State Trafficking schiavitù donne migranti

Diritti

“State Trafficking”: il sistema di vendita e schiavitù delle donne migranti al confine tra Tunisia e Libia

Un nuovo rapporto documenta, tra dicembre 2024 e febbraio 2026, la continuità delle espulsioni collettive e della tratta di Stato ai danni di donne e minori, rivelando il legame sistematico tra detenzione, violenza di genere e prostituzione forzata in Libia

3 Giugno 2026

A oltre un anno dalla pubblicazione del primo rapporto “State Trafficking”, un’indagine indipendente condotta dal gruppo di ricerca anonimo RR[X], supportato da associazioni come ASGI e Border Forensics, conferma che il sistema di arresti arbitrari, vendita e schiavitù di esseri umani lungo il confine tunisino-libico non solo è ancora operativo, ma si è ulteriormente specializzato nello sfruttamento sessuale delle donne migranti.

Il nuovo report, intitolato “Women State Trafficking”, si basa su 33 testimonianze inedite raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026, prevalentemente da donne sopravvissute alle prigioni libiche. Complessivamente, incrociando i dati con il primo rapporto, i ricercatori stimano che dal giugno 2023 al dicembre 2025 circa 7.400 persone siano state vittime di questo meccanismo. Una stima prudente che considera solo le 59 operazioni di espulsione documentate.

Un meccanismo di Stato consolidato

Il rapporto ricostruisce una filiera operativa stabile, finanziata anche con fondi europei, che coinvolge a vario titolo la Guardia Nazionale Tunisina (GNT) e milizie libiche. Il cuore del sistema è la caserma di El Meguissem, in Tunisia (individuata con coordinate precise: 32°58’48″N – 11°27’20″E), dove i migranti, selezionati in base al colore della pelle, vengono detenuti in gabbie, privati di cibo e acqua, per poi essere venduti all’ingrosso a gruppi armati libici in cambio di denaro, carburante o droga. Dalla Libia, il principale snodo è il carcere di Al Assah, da cui le vittime vengono ridistribuite in un arcipelago di prigioni ufficiali e non (Bir Al-Ghanam, Characharah).

L’indagine documenta per la prima volta anche un nuovo metodo di espulsione: intercettazioni in mare direttamente verso le coste libiche, aggirando il confine terrestre.

Deumanizzazione, violenza e prostituzione forzata

Il rapporto suddivide il calvario delle vittime in tre fasi interconnesse. Deumanizzare: gli arresti sono arbitrari e razzisti. I documenti vengono distrutti, le persone caricate su camion per bestiame, tenute in “gabbie” sotto il sole, private di cure mediche. Una testimone racconta di essere stata rinchiusa in un hangar mentre i militari lanciavano lacrimogeni all’interno. Un’altra descrive una fossa comune avvistata vicino alla caserma. Violentare: la violenza sessuale è strutturale. Donne e minori vengono stuprati sia durante gli arresti nei campi di ulivi di Sfax, sia nei porti, sia durante il trasporto verso il confine. La ricerca sottolinea un elemento di particolare crudeltà: gli stupri avvengono spesso davanti ai mariti, ai padri o ai figli, trasformando gli uomini in spettatori forzati di una tortura psicologica aggiuntiva. Le donne incinte non vengono risparmiate dalle percosse e, in assenza di assistenza, subiscono aborti spontanei in cella. Prostituire: in Libia, la prigione diventa un’agenzia di collocamento per il mercato della schiavitù. Chi non può pagare il riscatto (le donne costano più degli uomini) viene venduto a intermediari subsahariani o direttamente a cittadini libici. Alle vittime viene detto che lavoreranno “qualche mese” per estinguere il debito. In realtà, vengono rinchiuse in case di prostituzione forzata (definite “bordelli”) o in residenze per lavoro domestico coatto, dove i guadagni vanno interamente ai padroni. Una testimone racconta di essere stata fotografata in carcere e mostrata in un “catalogo” umano. Un’altra, madre di una bambina di otto anni, è stata costretta a prostituirsi sotto la minaccia di far subire la stessa sorte alla sorellina.

Ricorsi alla Corte Africana e silenzi europei

A differenza del primo rapporto, che si limitava a denunciare, “Women State Trafficking” ha già avuto un riscontro legale. Grazie ad ASGI, due testimoni (una donna camerunese e un uomo guineano, ora entrambi in Italia) hanno depositato un ricorso contro la Tunisia presso la Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli, denunciando violazioni della Carta africana e della Convenzione contro la Tortura.

Sul piano politico, le reazioni restano sconcertanti. Mentre Amnesty International e l’ONU ribadiscono che la Tunisia “non è un paese sicuro” per migranti e rifugiati, il Parlamento Europeo ha inserito Tunisi nella lista dei “Paesi di origine sicuri” (febbraio 2026). La Commissione UE ha inoltre respinto la richiesta di aprire corridoi umanitari per i testimoni, con la motivazione che “Tunisia e Libia non sono qualificate come paesi in guerra”.

Le raccomandazioni: evacuazione immediata e sospensione dei fondi

Di fronte all’evidenza di crimini contro l’umanità (tortura, riduzione in schiavitù, sparizioni forzate, tratta), RR[X] chiede all’Unione Europea e agli Stati membri di evacuare immediatamente tutti i testimoni ancora bloccati in Libia e Tunisia attraverso corridoi umanitari legali; garantire accesso indipendente alle aree di frontiera (El Meguissem, porto di Sfax) per monitorare le violazioni e identificare le fosse comuni; sospendere ogni finanziamento per le politiche di frontiera a Tunisia e Libia finché non saranno condotte indagini indipendenti e infine escludere la Tunisia dalle liste dei “paesi sicuri” dell’UE.

Il rapporto si chiude con una citazione amara e potente della testimone CRN: «Quando si arriva in prigione in Libia, si entra e si scopre che ci sono altre persone… Le donne dicono che sono lì, che è da molto tempo che sono state vendute qui e che vengono torturate». Un grido che, nonostante le prove, continua a essere sistematicamente ignorato dalle istituzioni europee.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.