Italia
Il maranza in Parlamento
Nata in una canzone del 1988 e tornata con i social, la parola dà ora il nome a una proposta di legge sulla cittadinanza. Ma nessuno, nemmeno chi l’ha scelta, riesce a definirla.
Lunedì 19 ottobre, nella sede della Lega di via Bellerio, a Milano, Matteo Salvini e il deputato Igor Iezzi presentano alla stampa la proposta di legge che il partito ha ribattezzato «anti-maranza». A un certo punto qualcuno chiede che cosa sia, esattamente, un maranza. Salvini risponde di non averne idea e passa la parola a Iezzi, che propone un’etimologia: una crasi tra «marocchino» e «zanza», termine gergale per indicare un imbroglione.
La scena dura pochi secondi e contiene già tutto il problema: una norma destinata a cambiare l’accesso alla cittadinanza porta il nome di una parola che i suoi stessi promotori faticano a spiegare.
Da anni i nomi delle leggi italiane sono un lavoro da copywriter: Jobs Act, decreto Dignità, Spazzacorrotti. La novità sta nella provenienza perchè questa volta l’etichetta arriva già pronta dai video di TikTok, con un pubblico che la riconosce prima ancora di sapere cosa preveda la norma. Nessun ufficio comunicazione avrebbe potuto inventarne una più efficace.
Trentotto anni di gergo
La prima attestazione scritta risale al 1988, in un brano di Jovanotti, Il capo della banda, poi incluso nell’album La mia moto. Allora il maranza era un sinonimo di tamarro: il ragazzo di periferia vestito in modo vistoso, più ridicolo che pericoloso. Sull’origine l’Accademia della Crusca elenca diverse ipotesi, dalla voce meridionale per «melanzana» al marchio di impianti stereo Marantz, senza sceglierne una.
Per trent’anni la parola resta nel parlato, soprattutto al Nord, tra il 2019 e il 2021 torna a circolare su TikTok con un significato nuovo, costruito su un’estetica precisa: tute in acetato, marsupio a tracolla, sneakers, trap. L’estate del 2022, con i raduni di giovani a Peschiera del Garda, la porta nei telegiornali.
La Treccani la inserisce tra i neologismi del 2025. Secondo i dati diffusi dall’enciclopedia ad agosto, nel 2026 è la seconda parola più cercata sul suo portale, dietro soltanto a «femminicidio».
Una parola trasversale
Il dettaglio meno raccontato è che il termine non appartiene a un solo schieramento. Nell’estate del 2025 il ministro degli Esteri Antonio Tajani lo usava per difendere lo Ius scholae, chiedendo se fossero preferibili i maranza o i ragazzi che vanno a scuola per dieci anni. La stessa etichetta è servita a chi voleva allargare la cittadinanza e serve oggi a chi vuole restringerla.
Nel frattempo la Crusca ha osservato che buona parte di chi si definisce maranza è composta da italiani di seconda generazione di origine nordafricana, e che l’uso del termine riferito a loro ha alimentato contenuti di carattere razzista. Una parte della scena trap, al contrario, lo rivendica con ironia. Nessuna di queste accezioni ha valore giuridico.
Cosa c’è nel testo
La proposta, A.C. 2124 a prima firma Iezzi, è stata depositata alla Camera il 31 ottobre 2024 e licenziata dalla Commissione Affari costituzionali il 14 ottobre scorso. Interviene sulla legge 91 del 1992: introduce come causa ostativa alla cittadinanza la condanna a pene superiori a tre anni per una serie di reati, amplia i casi di revoca e rafforza i requisiti linguistici. Secondo Iezzi, per la prima volta chi nasce in Italia e viene condannato, per esempio per spaccio, non potrà chiedere la cittadinanza al compimento dei diciotto anni, né per i dieci anni successivi.
Nel testo la parola «maranza» non compare; nella versione depositata, al suo posto, c’è un rinvio ai reati che un rapporto della Direzione centrale della polizia criminale indica come in aumento tra i giovani stranieri. L’etichetta resta fuori dall’articolato e dentro la comunicazione.
I promotori parlano di deterrenza: «Chi vuole diventare italiano deve rispettare le nostre leggi», ha dichiarato Salvini. Forza Italia rivendica di aver tolto dal testo ogni concessione alla propaganda, le opposizioni ne contestano la costituzionalità, e l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli ha paragonato l’uso del termine in una legge a ipotetiche norme «anti-terroni» negli anni Settanta.
Il testo parla la lingua dei codici, la conferenza stampa quella dei commenti sotto un video. Sono due versioni della stessa legge, e viaggiano su binari che non si incontrano.
Il precedente choosy
Una parola sui giovani capace di prendere il posto del dibattito ha almeno un precedente recente. Il 22 ottobre 2012, a un convegno di Assolombarda a Milano, l’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero invitò i giovani a non essere troppo «choosy», schizzinosi, nella scelta del primo impiego. La ministra parlò poi di un fraintendimento; nel frattempo era nato un sito, «Choosy sarai tu», dove centinaia di laureati raccontavano lavori sottopagati e lontani dai loro studi.
La parola è sopravvissuta alla stagione politica che l’aveva prodotta e torna ogni volta che si parla di giovani e lavoro. Quattordici anni dopo, però, il passaggio è di grado: «choosy» era un aggettivo pronunciato in un convegno e poi ridimensionato da chi l’aveva usato, «maranza» è il nome scelto per presentare una legge, rivendicato in conferenza stampa.
Una definizione ancora aperta
La discussione in Aula è cominciata e il testo potrebbe cambiare ancora prima del voto. Quanto alla parola, la Treccani ne registra due significati, quello degli anni Ottanta e quello di oggi; lo Zingarelli 2026 ne aggiunge un terzo; alla conferenza stampa che doveva lanciarla ne sono circolate altre due versioni. Qualunque cosa resti del testo dopo il voto, il nome ha già fatto il suo lavoro. Il maranza, intanto, continua a indossare la stessa tuta.
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