Italia
Arturo Neglia, 96 anni dentro la storia della Sicilia: «Ne è valsa la pena»
Dall’economia contadina del dopoguerra ai paesi che si svuotano, il viaggio di un politico di sinistra delle Madonie attraverso trasformazioni, battaglie e contraddizioni dell’Isola
Arturo Neglia, storico sindacalista, ex sindaco e politico siciliano, in un caldo martedì di metà agosto, ripercorre 80 anni dell’Isola: dall’alba di un borgo rurale all’avvento del capitalismo finanziario.
Il primo chiaroscuro del passato riporta Arturo al centro di piazza Misericordia a Petralia Sottana, piccolo comune dell’entroterra siciliano, sulle Madonie, in provincia di Palermo. Siamo a metà degli anni 40. Il fermoimmagine ritrae una colonna di persone vicina a un altoparlante che diffonde il bollettino giornaliero di guerra. I suoi occhi ritornano dentro un ricordo indelebile: mamme sofferenti, lacrime, storie di figli disseminati in Africa e Russia e uomini provati dalla guerra. Da lì a poco la radio annuncerà l’occupazione di Roma seguita da una grande ovazione della piazza e dalle urla di un generale dell’esercito, al soldo del partito fascista, che minaccia l’identificazione dei presenti.
È di fatto la fine della guerra che per Arturo non è quella “sfiorata” sui libri di storia ma il ricordo della tessera annonaria per il razionamento dei generi di prima necessità, l’odore delle pagnotte calde fatte in casa e i turni estenuanti per comprare i sigari a suo padre. Lo sguardo sulla stessa piazza deserta oggi suscita in lui un profondo senso di sgomento: “Allora era una società di vecchi che aspettava il ritorno dei giovani. Ai giorni nostri è una società di vecchi senza giovani. Svuotata e abbandonata a sé stessa”.
Intanto il piccolo Arturo cresce e sente sempre più lontana l’epoca di adesione agli ideali fascisti da “Balilla” e della foto del duce in casa. La resistenza partigiana accende in lui la voglia di impegnarsi nella politica alla conquista dei diritti democratici, tanto da decidere a un certo punto di abbandonare la scuola. “U picciriddu”, lo chiamavano ad appena sedici anni i dirigenti locali del Partito Comunista Italiano, termine che in siciliano significa il bambino. La sua è da subito fame di impegno ma ancor prima di giustizia. Le lancette di quel tempo tornano alle fughe partigiane e riportano al ragazzo di allora che con una pagnotta e una pentola di lenticchie portava di nascosto il cibo agli oppositori per sostenere il movimento di resistenza.
La miseria di allora ancora oggi è scolpita davanti ai suoi occhi. Poi arriva la memoria delle donne di Pianello, piccolo centro agricolo del comune di Petralia Soprana, alle porte delle Madonie. La scena si sposta davanti a una folla di contadini impiegati nei campi che avanzavano al grido: “la terra ai lavoratori”. Siamo negli anni 50, quelli delle rivendicazioni agrarie per il rispetto delle leggi che imponevano il riconoscimento ai lavoratori di una quota del raccolto da parte dei grandi proprietari terrieri. Arturo è con loro e mentre la manifestazione avanza arriva la notizia che un reparto dei carabinieri è stato bloccato alle porte del paese dalle mogli dei contadini che avevano asserragliato i militari. Alcune di loro pagheranno con il carcere.
Donne, lavoratori ma anche gli studenti dell’Istituto magistrale di Petralia Sottana. Arturo i volti di quei ragazzi li ricorda a protestare per lui sotto il carcere della vicina Polizzi Generosa, dove nelle epoche più calde di quella stagione, i carabinieri lo avevano arrestato assieme a cinque contadini. La paura di quei momenti diventa immagine nitida, perché, come dice, è stata una delle poche volte nelle quali ha “veramente temuto”. Poi però, dopo una notte trascorsa in camera di sicurezza, è arrivato il sostegno di quello che chiama “l’esercito della liberazione”. Adesso, tornando in quei luoghi sente il silenzio assordante di un mondo che ha battuto la resa. “La vivacità di quel periodo storico ha ceduto il passo all’abbandono e alla fuga verso le grandi città. La nostra è l’epoca della marginalizzazione del meridione e delle aree interne. Il grande capitalismo da quaranta anni a questa parte ha scelto le regioni del nord dimenticandosi del sud Italia”.
All’alba dei 97 anni però nei suoi racconti c’è ancora spazio per un futuro che, come ama ripetere, passa dalle stesse battaglie ideali. A cominciare da quella contro la mafia. Il ricordo si sposta ai primi anni 70 quando il magistrato Cesare Terranova e il politico Pio La Torre, quest’ultimo interrogato da Terranova nel corso di diverse indagini di sfondo politico, si ritrovarono a discutere nelle campagne delle Madonie. Erano trascorsi pochi mesi dall’elezione di entrambi in Parlamento e ad ascoltare quel confronto raffinatissimo c’era anche Arturo.
Aneddoti che in terra di mafia diventano spesso grandi drammi sociali. Di lì a pochi anni la mafia avrebbe ucciso prima Cesare Terranova e poi Pio La Torre. La lunga scia di violenza nelle Madonie era partita con la morte del sindacalista Epifanio Li Puma, barbaramente trucidato dalla mafia del feudo. Arturo è convinto che il fenomeno abbia solo cambiato pelle. “Oggi non si spara più come una volta e gli interessi si sono spostati nelle grandi attività economiche. È mafioso chi ruba nel commercio, chi evade e chi lucra illegalmente sui grandi movimenti di capitali pubblici e privati”.
Il ponte sul futuro Arturo lo allunga con un gancio al passato figlio di conquiste, sconfitte, rivoluzioni e grandi cambiamenti sociali. “Immagino centri storici rinnovati e autonomi dal punto di vista energetico, dove i bambini corrono per strada. Il mio sogno sarebbe rilanciare una edilizia moderna destinata al ripopolamento di giovani famiglie”.
Volgendo nuovamente lo sguardo indietro, alla domanda su cosa abbia significato per lui quanto ha vissuto, camminando lentamente, risponde con tono pacato ma deciso. “Probabilmente avremmo potuto fare di più ma ne è valsa la pena. Siamo nell’epoca del disimpegno generale, io però credo da sempre nei corsi e ricorsi storici”.
Foto di Martina Valenza
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