Italia
Abbiamo saturato (virtualmente) la transizione prima di costruirla
Le richieste di connessione per rinnovabili e accumuli hanno superato i 600 GW. Molti progetti esistono ancora solo sulla carta, ma occupano capacità di rete. Così la transizione rischia di essere rallentata proprio da ciò che dovrebbe accelerarla.
Per anni abbiamo raccontato la transizione energetica come una corsa: più pannelli, più eolico, più accumuli, più velocità nelle autorizzazioni. Poi abbiamo scoperto qualcosa di quasi grottesco: una parte della corsa era già avvenuta soltanto sulla carta.
Le richieste di connessione alla rete per nuovi impianti rinnovabili e sistemi di accumulo hanno superato complessivamente i 600 GW, una quantità enormemente superiore a ciò che servirà davvero nei prossimi anni. Il problema è che chiedere di entrare nella rete non significa avere costruito un impianto, e neppure essere nelle condizioni concrete di costruirlo. Così una parte della capacità disponibile può essere occupata da progetti che forse non vedranno mai una ruspa, una pala eolica o un pannello fotovoltaico.
La chiamano saturazione virtuale, ma gli effetti sono molto reali. Un progetto maturo, autorizzato e pronto a diventare cantiere può trovarsi davanti una rete apparentemente già impegnata da iniziative che esistono soprattutto come pratiche amministrative. È come se avessimo prenotato tutti i posti prima ancora di sapere chi partirà davvero.
Per questo il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha deciso di cambiare criterio: dalla logica del “first come, first served” a quella del “first permitted, first connected”. Non dovrebbe più bastare essere arrivati prima con una domanda; dovrà contare la maturità effettiva del progetto.
Può sembrare una modifica tecnica, ma dentro c’è una questione politica molto più grande. La rete non è più soltanto un’infrastruttura invisibile che trasporta elettricità: è diventata il luogo nel quale si decide chi può davvero entrare nella transizione e chi resta fuori. Chi riesce a collegarsi può produrre; chi non ci riesce può avere il terreno, il capitale, la tecnologia e perfino un buon progetto, ma resta fermo.
Il paradosso è evidente: per anni abbiamo temuto di non avere abbastanza progetti rinnovabili, oggi rischiamo di averne troppi sulla carta e troppo pochi nella realtà. Una richiesta di connessione, quando occupa una risorsa scarsa, acquista valore anche prima che l’impianto esista. E un sistema costruito così finisce inevitabilmente per premiare anche chi prenota futuro più di chi lo realizza.
La transizione energetica, allora, non si misura soltanto contando quanti gigawatt vengono annunciati. Avviene quando quell’energia può essere realmente prodotta, trasportata, accumulata e usata. Tra una pala disegnata su una planimetria e un chilowattora che entra in una casa c’è una rete fisica, costosa e fragile, e quella rete oggi è il vero collo di bottiglia.
Forse è arrivato il momento di cambiare anche il racconto. Non ci serve una montagna sempre più alta di progetti promessi, se una parte di quelle promesse impedisce a quelli reali di passare.
Abbiamo saturato la transizione prima ancora di costruirla. E adesso dobbiamo liberare spazio tra ciò che diciamo di voler fare e ciò che siamo davvero in grado di realizzare.
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