Italia

Tutto contro tutto e tutti

Abbiamo costruito una società che misura, protegge, controlla e pretende di liberarci. Poi ci stupiamo se abbiamo paura del rischio, della responsabilità e perfino della libertà. Il problema non sono solo gli altri: siamo dentro anche noi, fino al collo.

9 Settembre 2026

Abbiamo costruito una società che dice di volerci liberi e intanto ci misura continuamente. Passi, calorie, voti, assenze, prestazioni, produttività, followers, battiti cardiaci, tempo davanti allo schermo, puntualità, reputazione. Abbiamo inventato strumenti per sapere tutto e abbiamo finito per non conoscere quasi più nessuno. Un padre può sapere in tempo reale se suo figlio è entrato a scuola e non avere la minima idea di come stia dentro quella scuola.

La chiamiamo sicurezza.

Abbiamo paura che i ragazzi si facciano male e quindi impediamo loro di cadere. Abbiamo paura che sbaglino e quindi interveniamo prima. Abbiamo paura che soffrano e quindi trasformiamo ogni sofferenza in un problema da risolvere. Poi scopriamo che sono fragili e li mandiamo da qualcuno perché gli insegni a essere forti.

Noi intanto continuiamo a proteggerli dalla vita.

Parliamo di autonomia, ma vorremmo figli autonomi che prendano esattamente le decisioni che prenderemmo noi. Vogliamo che abbiano una personalità, purché sia ragionevole. Che si ribellino, ma possibilmente entro le ventidue e trenta. Che viaggino, ma ci mandino la posizione. Che rischino, purché il rischio sia assicurato.

Poi diciamo che manca il coraggio.

Abbiamo costruito una società piena di diritti, ed è una conquista enorme. Ma abbiamo quasi smesso di chiederci che cosa possiamo chiedere alle persone. Responsabilità è diventata una parola sospetta perché implica che qualcuno, prima o poi, debba rispondere di qualcosa.

Meglio un consenso informato, deformato, disinformato. Un bugiardino. Una nota a piè di pagina. Un’avvertenza del direttore. Un annuncio del pilota di un aereo charter.

Se tutti hanno seguito le regole, nessuno ha responsabilità e soprattutto nessuno ha deciso.

Abbiamo perfino trasformato la cura in sorveglianza. Ti controllo perché ti voglio bene. Ti localizzo perché mi preoccupo. Voglio sapere dove sei perché potresti aver bisogno di me. E forse è proprio questo il punto: abbiamo sempre bisogno che gli altri abbiano bisogno di noi.

Anche quando diciamo di volerli liberi.

Poi c’è la tecnologia, il nostro alibi preferito. Diamo la colpa alle macchine perché è più comodo che guardare chi le accende. L’intelligenza artificiale ci spaventa perché ruba lavoro, parole, immagini, memoria. Ma prima ancora di chiedere che cosa farà la macchina dovremmo domandarci che cosa siamo disposti a consegnarle. Continuiamo a chiamare inevitabile ciò che qualcuno ha deciso perché così nessuno deve risponderne.

Ci lamentiamo che le macchine parlano come noi dopo aver passato vent’anni a parlare come macchine.

Frasi brevi. Opinioni immediate. Identità dichiarate. Nemici riconoscibili. Un cuore, una faccina, un’indignazione, avanti il prossimo. Persino il dolore deve essere comunicabile. Persino la fragilità deve diventare narrazione. Persino il silenzio deve spiegarsi.

A questo Blob di parole io non mi sottraggo. Sono dello stesso ceppo di quel “noi” che ho disseminato fin qui. Sì, sono anche contro me stesso. Contro il mio bisogno di sapere. Contro il mio desiderio di essere letto. Contro la tentazione di avere ragione. Contro quella piccola soddisfazione che provo quando una frase riesce bene e penso che, finalmente, qualcuno capirà. O forse non capirà niente. Meglio così.

Perché c’è una cosa ancora più insopportabile della società che misura, controlla, protegge, prescrive e interpreta tutto: lo scrittore che arriva con la sua zappa, mai usata evidentemente, e comincia a picconare il mondo intero come se avesse ricevuto l’incarico di restituirgli un significato.

Ed eccomi qui. Non sono fuori dal problema. Sono anch’io parte del problema e lo denuncio, manco fossi il Maestro Recalcati, lui sì bravo a dare senso alle parole, e alle parole un senso.

Io, più modestamente, ho appena passato tremila novecento battute a dire che stiamo sbagliando quasi tutto.

Compreso quello che avete appena letto.

 

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