Russia

Putin, il nuovo «Piccolo Padre»

La macchina politica di Putin:lanatura totalitaria di un apparato culturale e di un sistema politico. Non l’unico,mamoltoesemplareper comprendre anche le democrature.

26 Giugno 2026

Facendo un ritratto di Putin, anni fa, nel 2018,  Gian Piero Piretto aveva sottolineato come il corpo fosse un aspetto essenziale del suo esercizio di potere. Questo è solo un aspetto di che cosa sia la Russia di Putin. Per comprenderla occorre fare un viaggio molto più interno.

Una cultura, infatti, anche, e forse soprattutto, è costituita dalle sue parole e dalla trasformazione e dalla metamorfosi che quelle parole acquistano dentro un sistema di potere.

Come è noto il potere non è solo le parole elencate – ovvero dizionario. Il potere è l’enciclopedia ovvero il significato, la riorganizzazione di quei significati in un codice che poi diventa la lingua del potere, della propaganda e della macchina di pensiero e di massa in un tempo senza che si diano contro indicazioni, linguaggio alternativo, possibilità di dire parole diverse e sviluppare significato diversi

Quando questo avviene il sistema politico connotato da questa pratica è essenzialmente dittatura totalitaria.

Questo è il grande pregio di Il paese di Putin di Gian Piero Piretto: descriverci la macchina capace di indicare il funzionamento totalitario di un apparato culturale e di un sistema politico.

L’operazione è bene sottolinearlo perché anche in Italia non mancano gli entusiasti di quel sistema, non ultimo perché interpretano quel sistema e la figura politica al suo comando- Putin – come alternativi -anziché non solo come analoghi, a soprattutto omologhi – al sistema politico americano cui credono come tutto gli entusiasti che l’uomo di Kosac sia la rappresentazione eguale e contraria.

C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo.

Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente.

La Russia – a più di trent’anni dalla caduta del Muro – comprende ancora diverse anime ed è tuttora capace di proiettarsi, come fece l’Urss, oltre i propri confini: in Ucraina, Siria, Libia, Bielorussia, Cina (ma anche in Europa, Italia compresa). Ed è già immersa nel processo di transizione verso il “dopo zar”.

A tenere insieme tutto questo è il modello Putin.

Un modello che ha tra le dinamiche fondative la manipolazione del passato ad uso di nazionalizzazione delle masse, di definizione di chi sia cittadino dentro il sistema o destinato alla marginalizzazione, alla persecuzione, e alla fine al silenzio o all’eliminazione.

Una politica che mentre riscrive l’identità nazionale, criminalizza il dissenso. Che trasforma l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (il 7 novembre) nella giornata della parata militare intesa come esposizione della capacità di difesa dei confini. Scompare la rivoluzione resta sul campo la rivendicazione del mito guerriero della patria assediata e bisognosa di riscatto.

Un profilo descritto sia da Nicolas Werth nel suo Putin storico in capo , sia da James C. Pearce nel suo The Use of the History in Putin’s Russia che mette al centro come lo Stato russo utilizza la storia per creare un’ampia coalizione di consenso e forgiare una nuova identità nazionale alfine di ravvivare la coscienza nazionale russa nel ventunesimo secolo.

Un sistema con conseguenze larghissime, che ci riguardano direttamente, evolutosi sino a diventare un regime ibrido, con tinte sempre più autoritarie. Un puzzle complesso su cui siamo davvero poco informati. A questo clima non è estraneo il linguaggio della fede e del rapporto stretto tra politica e religione.

Il capitolo che chiude Il paese di Putin dedicato a scavare nella parola Bátjuška, la parola usata nella lingua russa in modo informale per rivolgersi a un ecclesiastico(analoga a come in italiano diremmo «padre», sottolinea Piretto) è significativo proprio perché apre un percorso che aiuta a comprendere che cosa sia oggi Putin nell’immaginario dei suoi «sudditi», quale sia in quel contesto il rapporto tra vissuto religioso e politica e tra uso del linguaggio delle fedi e mobilitazione politica.

Non è un tratto esclusivo della Russia di Putin. Lo stesso tratto che riscontriamo in molte realtà politiche nel tempo ora e molti leader politici: Modi in India, Trump negli Stati Uniti, Netanyahu in Israele, Erdogan in Turchia, Khamenei in Iran, Milei in Argentina. Sicuramente me ne dimentico molti altri.

Un sistema che proprio per come si presenta non è solo potere materiale, ma anche entusiasmo per il vocabolario cui appunto corrisponde una enciclopedia politica non meno profondamente totalitaria, discriminativa, gerarchica, anti-egualitaria .Per esempio quella degli attuali propagandisti di utopia restaurativa tra Silicon Valley e Casa Bianca  (un campo di indagine di cui Alessandro Mulieri con il suo Tecnomonarchi ci ha fornito un’utile guida per orientarci).

Quel vocabolario e quel linguaggio vanno messi accanto a molte altre cose: la Russia repressiva, che non tollera più dissenso interno; la Russia geopolitica, che reclama un ordine mondiale distinto dalla pax americana come la vorrebbe Donald Trump, ma omologo come sistema.

Il linguaggio che accompagna l’azione politica è parte di questa partita e come abbiamo imparato da tempo per qualsiasi sistema politico, non è neutro è la spia indiziaria di un progetto. Vale a Washington, a Teheran, a Gerusalemme, a Ankara e anche a Mosca. Quel progetto è omologo nella struttura, ma è specifico in ogni contesto per il percorso culturale che costruisce.

Gian Piero Piretto ci consegna una chiave molto utile per decodificare quello in atto a Mosca.

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