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Artemio non torna più a Milano: quando la provincia smette di essere un compromesso
Quarant’anni dopo il film di Pozzetto, i ragazzi di campagna cambiano rotta: la provincia smette di essere un compromesso per diventare uno spazio reale di efficienza, equilibrio e autonomia.
Negli anni Ottanta, Il ragazzo di campagna di Renato Pozzetto raccontava una spaccatura sociale chiarissima: da una parte la campagna immobile e retrograda, dall’altra la Milano dei residence, dei manager e delle opportunità.
Il messaggio di base della pellicola, per quanto lo sviluppo segua altre strade, era quello condiviso da larga parte dell’opinione pubblica d’allora: la strada per combinare qualcosa nella vita era trasferirsi in città, restare al paese equivaleva a dichiararsi sconfitti in partenza.
Oggi che il film va in replica stancamente sulle reti Mediaset un paio di volte l’anno e la Milano da bere è un ricordo sbiadito, quella convinzione generazionale si è complicata parecchio; non perché ci sia stato un ritorno romantico alla natura o alla riscoperta idealizzata dei borghi, ma a qualcosa di molto più pragmatico che attraversa la generazione dei trentenni di oggi: un ricalcolo lucidissimo della qualità della vita, dei tempi di percorrenza e del bilancio economico a fine mese.
I dati più recenti dell’Istat e le analisi de Il Sole 24 Ore sui movimenti anagrafici mostrano un’inversione di tendenza costante: le grandi metropoli, a partire da Milano, registrano saldi migratori interni negativi a favore delle province e delle città medie di cintura e a spostarsi sono soprattutto persone tra i 30 e i 45 anni, esattamente nella fase della vita in cui la carriera è avviata e si inizia a riorganizzare la quotidianità su basi diverse.
Di solito questo fenomeno viene raccontato per estremi, entrambi poco veritieri: c’è chi parla di fuga dalla città dovuta ai costi insostenibili e chi si abbandona alla retorica del buon vivere isolato; la realtà sta quasi sempre nel mezzo ed è molto più concreta. Chi sceglie di rientrare in provincia o di stabilirsi in un centro medio non sta scappando e non cerca una cartolina da Mulino Bianco: sta semplicemente facendo un’operazione di efficienza personale.
Nel suo recente e celebrato Le città di pianura, Francesco Sossai ha mostrato un’immagine della provincia del Nord-Est lontanissima dai soliti cliché del turismo lento. La sua pianura è un territorio infrastrutturato, fatto di capannoni, snodi stradali, nebbia e piccoli centri operosi interconnessi. È la rappresentazione di una provincia reale e viva, dove la vita quotidiana scorre con le sue complessità senza bisogno di rincorrere la scenografia di una metropoli.
Per chi ha passato i vent’anni con l’idea che l’unico modo per realizzare qualcosa fosse stare dove le cose accadono, il traguardo dei trentacinque porta con sé una revisione fisiologica delle priorità. L’offerta culturale continua e la frenesia degli eventi lasciano il posto ad altre variabili: impiegare dieci minuti per andare al lavoro, avere una casa con spazi vivibili e recuperare il controllo delle proprie giornate diventano fattori decisivi per stare bene.
Anche perché la provincia di oggi non è più quella isolata di quarant’anni fa. Chi ci torna o decide di stabilirvisi porta con sé esperienze, riferimenti e abitudini coltivati altrove. Con il lavoro agile e la rete, il territorio smette di essere una periferia culturale e diventa semplicemente un luogo in cui vivere bene, senza per questo sentirsi tagliati fuori dal resto del mondo.
Anzi, la provincia si è affrancata anche dalla storica dipendenza dai grandi centri per quanto riguarda la produzione e la fruizione culturale. festival diffusi, rassegne di settore, incontri d’autore e laboratori d’avanguardia non sono più un’esclusiva delle piazze metropolitane, ma trovano nei centri minori un terreno fertile e spesso più ricettivo ed eventi di portata nazionale ed esperienze culturali di alto livello scelgono la provincia proprio per la qualità della partecipazione che riesce a generare, lontana dalla frenesia e dalla frammentazione tipiche della grande città.
Alla fine, spostarsi o rientrare significa rivendicare il diritto di decidere da soli cosa sia il successo, senza farsi dettare l’agenda dai modelli altrui. Se un tempo lo status symbol era l’indirizzo in centro, oggi per molti Millennials la vera conquista è la sovranità sul proprio tempo. Senza alcuna nostalgia e senza drammi, la scelta della provincia si rivela così per quello che è: una prova di maturità generazionale, la capacità di adattare l’ambiente in cui si vive alle proprie reali esigenze.
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