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Gaza, la medicina sotto il fuoco. La testimonianza di un medico
Un medico che lavora a Gaza racconta la quotidianità degli ospedali sotto il fuoco, la fragilità della protezione sanitaria e il silenzio che circonda la sofferenza. Una testimonianza anonima che interroga la nostra coscienza e rivendica il diritto universale alla cura.
Ci sono testimonianze che non chiedono di essere commentate, ma ascoltate. E ci sono parole che, proprio per la loro sobrietà, riescono a raccontare l’orrore con una forza che nessuna retorica potrebbe raggiungere.
Ho ricevuto questa testimonianza da un medico che lavora nella Striscia di Gaza. Un uomo che, da quasi tre anni, continua a esercitare la propria professione in condizioni nelle quali persino il luogo deputato a salvare la vita può trasformarsi in un luogo di morte.
Gli avevo posto una domanda che ritengo fondamentale: quale responsabilità ricade su coloro che, lontani da Gaza, ricevono le testimonianze di chi continua a curare, soccorrere e assistere esseri umani sotto il fuoco?
La sua risposta va ben oltre la questione sanitaria. Interroga il significato stesso delle parole che continuiamo a pronunciare: umanità, protezione, neutralità medica, solidarietà. Parole che rischiano di diventare vuote quando non sono accompagnate dalla responsabilità di agire.
Ho scelto di pubblicare questa testimonianza senza indicare il nome del suo autore, nel rispetto di una sua esplicita richiesta. Non è una scelta dettata dal desiderio di sottrarre queste parole alla verifica o alla responsabilità, ma dalla necessità di non esporre ulteriormente al pericolo chi già vive e lavora in condizioni di estrema insicurezza.
Conosco l’identità del mio interlocutore, ma ritengo che il valore di ciò che racconta non dipenda dal rendere pubblico il suo nome.
Non ho voluto trasformare questa testimonianza in un’intervista, né piegarla alle mie considerazioni. Ho preferito lasciare che fosse la sua voce a raggiungere il lettore.
Perché c’è una frase, tra tutte, che dovrebbe costringerci a interrogarci sul significato della nostra stessa umanità:
«Non chiediamo al mondo di scegliere da quale parte politica stia un paziente. Gli chiediamo di scegliere la sua vita».
Quello che segue è il suo racconto, tradotto dall’inglese, con la rimozione dei riferimenti allo scambio personale da cui ha avuto origine e del passaggio relativo alla richiesta di anonimato, qui recepita e spiegata.
La testimonianza di un medico che lavora a Gaza
Per quelli di noi che lavorano a Gaza, ciò di cui parliamo non è una questione teorica. È parte della nostra vita quotidiana.
Dopo quasi tre anni di lavoro sotto il fuoco, sono sempre più turbato dalla distanza che separa il linguaggio dell’umanità dalla realtà vissuta dai pazienti e dagli operatori sanitari.
Oggi, la salute e la medicina sembrano spesso aver perso il loro posto tra le nostre priorità. Parole come umanità, neutralità medica, protezione e assistenza umanitaria vengono ripetute frequentemente, eppure il loro significato è sempre più difficile da riconoscere nella vita di coloro che ne hanno maggiormente bisogno. Si lanciano appelli, si rilasciano dichiarazioni, si formulano promesse, ma un’assistenza concreta raramente raggiunge tutti coloro che ne hanno necessità e, quando gli aiuti arrivano, sono spesso troppo pochi e troppo tardivi.
Persino il semplice atto di prendere la parola in difesa dei pazienti e dei feriti, indipendentemente dalla loro religione, etnia o provenienza, può esporre una persona ad accuse di parzialità politica o propaganda. La sofferenza di un essere umano diventa un terreno di contesa. Invece di domandarsi come salvare una vita, ci si chiede quali interessi quella vita rappresenti.
Questa è una delle realtà più dolorose per un medico. Un paziente non dovrebbe essere costretto a dimostrare la propria identità politica, appartenenza religiosa o innocenza prima di ricevere cure mediche. Un bambino ferito non è un argomento politico. Un paziente morente non è uno strumento al servizio degli interessi di qualcuno. Il dovere della medicina è verso l’essere umano che abbiamo davanti.
