Italia
Il 2 giugno che non sappiamo ancora raccontare: la Repubblica oltre la parata
Cosa si celebra il 2 giugno? La forma che abbiamo scelto ci rappresenta ancora? Dalla polemica Salis-Meloni alla cristallizzazione del simbolo istituzionale: perché destrutturare una forma non significa distruggerla.
Cosa celebriamo il 2 giugno? È una ricorrenza che obbliga a fare i conti non solo con ciò che si festeggia, ma con il modo in cui si sceglie di farlo. La parata ai Fori Imperiali ha portato in strada corpi militari, forze dell’ordine, sindaci, droni e – per la prima volta – cappellani militari. In serata, al Quirinale, lo spettacolo I volti della Repubblica ha raccontato ottant’anni di storia italiana attraverso l’arte. Due momenti, nella stessa giornata, ma il dibattito pubblico si è fermato al primo.
La scintilla è stata un post di Ilaria Salis di Alleanza Verdi e Sinistra: in un’epoca segnata da riarmo e guerre vicine servirebbe il coraggio di abolire la parata militare e restituire alla festa il suo «originario carattere civile, popolare e democratico». Immediata la replica della premier Giorgia Meloni che ha definito le parole «vergognose, ma anche indegne» verso chi serve il Paese. Non è stata solo una polemica social: prima ancora, associazioni e giuristi avevano firmato appelli simili. Eppure, una complessità argomentativa con una sua storia è stata ridotta a uno scontro tra due dichiarazioni, cristallizzandosi nel formato più congeniale al dibattito contemporaneo: da che parte stai.
C’è qualcosa, però, che questo formato non riesce a contenere. Alla parata non hanno sfilato solo soldati: Protezione civile, Vigili del fuoco, Unità di crisi della Farnesina e volontari del Servizio civile universale (che lo Stato definisce «difesa non armata e nonviolenta della Patria»). La Repubblica ha portato in corteo, nello stesso giorno, chi impugna le armi e chi ha il diritto di rifiutarle. Una tensione non risolta, visibile a chi voleva vederla.
Chi difende la parata ha una ragione strutturale: senza la forza legittima, nessuna libertà esiste. La capacità di difendere i confini e garantire l’ordine interno non è retorica, ma la condizione che rende possibile tutto il resto.
Chi la critica ne ha una altrettanto fondata: l’art. 11 ripudia la guerra, l’art. 1 fonda la Repubblica sul lavoro. Esibire sistemi di difesa nella piazza della festa nazionale, mentre l’Europa si riarma, non è un gesto neutro.
Eppure nessuna delle due posizioni va abbastanza a fondo. La domanda più difficile – forse – non è sulle armi, ma su cosa stiamo celebrando.
Celebriamo una forma istituzionale scelta ottant’anni fa con un voto che per la prima volta includeva le donne. Non un destino, ma un progetto: provvisorio, conflittuale, aperto. Il problema è che le forme istituzionali tendono a cristallizzarsi, a confondere il simbolo con la sostanza. La parata militare, nata per ricordare che la Repubblica si difende, rischia di diventare l’unica narrazione pubblica di cosa sia la Repubblica. E quando un simbolo occupa tutto lo spazio, smette di simboleggiare: comincia a prescrivere.
Non è una ragione per abolirla, ma per chiederle di più. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che i valori costituzionali «vivono nell’azione di quanti si pongono al servizio della collettività», non solo in divisa. La Repubblica ha più volti: la difesa del Paese passa anche dalla scuola, dall’ospedale, dal quartiere che non cede.
Destrutturare una forma non significa distruggerla. Significa attraversarla: tenere ciò che regge, aprire a ciò che emerge. Una Repubblica capace di farlo non è più fragile, ma più fedele a sé stessa.
La domanda ha dunque il dovere di rimanere aperta ed è lì, in quell’apertura, che si misura la salute di una democrazia: non nella risposta che sa dare, ma nella capacità di continuare a chiedersi chi vuole essere.
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