Mondo
Il tempo dell’illuminismo oscuro
La seconda vittoria di Donald Trump nel novembre 2024 ha portato alla ribalta i suoi profeti
La fine della democrazia, il ritorno a una società elitaria e gerarchica, il tecnocapitalismo, il maschilismo, il biologismo – rischiano ora di diventare realtà.
Nel 2007 Peter Thiel pubblica The Straussian Moment di fatto riconosciuto oggi come il testo fondativo del neo reazionarismo americano. La tesi è diretta: Democrazia, diritti, eguaglianza, liberalismo, Stato-di-diritto, non sono che pensieri deboli, inadeguati, da sostituire con un potere securitario e funzionale alla conservazione della supremazia del capitale neoliberale occidentale.
Testo che è un manifesto ed un programma (politico, sociale ed imprenditoriale).
Il punto di partenza sono le polveri, il sangue, l’acciaio ritorto delle torri gemelle l’11 settembre 2001. Momento assunto a paradigma per dichiarare l’obsolescenza della “razionalità degli
Stati-nazione”. La risposta doveva essere securitaria, repressiva; un richiamo alla crociata , scrive Thiel, perché “oggi, la mera autoconservazione costringe tutti noi a guardare il mondo in modo nuovo a pensare pensieri nuovi e strani, e quindi a risvegliarci da quel lunghissimo e proficuo periodo di torpore e amnesia intellettuale che viene chiamato in modo così fuorviante illuminismo” [p. 26]
Risposta che esprime – come ha scritto Alessandro Mulieri mel suo Tecnomonarchi –“la sfida più radicale alla democrazia e all’eguaglianza dai fascismi del Novecento” [p. 197]. Ma per analizzarne le potenzialità, ma anche i percorsi occorre considerare vari aspetti.
Primo aspetto.
Scrive Arnaud Miranda nel suo Illuminismo oscuro, consiste nello stabilire delle differenze all’interno non solo genericamente della destra americana, ma anche dell’offerta che distingue il mondo della destra alternativa che ha avuto nel corso della prima Presidenza Trump in Steve Bannon il suo punto di riferimento.
Osserva Arnaud Miranda che sbaglieremmo a ridurre tutto a quella figura. La nascita del pensiero neo reazionario negli Stati Uniti si origina preliminarmente attraverso il rinnovamento della destra americana; poi in una riflessione in cui elemento essenziale è dato dalle culture libertarie. In queste culture libertarie un elemento essenziale è rappresentato dalle culture antiambientaliste.
Una visione libertaria che è fondata sulla convinzione che in nome della «difesa dell’ambiente», le classi politiche di vari paesi stanno progressivamente dilatando il loro potere sull’economia e sulla società. La convinzione che è che l’ecologismo sia un’ideologia che nasce dalla avversione dell’idea di mercato [ibidem].
Una psicologia, quella dell’ecologista, che per la destra neo-reazionaria assomiglia molto a quella propria del burocrate, il quale, come ha sottolineato Karl Mannheim è ossessivamente preoccupato della sicurezza e dell’esigenza di evitare ogni sorta di rischio. Diversamente: L’uomo nuovo cresciuto nell’epoca dello statalismo novecentesco teme ogni libertà di iniziativa e ogni spazio di innovazione, convinto che soltanto ciò che è prevedibile può essere compatibile con un ordine sociale liberato dalla paura”.
Dunque preliminarmente si tratta di rompere questo cerchio vizioso.
Per romperlo si tratta di fondare un canone che Miranda condensa in 5 punti.
Per la precisione:
- La convinzione che esistano gerarchie naturali;
- un profondo pessimismo antropologico;
- Una totale avversione nei confronti della democrazia;
- La rivendicazione del dritto all’ exit. Ovvero, scrive Miranda, “la possibilità di lasciare lo Stato di cui si è cittadini per fondare un’altra comunità o unirvisi [ 32]
- L’ottimismo verso la tecnologia.
Rispetto al canone della destra alternativa di Bannon, i neo reazionari non sono cultori dell’etno-nazionalismo.
Secondo aspetto.
Insistenza sul fatto che contemporaneamente si esprime attraverso una politica di decisione centralizzata, ma adottando una dinamica in cui la centralizzazione non è il suo criterio intellettuale. Anzi, all’opposto, la figura di Yarvin Curtis, figura strutturale non solo nelle proposte ,ma anche nel funzionamento della seconda presidenza Trump (sua è l’idea di creare DOGE, Department of Government Efficiency; sua la posizione degli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina, suo il piano per Gaza; sua la tecnica di presidenzializzazione del regime inaugurato da Trump) apre un nuovo fronte di indagine che si traduce non più solo in ciò che promuove, ma negli effetti che discendono da ciò che promuove.
