Mondo
Quel che rimane
Mentre la nuova guerra del Golfo si sta incartando su se stessa, a Gaza appare trasformata in un conflitto a bassa intensità e in Ucraina la linea del fronte dell’occupazione russa è ferma sostanzialmente da due anni , le cronache continuano a raccontare i bombardamenti, gli eccidi senza limiti e la moltitudine di morti inique.
Pesa lo sfaldamente , voluto , di un sistema di relazioni e di alleanze provocato dal sovversivismo maldestro e generatore di ulteriori divisioni e conflitti del presidente Trump e in generale la debolezza di una politica dove la diplomazia appare accantonata, mentre la reazione della società civile — complice la progressiva riduzione degli spazi di agibilità e interlocuzione — non riesce ad andare oltre la diffusione di messaggi, appelli, indignazione ed esortazioni.
I contatti, i colloqui diretti o indiretti tra le parti appaiono come brevi pause tra una fase del conflitto e quella successiva; trattative che sembrano non arrivare mai ad una definizione perché in realtà non si vogliono fino in fondo, aspirando ancora alla vittoria totale sul nemico.
Nell’attuale scenario internazionale si sono confermate alcune linee di lungo periodo :la polarizzazione politica ed economica e un antagonismo tra blocchi geopolitici, la “normalizzazione” della guerra e dei conflitti armati diventati dimensione ordinaria della politica internazionale e la conseguente dimensione sicuritaria.
Sullo sfondo di una crisi delle dell’ordine e delle democrazie liberali, intese come le forme di governo che trovano la legittimazione del proprio potere nel consenso democratico, in un sistema legale di vincoli e controlli sul proprio operato e di tutela delle libertà, dei diritti individuali e del pluralismo, forme che rappresentano il contesto, il framework, l’orizzonte culturale e di senso nel quale abbiamo vissuto sino ad ora in occidente e che si erano progressivamente affermate ed estese in molte aree e paesi dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la fine della guerra fredda.
In questa fase di transizione diventano fondamentali la resilienza sociale e la capacità di adattamento. Ma per riuscirci dobbiamo fare tra noi un discorso di verità. Abituati alla retorica che chiude ogni nostro articolo, analisi o discorso con una nota positiva sulla democrazia, abbiamo paura di ammettere che l’opzione democratica e di soluzioni pacificatrici sino ad ora sono state sconfitte. Nulla è perso in maniera definitiva ma è opportuno chiedersi cosa rimane dopo le regressioni politiche e culturali che abbiamo attraversato in questi anni di guerre totali.
Gli studi indicano che il conflitto bellico non solo erode direttamente le istituzioni, con un calo misurabile della qualità democratica ma agisce anche come catalizzatore per trasformazioni strutturali profonde, tende a restringere gli spazi di libertà e a imporre una logica di emergenza che, nel tempo, altera gli equilibri democratici e l’architettura di diritti e trasparenza quando le priorità si spostano verso la sicurezza e la contrapposizione permanente.
Alcuni analisti suggeriscono tuttavia che il rischio maggiore non sia rappresentato tanto da minacce esterne, quanto da una sorta di implosione interna. In questo contesto complesso, la sfida per le democrazie non è solo quella di resistere alle pressioni delle autocrazie, ma di ritrovare la coesione interna necessaria per prevenire un deterioramento dei propri valori fondamentali, proteggendoli.
Stiamo vivendo un momento di cambiamenti strutturali che mettono tutto e tutti in discussione, alimentando paure, speranze, insicurezze e visioni distopiche. Mutamenti che ci interrogano sull’importanza della natura e delle fonti di informazione su aspetti decisivi dell’economia, della globalizzazione della politica estera e che hanno un ruolo determinante nella costruzione di un senso comune e nel posizionamento politico sia dei partiti che della società civile. Non a caso, le forze ostili alle democrazie stanno investendo risorse immani — uomini e mezzi — nella disinformazione: una guerra ibrida per costruire un consenso prepolitico sulle scelte strategiche di un Paese.
Gli stati assoluti posero fine alle guerre civili e religiose europee nel XVII secolo perché riuscirono a imporre la pace avocando a sé il monopolio della forza: disarmarono le fazioni e stabilirono sistemi legali e giudiziari unificati. Thomas Hobbes diceva: “Auctoritas non veritas facit legem” (l’autorità sovrana, non una verità astratta, dà forza alla legge), legge che può essere vincolante solo dove esiste un potere comune,una statualita’ in grado di farla applicare. Dove si trova oggi la dimensione di un possibile sistema di statualità internazionale?
Potremmo elencare pedissequamente una serie di azioni che appiono urgenti: dalla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con un diritto di veto limitato solo ad alcune ambiti , al mandato rafforzato per le forze di pace; dall’effettività dei provvedimenti della Corte Penale Internazionale, alla promozione di politiche di decoupling strategico per ridurre la dipendenza da Stati ostili sino alle sanzioni selettive sulle risorse strategiche. Tutte azioni che possono essere uno strumento potente sopratutto se si inscrivono in un quadro di trattati multilaterali e non solo come mere azioni di ritorsione di una parte.
Rimangono però in premessa domande ancora senza risposta: chi sono gli attori legittimati a intervenire? Chi è il soggetto politico della mediazione? Dagli Usa ai Paesi del Golfo,da Kyiv a Mosca, da Pechino a Islamabad la partita si gioca su tavoli e livelli diversi.
La soluzione di un conflitto appare quanto mai distante dal raggio della possibile azione delle società civili. In questo scenario tuttavia esse possono essere protagoniste di una sorta di mediazione culturale e normativa, insistendo sulla traduzione dei diritti umani in vincoli giuridico-politici, agendo come “corpo intermedio” di pressione, opinione e monitoraggio, incidendo sulla legittimazione interna e sulla percezione pubblica delle politiche.
Ma bisogna al tempo stesso riconoscere, senza infingimenti, che oggi solo una nuova dimensione pattizia, di accordo tra Stati e soggetti internazionali che assumano su di sé il monopolio e la legittimità nell’uso della forza, potranno definire e in qualche modo imporre le tregue e la pace, superare la violenta anarchia di questi anni e ricostruire un quadro di legalità internazionale, contenere le volontà di potenza e dominio di singoli stati, mettere in atto strumenti e apparati in grado di rendere effettivo un nucleo di diritti fondamentali civili, sociali e del diritto umanitario internazionale, applicarli e difenderli a garanzia di un sistema di tenuta della pace nel futuro.
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