Geopolitica
L’ottimismo preso in prestito
Su TikTok la Gen Z rimpiange ciclicamente l’ottimismo dei millennial, alle urne del midterm vota in massa contro Trump. Due gesti lontani che raccontano lo stesso rapporto difficile con il presente
Da gennaio i feed di Instagram e TikTok passano ciclicamente foto con il filtro Rio de Janeiro, video di Pokémon Go e playlist con le hit di dieci anni prima, e la formula è sempre la stessa: «2026 is the new 2016». Dopo, il 3 novembre, una parte di quella stessa generazione è andata a votare per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
Secondo le proiezioni delle principali reti americane, i democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato. Erano entrati nella giornata elettorale in minoranza in entrambe le aule, 47 a 53 al Senato e 214 a 219 alla Camera. CBS News stima ora almeno 54 senatori democratici e una maggioranza tra 251 e 268 deputati, con lo spoglio ancora aperto in alcuni Stati.
Il midterm punisce quasi sempre il partito del presidente, e questo basterebbe a spiegare il risultato. Il dato che esce dalla regola è il voto dei più giovani.
Un’estetica dell’ottimismo
La nostalgia per il 2016 è nata alla fine del 2025, quando su TikTok ha cominciato a circolare un’etichetta nuova: «millennial optimism». La Gen Z, che per anni aveva liquidato come imbarazzante la cultura giovanile dei millennial, ha iniziato a guardarla con invidia: i baffi tatuati sulle dita, le frasi motivazionali su Pinterest, la convinzione che il futuro fosse un problema risolvibile.
Diversi commentatori hanno letto il trend come una fuga da un web ormai saturo di contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Altri utenti hanno risposto ricordando che il 2016 era stato tutt’altro che un anno leggero.
C’è un dettaglio che il trend tende a dimenticare: il 2016 rimpianto online è anche l’anno della prima elezione di Donald Trump: la stagione politica contro cui quella generazione ha votato martedì è cominciata proprio nell’anno che oggi viene ricordato come l’ultimo spensierato.
Il margine più largo, la quota più piccola
Secondo le stime preliminari del CIRCLE, il centro della Tufts University che studia il voto giovanile, il 71% degli elettori tra i 18 e i 29 anni ha scelto un candidato democratico alla Camera, contro il 25% che ha votato repubblicano. È il margine più ampio mai registrato dal centro in un’elezione nazionale.
Due anni fa, secondo l’AP Voter Poll, gli under 30 si erano divisi quasi a metà tra Trump e Kamala Harris. Quest’anno la maggior parte di loro dichiara di aver votato per esprimere opposizione al presidente, e circa la metà si dice «arrabbiata» per come vanno le cose nel Paese, contro un terzo degli over 65.
Il dato che ridimensiona il quadro riguarda il peso. Gli under 30 sono stati circa il 10% dei votanti, meno del 12% del midterm del 2022: il margine è da record, la presenza alle urne no.
Votare per, votare contro
Il confronto con il 2008 viene spontaneo, ed è proprio nel confronto che si misura la distanza. Quell’anno Barack Obama conquistò il 66% del voto giovanile contro il 32% di John McCain, e gli under 30 furono il 18% dell’elettorato: quasi un votante su cinque. Nel 2026 sono uno su dieci.
Cambia anche la direzione del voto. Nel 2008 una generazione si mobilitò per un candidato e per una promessa, riassunta in uno slogan che chiedeva di credere che il cambiamento fosse possibile. Nel 2026 la maggioranza degli under 30 dichiara di aver votato per esprimere opposizione a un presidente.
Quei ragazzi del 2008 erano i millennial, gli stessi il cui ottimismo oggi viene rimpianto su TikTok. Adesso hanno tra i trenta e i quarantacinque anni e, secondo gli exit poll di NBC News, hanno votato democratico al 62%. Ricordano una giovinezza che hanno vissuto in prima persona.
La Gen Z ricorda quella degli altri. Nel 2016 i nati dal 1997 in poi avevano al massimo diciannove anni, e molti erano ancora bambini: l’ottimismo che oggi rimpiangono lo hanno osservato sugli schermi dei fratelli maggiori. I millennial avevano una speranza da spendere, la Gen Z ne ha una da prendere in prestito.
Due facce dello stesso presente
La nostalgia si rivolge al passato, il voto alle istituzioni. Entrambi registrano un giudizio negativo sul presente, e nessuno dei due offre un’immagine del futuro abbastanza nitida da sostituirlo.
Lo suggerisce un dettaglio dello stesso AP Voter Poll. Nonostante la vittoria, il Partito democratico non è molto più popolare di quello repubblicano: poco meno della metà degli elettori ne ha un’opinione favorevole, contro circa quattro su dieci per il GOP. È il profilo di un voto che ha punito più di quanto abbia premiato.
A gennaio i democratici prenderanno il controllo del Congresso, e la generazione che ha votato contro con il margine più largo mai misurato avrà davanti due anni di opposizione dentro le istituzioni. La domanda, per il 2028, è se troverà anche qualcosa per cui votare.
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