Italia
Quando le persone diventano categorie
Prima della propaganda c’è una società che ha disimparato la complessità. Quando le persone diventano categorie e le relazioni lasciano il posto alle appartenenze identitarie, la politica trova un terreno già preparato per ogni semplificazione.
Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli appelli affinché la politica non ecciti gli impulsi più profondi del popolo, ma sappia interpretarli e incanalarli dentro un orizzonte istituzionale. È un presupposto difficilmente contestabile. Mi domando, però, se oggi non siamo davanti a un problema ancora precedente.
La propaganda attecchisce perché trova un terreno già preparato. Ma come si prepara quel terreno? Non anzitutto nelle piazze, nei talk show o nei social network. Si prepara molto prima, nella vita quotidiana.
Le relazioni autentiche sono la prima scuola della complessità. È lì che impariamo ogni giorno che una persona non coincide mai con un’etichetta, che i conflitti non si risolvono eliminando l’altro e che la realtà è sempre più ricca delle nostre semplificazioni. Ogni amicizia, ogni famiglia, ogni comunità viva ci costringe a fare i conti con persone che non possono essere ridotte a uno slogan.
Quando quell’insegnamento viene meno, le persone finiscono per cercare altrove ciò che hanno perduto nella vita: appartenenze immediate, identità rassicuranti, gruppi nei quali sentirsi finalmente riconosciute. È allora che la propaganda trova un terreno già preparato.
Ogni volta che una persona viene sostituita da una categoria, la realtà perde complessità e diventa disponibile alla violenza. È ciò che accade quando non diciamo più Abdul, Hassan o Mohamed, ma “gli immigrati”; quando non incontriamo più un uomo o una donna, ma “i populisti”, “gli ambientalisti”, “i politici”. Le categorie sono indispensabili per orientarci nella realtà, ma quando prendono il posto dei nomi propri smettiamo di incontrare persone e iniziamo a combattere simboli. Ed è molto più facile odiare una categoria che guardare negli occhi un uomo.
Il populismo, prima ancora che un fenomeno politico, è il sintomo di una moltitudine di solitudini e di comunità progressivamente atomizzate. Dove le relazioni si impoveriscono si indebolisce anche la capacità di sopportare la complessità. Ogni problema appare risolvibile con una soluzione immediata, ogni conflitto sembra richiedere un nemico, ogni incertezza pretende una risposta definitiva.
Per questo credo che la vera alternativa al populismo non consista soltanto nel chiedere alla politica di governare gli impulsi. Le comunità non si costruiscono con uno slogan né con una legge. Nascono quando le persone tornano a condividere responsabilità concrete. Educare un figlio, allenare una squadra di ragazzi, assistere un anziano, partecipare alla vita di un quartiere, assumersi un compito dentro un’associazione: è lì che la complessità smette di essere un concetto e diventa esperienza quotidiana.
La democrazia si difende molto prima del voto. Si difende ogni volta che una famiglia educa senza semplificare, una scuola insegna senza etichettare, un’associazione accoglie senza dividere il mondo in categorie, un quartiere torna a essere un luogo di conoscenza reciproca. È lì che si impara la complessità. E solo chi ha imparato la complessità nella vita saprà riconoscerla anche nella politica.
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