Energia

Il nucleare che non c’è contro le rinnovabili che ci sono. Che succede al Foglio?

Il Foglio mette sotto accusa le rinnovabili e indica nel nucleare la soluzione. Ma il nuovo nucleare italiano non esiste ancora e, se arriverà, sarà tra anni. Nel frattempo sole, vento, reti e accumuli sono già qui. La domanda è semplice: cosa facciamo fino ad allora?

7 Settembre 2026

Che succede al Foglio quando si parla di energia? Da qualche tempo sembra essersi aperto un processo alle rinnovabili. Chicco Testa spiega che non si può vivere soltanto di quelle e che produrle «a qualsiasi costo» sarebbe autolesionismo. Giuseppe Zollino sostiene che una decarbonizzazione senza nucleare rischia di diventare un gioco nel quale perdiamo tutti. Carlo Stagnaro insiste, con argomenti che sarebbe sciocco liquidare, sui costi che emergono quando dal singolo pannello passiamo al sistema elettrico, quindi reti, accumuli, intermittenza, flessibilità. Sono obiezioni serie. Il problema è che la severità con cui vengono giudicate le rinnovabili sembra diminuire improvvisamente quando entra in scena il nucleare.

Le rinnovabili italiane vengono processate per quello che sono oggi. Il nucleare italiano viene assolto per quello che potrebbe essere domani. Al fotovoltaico chiediamo conto dell’energia prodotta quando il sole splende e non quando ne abbiamo bisogno. All’eolico ricordiamo che il vento non soffia a comando. A entrambi imputiamo il costo degli accumuli, l’inadeguatezza della rete, la necessità di bilanciare il sistema e il territorio occupato. Benissimo, facciamolo, ma facciamolo con tutti, perché quando arriva il nucleare il tempo sembra improvvisamente scomparire.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2034-2035 come possibile data per i primi reattori operativi in Italia e ha anche ammesso che 2033-2034 sarebbe una previsione da ottimisti. Ancora alla fine di agosto spiegava che i decreti legislativi sui temi fondamentali per il ritorno al nucleare dovranno essere presentati entro la fine dell’anno e che l’iter successivo potrà essere lungo. Siamo nel 2026. Questo significa che tra noi e il primo chilowattora prodotto dal nuovo nucleare italiano ci sono, nella migliore delle ipotesi, otto o nove anni.

E allora la domanda da fare a Testa, Zollino, Stagnaro e a tutti coloro che utilizzano il nucleare per ridimensionare la corsa alle rinnovabili è molto semplice. Nel frattempo che cosa facciamo? Da qui al 2034 le fabbriche continueranno a consumare energia, le famiglie continueranno a pagare le bollette, i data center aumenteranno la domanda elettrica, le pompe di calore sostituiranno progressivamente una parte delle caldaie, la mobilità assorbirà altra elettricità e le reti dovranno essere adeguate. Soprattutto, continueremo a dover produrre energia. Se non aumentiamo quella rinnovabile aspettando quella nucleare, continueremo inevitabilmente a ricorrere al gas.

Questo è il convitato di pietra di una parte del dibattito sul nucleare. Se una tecnologia che ancora non produce un chilowattora viene utilizzata per rallentare tecnologie che possono essere installate oggi, il risultato nel periodo intermedio non è più nucleare, è più fossile. Una centrale che forse produrrà energia tra otto o dieci anni non è un’alternativa a un impianto che possiamo costruire oggi. È un’alternativa a ciò che dovremo costruire tra otto o dieci anni. Sembra una banalità, ma nel dibattito energetico italiano non lo è affatto.

C’è poi il problema dei costi. Zollino ha ragione quando rifiuta il confronto ingenuo tra il costo del singolo megawattora fotovoltaico e quello prodotto da una fonte programmabile. Un sistema elettrico non è un catalogo di prezzi. Se voglio molta energia intermittente devo considerare accumuli, reti, capacità di riserva, sovrapproduzione e flessibilità. Era ora che cominciassimo a ragionare per sistemi. Ma proprio per questo lo stesso metodo deve valere per il nucleare.

