Milano

A Milano mangiare è diventato un lusso. E il Comune può fare qualcosa

Come gruppo Barricata abbiamo scritto una proposta e ne discutiamo lunedì 22 giugno alle 17:30 al Centro Studi Emilio Caldara, con Luca Stanzione (CGIL Milano), l’On. Bruno Tabacci, l’On. Maria Chiara Gadda e Maria Grazia Guida.

15 Giugno 2026

C’è un numero che racconta meglio di ogni discorso la condizione di chi lavora a Milano nel 2026: 605 euro. È quello che rimane in tasca a un lavoratore singolo dopo aver pagato affitto e bollette — 1.111 euro e 220 euro rispettivamente, su uno stipendio medio netto di poco meno di 1.937 euro. Cinquecentocinque euro per tutto il resto: trasporti, salute, vestiario, cultura. E cibo.

Il cibo, appunto. Prima ancora di qualsiasi altra necessità, le persone hanno bisogno di mangiare. Eppure proprio su questo bisogno primario si abbatte con più forza il carovita milanese. I prezzi al dettaglio dei beni alimentari di prima necessità sono cresciuti del 27% nell’ultimo decennio. Calibrando i consumi sui parametri nutrizionali standard (LARN), la sola spesa domestica mensile si attesta intorno ai 370 euro per un uomo adulto e ai 300 per una donna. Per una famiglia con due figli si arriva a 1.100 euro. E nei giorni lavorativi la situazione peggiora ulteriormente: con il prezzo medio di un pasto in una tavola calda fermo a 20 euro, un lavoratore single che pranza fuori spende circa 770 euro al mese soltanto per mangiare.

Una tassa occulta sul lavoro

Non è un’emergenza congiunturale. È una struttura. L’alimentazione a Milano si è trasformata in una spesa rigida, una tassa occulta sui redditi da lavoro che colpisce in modo trasversale: gli studenti fuori sede costretti a scegliere tra l’affitto e la dieta, gli anziani soli, i lavoratori a basso reddito, i genitori di famiglie numerose. Per questi ultimi la situazione è matematicamente insostenibile: il modello monoreddito, a Milano, è sinonimo di indigenza o di espulsione verso l’estrema provincia.

La risposta fin qui è stata lasciare fare al mercato, o affidarsi al terzo settore. I risultati si vedono: l’elevato numero di persone che ogni giorno si presentano alle mense solidali e ai centri di distribuzione gratuita del cibo è uno dei segnali più evidenti di un impoverimento sempre più diffuso.

La proposta: nove tavole calde comunali

Come Barricata proponiamo qualcosa di diverso. Non assistenzialismo, non carità organizzata, ma una ripresa della regia pubblica: l’apertura di nove Tavole Calde comunali, una per ogni zona della città, capaci di offrire un pasto completo — primo, secondo, contorno e frutta — a un prezzo fisso tra gli 5 e i 10 euro.

Gli strumenti per farlo esistono già: Milano Ristorazione e Sogemi sono due aziende pubbliche con il patrimonio di competenze e la rete logistica necessari. Mettendole in sinergia, il Comune può diventare un protagonista attivo nel mercato della ristorazione cittadina, non per sostituirlo ma per regolarlo.

I numeri parlano chiaro: poter accedere a un menu completo a 9 euro significa restituire a un lavoratore circa 220 euro al mese di potere d’acquisto reale. Significa eliminare i costi occulti della cucina domestica — gas, elettricità, tempo — e liberare risorse per tutto il resto. Significa, soprattutto, creare un calmiere naturale: la presenza di una rete pubblica a prezzi bloccati costringerebbe bar e ristoranti a rivedere le proprie tariffe per restare competitivi.

Una leva su più fronti

La proposta non si esaurisce nella ristorazione. Immaginiamo di garantire l’accesso ai pasti agevolati agli studenti fuori sede solo a fronte di un contratto di locazione regolarmente registrato: il cibo diventerebbe così una leva concreta contro il mercato nero degli affitti che soffoca chi cerca casa a Milano. Si potrebbero inoltre stipulare accordi con gli Ordini professionali per garantire l’accesso ai giovani iscritti — architetti, avvocati, psicologi, ingegneri, medici — che spesso appartengono proprio a quella fascia grigia di reddito troppo alta per accedere agli aiuti, troppo bassa per reggere il carovita.