Allo stesso tempo, le strutture sanitarie sono state sempre più coinvolte nei calcoli politici e militari. Nella mia esperienza, diversi attori possono cercare di sfruttare la presenza, l’ubicazione o l’importanza simbolica delle strutture mediche per i propri scopi. Le conseguenze ricadono sui pazienti e sugli operatori sanitari, che non dovrebbero mai pagare il prezzo di simili calcoli.
In più di quattro occasioni, l’ospedale in cui lavoro è stato colpito durante il conflitto. Non posso descrivere la nostra esperienza come quella di persone che si siano sentite protette. Abbiamo continuato a lavorare, a curare i pazienti e a rispondere alle emergenze, pur sapendo che il luogo in cui cerchiamo di salvare vite può trasformarsi esso stesso in un luogo di pericolo. Per anni abbiamo cercato di preservare il nostro dovere professionale in circostanze nelle quali persino la più elementare aspettativa di sicurezza è stata ripetutamente disattesa.
Abbiamo lanciato appelli e chiesto assistenza, protezione e i mezzi necessari per continuare a prestare cure. Troppo spesso le risposte sono arrivate in ritardo, si sono rivelate inadeguate oppure sono risultate lontane dall’urgenza della situazione sul campo.
Ho anche visto organizzazioni umanitarie compiere sforzi enormi per aiutare, e non voglio che il loro lavoro venga sminuito. Alcune hanno cercato sinceramente di raggiungere le persone bisognose. Eppure, le restrizioni, gli interessi contrapposti e le molteplici giustificazioni addotte per non agire hanno reso le loro missioni straordinariamente difficili.
Credo che ascoltare sia necessario, ma che il solo ascolto non basti. La solidarietà non può consistere soltanto nel riconoscere la nostra sofferenza, condividere le nostre parole o esprimere tristezza. Deve significare difendere il diritto di ogni paziente a ricevere cure, esigere la protezione degli operatori sanitari e delle strutture mediche, sostenere coloro che cercano di portare assistenza e insistere affinché i principi dell’etica medica siano applicati a tutti, senza distinzione.
Non mi aspetto che i medici risolvano i conflitti politici. Chiedo però che si rifiutino di lasciare alla politica il potere di stabilire quale sofferenza meriti di essere riconosciuta. Dovremmo poter difendere un paziente palestinese, un paziente israeliano o qualsiasi altro essere umano senza essere accusati di tradire qualcun altro.
L’umanità non è una fazione politica e il diritto alle cure mediche non dovrebbe dipendere dallo schieramento al quale si ritiene appartenga una persona coinvolta in un conflitto.
Scrivo queste parole non come politico, né come rappresentante di un partito o di un’istituzione, ma come medico che ha continuato a lavorare accanto ai propri colleghi in circostanze nelle quali non ci siamo mai sentiti veramente al sicuro.
Lavoriamo ancora sotto il fuoco. Il conflitto è tuttora in corso e la nostra responsabilità verso coloro che hanno bisogno di noi non è venuta meno.
La mia speranza è semplice, anche se la realtà rende difficile continuare a custodirla: pace e dignità per tutti coloro che vivono su questa terra, indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dalla nazionalità o dalle proprie origini.
Ogni essere umano merita di vivere senza paura, di ricevere cure quando è ferito o malato e di essere trattato con dignità. Al di là di tutte le nostre identità, rimaniamo esseri umani, capaci di soffrire, di provare compassione e di amare.
Forse la responsabilità ultima di chi testimonia non consiste semplicemente nel mostrare agli altri ciò che è accaduto. Consiste nel ricordare loro ciò che non deve mai diventare accettabile e nel chiedere loro di non abbandonare la propria umanità quando agire in suo nome diventa difficile.
Non chiediamo al mondo di scegliere da quale parte politica stia un paziente. Gli chiediamo di scegliere la sua vita.
Un medico che lavora a Gaza
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