E il nucleare? Quale sarà il costo reale del nuovo nucleare italiano una volta considerati il capitale necessario, le garanzie pubbliche, i tempi di realizzazione, il modello di finanziamento, gli eventuali ritardi, la gestione del combustibile e lo smantellamento? Queste domande non dimostrano che il nucleare sarà necessariamente antieconomico. Dimostrano soltanto che bisogna sottoporlo allo stesso criterio con cui giudichiamo le altre fonti. Non possiamo presentare al fotovoltaico il conto del ristorante intero e al nucleare soltanto il prezzo del piatto, né confrontare il costo reale di una tecnologia già installata con il costo previsto di una tecnologia che in Italia deve ancora essere costruita.

Il paradosso diventa ancora più evidente quando si parla di reti. Testa ha ragione quando sostiene che uno dei grandi problemi energetici è proprio la rete elettrica, ma da questa constatazione si possono trarre due conclusioni molto diverse. Possiamo dire che le rinnovabili hanno un problema oppure riconoscere che abbiamo una rete che deve essere adeguata al sistema energetico che stiamo costruendo.

Per anni abbiamo aumentato la capacità di produrre energia dal sole e dal vento senza trasformare con la stessa velocità l’infrastruttura che deve trasportarla, distribuirla, accumularla e scambiarla. Adesso rischiamo di utilizzare il ritardo dell’infrastruttura come prova dell’inadeguatezza della fonte. È come costruire automobili e non adeguare mai la strada, per poi concludere che il problema sono le automobili.

La rete dovrà comunque cambiare, anche se arriverà il nucleare, perché il sistema che stiamo costruendo sarà molto più elettrico di quello attuale. Industria, mobilità, riscaldamento e digitale aumenteranno la domanda e richiederanno un’infrastruttura diversa. Il nucleare potrà avere un ruolo dentro questo sistema, pertanto prepariamo la normativa, investiamo nella ricerca, ricostruiamo le competenze, studiamo gli Small Modular Reactor, valutiamo costi, sicurezza, siti, filiera industriale e consenso delle comunità. Se il nuovo nucleare dimostrerà di essere tecnologicamente maturo, economicamente competitivo e realizzabile nei tempi dichiarati, costruiamolo. Ma non aspettiamolo.

Qui sta diventando evidente un equivoco che rischia di accompagnare per anni la politica energetica italiana. Essere favorevoli al nucleare non significa dover essere contrari alle rinnovabili e riconoscere i limiti delle rinnovabili non significa poter fingere che il nucleare quei limiti li abbia già risolti. Sul Foglio si invoca spesso, e giustamente, il realismo contro l’ideologia ambientalista. Proviamo allora ad applicare il realismo fino in fondo.

Il sole e il vento ci sono, gli impianti fotovoltaici e i parchi eolici ci sono, le tecnologie di accumulo esistono e devono migliorare, le reti esistono e devono essere enormemente potenziate. Il nuovo nucleare italiano, invece, per ora non c’è. Potrà esserci e forse dovrà esserci, ma non c’è. Per questo sorprende vedere una tecnologia futura utilizzata così spesso come argomento contro tecnologie presenti. È un curioso rovesciamento del principio di realtà.

Normalmente sono gli  ambientalisti a essere accusati di innamorarci delle promesse. Questa volta sembra accadere il contrario. Il nucleare italiano del 2035 viene descritto attraverso ciò che promette di essere, mentre le rinnovabili del 2026 vengono giudicate attraverso tutto ciò che ancora non riescono a essere.

Cambiamo metodo e presentiamo a tutte le fonti lo stesso conto. Chiediamo a tutte quanto costano, quanto territorio occupano, quanto carbonio evitano, quale rete richiedono, quali rischi comportano e soprattutto quando possono produrre l’energia di cui abbiamo bisogno. Potremmo persino scoprire che abbiamo bisogno sia delle rinnovabili sia del nucleare.

Una cosa, però, dovremmo averla già capita. Il nucleare può essere una risposta al 2040, ma non può diventare l’alibi del 2026, perché mentre aspettiamo il nucleare che non c’è rischiamo di rallentare le rinnovabili che ci sono e, nel frattempo, continueremo a bruciare gas.

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