Non è una visione inedita, è una visione radicata. Milano ha già saputo rispondere ai bisogni dei suoi cittadini con strumenti pubblici: i mercati comunali, le cooperative della casa, l’AEM. Il Sindaco socialista Emilio Caldara, all’inizio del Novecento, incarnò quella capacità di “governo del concreto” che oggi dobbiamo riscoprire — e che norme come la Madia hanno sistematicamente eroso.

Il nemico in casa: le leggi che frenano il municipalismo

C’è un ostacolo che non si può ignorare e che si esprime in una legislazione fortemente ostile alle soluzioni delle soluzioni tipiche del municipalismo italiano dello scorso secolo.

Ad esempio, la cosiddetta riforma Madia, il D.Lgs. 175/2016, stabilisce che una società in house — cioè una partecipata pubblica che riceve affidamenti diretti dal Comune senza gara — deve realizzare oltre l’80% del proprio fatturato nei compiti assegnati dall’ente pubblico. Al massimo il 20% residuo può essere destinato al mercato, e solo se serve a conseguire economie di scala sull’attività principale. Il meccanismo è preciso: vuoi operare liberamente sul mercato? Perdi lo status di in house. Vuoi restare in house? Rinunci ad agire da imprenditore sul mercato. Una società come Milano Ristorazione, che vogliamo trasformare in uno strumento attivo di calmieramento dei prezzi cittadini, si trova esattamente incastrata in questa forbice.

È un’impostazione che si presenta come tecnica e neutrale, ma è profondamente ideologica. E, paradossalmente, è stata portata avanti anche da governi e ministri di centrosinistra, convinti che “limitare la mano pubblica” fosse una conquista progressista di modernizzazione contro le rendite di posizione. Il risultato è che oggi un Comune che voglia gestire direttamente un servizio — invece di metterlo a gara — deve superare ostacoli normativi significativi, dimostrare l’impossibilità del ricorso al mercato, e confrontarsi con un sistema di regole che considera l’affidamento in house non la norma, ma l’eccezione da giustificare.

Non è una derivazione meccanica del diritto europeo sulla concorrenza. È una scelta interpretativa precisa, fatta dall’Italia negli anni Novanta e mai davvero rivista: quella per cui il pubblico non deve “fare le patatine” — per richiamare il caso IRI-San Carlo, paradigma di un’epoca — e ogni suo intervento sul mercato è visto come distorsione da limitare, non come leva da utilizzare. Una visione che, paradossalmente, la sinistra ha fatto propria come segno di modernità e discontinuità con il proprio passato. Il risultato è una legislazione che, nel tentativo di proteggere la concorrenza, finisce per impedire l’intervento pubblico.

Quello che facciamo è quindi sollevare anche un tema politico critico, cioè una contraddizione culturale che la sinistra deve avere il coraggio di nominare: le leggi italiane pensate per tutelare la concorrenza sono state scritte, nella pratica, in un veto strutturale alle soluzioni municipaliste. Proteggono il mercato privato dall’intervento pubblico proprio in un momento storico in cui il mercato ha dimostrato di non saper rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. Correggere questo errore non è un ritorno al passato: è la condizione per poter costruire qualsiasi risposta credibile al carovita.

Se ne parla lunedì 22 giugno

Di tutto questo discuteremo lunedì 22 giugno alle 17:30 al Centro Studi Emilio Caldara (Via De Amicis 17, Milano), in un incontro pubblico aperto alla città. Con noi ci saranno Luca Stanzione, Segretario Generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano; l’On. Bruno Tabacci, già assessore al bilancio del Comune; l’On. Maria Chiara Gadda, promotrice della legge nazionale sullo spreco alimentare; e Maria Grazia Guida, già vicesindaco di Milano e voce del mondo della solidarietà cittadina.

Il titolo dell’incontro è Le barricate a tavola. L’opzione comunale contro il carovita. Vi aspettiamo.

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