La conseguenza di una dimensione che in gran parte è decentrata, che si accreditata presentandosi come contro-élite, ha come messaggio implicito tanto la rimozione quanto lo smantellamento del sistema culturale che si è affermato con i movimenti emancipativi della seconda metà del’900.
Risponde a questa logica la battaglia contro il mondo delle università descritto come il potere che impedisce di agire. Ovvero lo smantellamento del sistema come potere legittimato. Questo aspetto ci consente di capire che il confronto serrato tra amministrazione Trump e mondo universitario americano non è né contingente, né occasionale, bensì strutturale e riguarda una strategia ben precisa. Che non si esaurisce solo nel momento in cui finisce la protesta.
Terzo aspetto
Il pensiero neo reazionario non è solo Curtis e non è unico. Per esempio, in alternativa a Curtis, si è espresso il filosofo Nick Land che conia il termine di “Illuminismo oscuro” che Miranda usa come metafora per l’intera area politica dei neo reazionari.
Land muove da una rivendicazione libertaria come replica e risposta verticalmente alternative alla filosofia economica e sociale del keynesismo. Ma soprattutto Land invoca una critica radicale e virulenta della democrazia. La democrazia per Nick Land non è un semplice regime politico, ma un’ideologia egualitaria che sin basa sull’espansione dello Stato frenando in tal modo lo sviluppo del capitalismo. Per questo è da eliminare.
A differenza di Curtis, Land non auspica un governo stabile, ma la liberazione da ciò che chiama «freni morali» in modo da dare libero sfogo al processo di tecnologizzazione. Ciò che lo affascina è la sfida di pensare domani come libero da vincoli, in una dimensione estrema di voglia di futuro che non è «ritorno all’ordine», ma il suo contrario. Una rottura del modello classico capitalistico che si ritrova anche in altri pensatori del neo reazionarismo: da Spandrell che teorizza la necessità di recuperare una centralità della bianchitudine contro l’uso delle ideologie egualitarie che hanno, attraverso la cultura dell’inclusione e dell’emancipazione, la fondazione di una società di mediocri, a Costin Alamaruio (più noto con lo pseudonimo Bronze Age Pervert) sostenitore della necessità di una nuova civiltà fondata sull’azione dell’orda espressa da un governo militare che sia il risultato di un profilo di rigenerazione universale, in cui è profonda l’influenza del pensiero di Julius Evola, in particolare il suo Rivolta contro il mondo moderno).
Una dimensione, conclude Miranda in cui il fenomeno illiberale testimonia di un progetto di egemonia culturale che non si limita al agli Stati Uniti che indica un tratto molto più vasto, diffuso e profondo: il profilo di una cultura e di un progetto illiberale come codice di questo nostro tempo, o meglio come progetto utopico per il terzo millennio.
Come rispondere?
Se la replica non è adottare lo stesso linguaggio, ma rovesciare la logica, allora una risorsa è in ciò che suggeriva molto tempo fa Albert Camus, in un testo dal titolo Réflexions sur une démocratie sans catéchisme (leggibile in rete qui).
Scrive Camus nelle prime righe di esordio: “La democrazia è l’esercizio sociale e politico della modestia”.
E poi aggiunge:
“Il reazionario dell’Ancien Régime sosteneva che la ragione non avrebbe risolto nulla. Il reazionario del nuovo regime pensa che la ragione risolverà tutto. Il vero democratico crede che la ragione possa far luce su moltissimi problemi e risolverne quasi altrettanti. Tuttavia, egli non crede che essa regni, quale sovrana assoluta, sull’intero mondo. Ne consegue che il democratico è modesto. Egli ammette una certa dose di ignoranza, riconoscendo la natura in parte sperimentale della propria iniziativa e il fatto di non possedere tutte le risposte. Sulla base di tale ammissione, riconosce la necessità di consultare gli altri e di integrare le proprie conoscenze con le loro. Considera la propria autorità come derivante esclusivamente da un mandato conferito da altri e soggetta al loro costante consenso. Qualunque decisione sia chiamato ad assumere, accetta che le persone coinvolte possano valutare la questione in modo diverso ed esprimere le proprie opinioni al riguardo”.
Tirare le conseguenze di questa riflessione implica avere consapevolezza che il democratico deve essere responsabile; deve affrontare i problemi, non lasciare che si consolidino; fare le riforme, realizzare ll compromesso sociale, ridurre le ineguaglianze quando ancora si ha tempo davanti. Non fare la politica del comodo. Soprattutto delegittimare di autorevolezza politica gli apprendisti stregoni.
Quante di queste necessità noi democratici abbiamo affrontato con radicalità e con realismo negli ultimi 30 anni?
Sela risposta, come penso, è negativa, allora per molti questa sembrerà una strategia inefficace.
Si tratta di costruire una ipotesi di resistenza e sapere che la battaglia sarà lunga. Molto lunga.
In ogni caso non ci sono soluzioni prêt-à-porter.
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