede quindi il reinserimento del ballottaggio: se nessuna delle liste arriva al 40%, si fa il ballottaggio tra le prime due (col rischio, tra l’altro, che questa norma subisca ancora la bocciatura da parte della Corte Costituzionale e che quindi la legge non possa venire applicata).
In sostanza, nello Stabilicum le liste rimangono bloccate (i candidati sono espressi dai partiti) e, con la scomparsa dei collegi uninominali, scompare definitivamente anche la possibilità per gli elettori di scegliere “il candidato” e non semplicemente il partito. Lo Stabilicum si presenta quindi come una legge che priva gli elettori della possibilità di scegliere i parlamentari che verranno eletti, ma soprattutto contiene degli elementi di rischio per la coalizione di centrodestra, in particolare in un momento come questo – ovvero dopo la sonora bocciatura della destra al referendum sulla Giustizia – in cui non è affatto scontato che i risultati alla prossima tornata elettorale siano identici a quelli del 2022.
Per capire quali rischi potrebbe correre la Meloni se lo Stabilicum venisse approvato dal Parlamento, facciamo innanzi tutto due simulazioni sul numero di parlamentari che verrebbero eletti con lo Stabilicum, dando come prompt a due diversi sistemi di AI quello di utilizzare i medesimi risultati raggiunti dalla coalizione del centrodestra guidata dalla Meloni nel 2022 e quelli ottenuti dagli altri partiti (supponendo, quindi, nella simulazione, che i partiti di opposizione siano ancora “scollegati”). Si tratta naturalmente di simulazioni indicative, utili solo a dare un ordine di grandezza e non di proiezioni scientifiche, in quanto i chatbot non hanno accesso a modelli elettorali veri e propri, e i numeri prodotti hanno un valore puramente illustrativo, non analitico.
Nella prima simulazione usiamo ChatGPT di Open AI. Se si votasse con il Rosatellum, la coalizione di destra otterrebbe circa 235 seggi alla Camera e con lo Stabilicum (ovvero col proporzionale e con il premio di maggioranza) 246 seggi, guadagnando circa 10 seggi rispetto al Rosatellum, mentre al Senato passerebbe da 112 seggi a 123 seggi, guadagnando anche in questo caso solo 10 seggi.
Nella seconda simulazione usiamo Claude di Anthropic, che si dimostra più pessimista sui seggi che la coalizione di destra guadagnerebbe con lo Stabilicum: Claude decide di fare una simulazione anche per il Rosatellum (con i voti del 2022) sul numero di seggi che la destra otterrebbe con il 44% dei voti: 230–240 (~59%) alla Camera e al Senato ~115–120 (~58%). Con lo Stabilicum, la coalizione di destra prenderebbe invece 216 (54%) seggi alla Camera e 108 al Senato (54%).
Per concludere, l’aumento del numero dei seggi che la destra otterrebbe se venisse adottato lo Stabilicum, nel caso in cui i risultati elettorali fossero identici a quelli del 2022 e gli altri partiti non si coalizzassero, non sarebbe tale da giustificare la serie di rischi che la destra potrebbe correre se venisse approvata la nuova legge elettorale.
Li elenco qui sotto:
1. la legge potrebbe essere oggetto di una nuova valutazione di costituzionalità da parte della Corte Costituzionale per via del ballottaggio, con la possibilità che mesi di dibattito in Commissione e in Parlamento vadano perduti, e il governo (magari in una data vicina alle elezioni) sia costretto a dire: “Scusate, c’eravamo sbagliati, usiamo ancora il Rosatellum”.
2. anche se lo Stabilicum è una legge ordinaria, sarebbe di nuovo possibile chiedere un referendum abrogativo con 500.000 firme o la richiesta da parte di 5 consigli regionali (e con esito valido solo al raggiungimento del quorum, ovvero con il 50% +1 dei votanti. Visto come si è concluso l’ultimo referendum, ci sarebbe il rischio di perdere anche quello sullo Stabilicum, e la coalizione di destra si vedrebbe bocciata alle urne, in prossimità, per di più di una consultazione elettorale.
3. se la destra, nel caso in cui venisse approvato lo Stabilicum (anche dalla Corte Costituzionale), non raggiungesse il 40%, dovrebbe andare al ballottaggio, col rischio che vinca la coalizione opposta nel secondo turno, se riesce ad attrarre un numero maggiore di elettori che nel primo.
4. se la sinistra si risveglia e si coalizza (come parrebbe stia succedendo tra PD, MS5, AVS e IV) e il vento girasse nello stesso senso del referendum sulla giustizia del marzo 2026, la sinistra potrebbe vincere al primo turno e aggiudicarsi il premio di maggioranza.
5. finora non ho parlato del centro/terzo polo, ma con lo Stabilicum il numero di seggi che riuscirebbe a ottenere (se non si coalizza con la destra o con la sinistra) sarebbe irrisorio. Il premio di maggioranza va solo ai membri della lista vincente e “mangia” circa il 30% dei candidati eletti nelle altre liste. Con la nuova legge elettorale, il terzo polo scomparirebbe come Atlantide tra i flutti del mare (e infatti Renzi ha già detto di voler proporre un suo candidato alle primarie dei partiti di sinistra). Aggiungo che i partiti di sinistra stanno cercando di organizzare le primarie (accapigliandosi già in modi poco dignitosi) per indicare il candidato premier, quando in realtà non vi sarebbe la necessità di indicarlo sulla scheda elettorale se non venisse approvato lo Stabilicum. Basterebbe presentarsi in coalizione, così da vincere nei collegi uninominali, dopo aver ragionato insieme su un buon programma da proporre agli elettori.
Considerati quindi tutti i rischi di modificare la legge elettorale a poco più di un anno dalle prossime elezioni (che si terranno nel 2027), è probabile che la Meloni decida di abbandonare lo Stabilicum al suo destino: qualche chiacchierata sonnolenta in Commissione, senza forzare la mano per presentare il disegno di legge alla Camera e al Senato, dimenticato in qualche cassetto delle aule del Parlamento.
A questo punto, dovremmo concludere che il progetto del premierato della Meloni era solo carta straccia, tempo sprecato, sogni di gloria, oltre che l’ennesimo tradimento degli elettori italiani, costretti ancora a votare per le liste bloccate dei partiti.
La sinistra che sta invece lacerandosi su come organizzare delle primarie forse inutili, sembra dimenticarsi dell’importanza dei programmi da condividere e di quanto invece sarebbe gentile restituire agli elettori la possibilità di indicare sulla scheda elettorale il candidato che preferiscono (come avviene peraltro alle elezioni europee).
Sulla partitocrazia, bisogna ammetterlo, destra e sinistra sembrano avere le stesse posizioni. Cito dalla Treccani per spiegare il significato di partitocrazia: “La sovranità, anziché risiedere nel popolo e nei suoi rappresentanti eletti, viene esercitata dai vertici dei partiti politici”.
E’ stato più facile votare al referendum – potevamo almeno dire “No” a una proposta di legge – di quanto lo sarà alle politiche, in cui dovremo dure “Sì” a un partito, a scatola chiusa, senza neanche la possibilità di indicare una preferenza per i parlamentari da eleggere. Arriverà presto il momento in cui gli elettori italiani sceglieranno l’astensione piuttosto che mettere una poco dignitosa croce “in bianco” su una scheda, bisbigliando sottovoce: I would prefer not to.


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