Milano
La nuova Milano per i vecchi milanesi
Dialogando con Paolo Natale e i suoi “nuovi milanesi”, provo a rovesciare la domanda. Che fine hanno fatto i vecchi milanesi? Nessuna nostalgia, ma un dubbio sul modello. La nuova Milano è sviluppo o una modernizzazione rapida e rapace che ha strappato il suo tessuto sociale?
Paolo Natale e io dialoghiamo spesso a distanza, su queste pagine, di Milano e dei suoi numeri. È, credo, una delle cose migliori della comunità degli Stati Generali, il confronto non come contraddittorio, nel quale qualcuno deve necessariamente avere ragione e qualcun altro torto, ma come dissenso che produce dialogo, tanto più quando si parte dagli stessi dati.
E sui dati milanesi nel tempo mi sono accorto che ci capita a volte di vedere cose diverse. Forse lui tende a vedere il bicchiere mezzo pieno e io quello mezzo vuoto, ma leggendo il suo articolo (https://www.glistatigenerali.com/citta/milano/come-e-cambiata-una-nuova-milano-per-nuovi-milanesi/) mi sono convinto che la differenza sia un po’ più profonda e riguardi il paradigma attraverso il quale leggiamo una trasformazione sulla cui dimensione, invece, siamo perfettamente d’accordo.
Milano è cambiata moltissimo ed è cambiata molto in fretta. Lui guarda, non senza ragioni, ai “nuovi milanesi”, ai giovani che arrivano, agli stranieri, al ricambio impressionante della popolazione, alla capacità della città di continuare ad attrarre persone, attività e capitali. Io, davanti agli stessi numeri, mi pongo però anche la domanda opposta: che fine hanno fatto i vecchi milanesi?
Può darsi che sia una domanda nostalgica e pure identitaria, ma è una domanda rilevante sulla struttura sociale della città.
Se osserviamo la composizione demografica di Milano, vediamo infatti una città sempre più polarizzata. Da una parte gli anziani, spesso soli, dentro una società fortemente individualizzata; dall’altra i giovani, molti dei quali arrivano per studiare o lavorare e per i quali Milano rappresenta una tappa, non necessariamente il luogo nel quale costruire una vita. In mezzo si assottiglia qualcosa di essenziale, ossia l’età di mezzo e, insieme ad essa, quel vasto mondo medio fatto di famiglie, lavoro, consumi, associazionismo, vita sociale, permanenza nei quartieri, relazioni sedimentate. Non era un mondo perfetto. Ma esisteva.
E qui bisogna sgombrare il campo da un equivoco, perché credo nessuno abbia nostalgia della Milano degli anni Settanta, della violenza politica, delle bande criminali, di Turatello o Vallanzasca. Tanto meno può averla uno storico, qual è il sottoscritto, che sa e disdegna quanto siano ingannevoli le rappresentazioni consolatorie del passato; quindi convengo, la vecchia Milano non era il Mulino Bianco.
Ma tra sostenere che il passato fosse un paradiso e considerare positivo tutto ciò che lo ha sostituito (lettura che non imputo a Natale, sia chiaro) esiste un enorme spazio critico, ed è precisamente quello che mi interessa.
Il problema non è dunque che Milano sia cambiata, è come, quanto velocemente e in quale direzione sia cambiata.
Perché ogni trasformazione sociale, per essere “sviluppo”, ha bisogno di un ritmo e soprattutto di un orientamento, deve essere governata, accompagnata, resa compatibile con la capacità di una comunità di assorbirla, altrimenti il tessuto sociale non si modifica, si strappa.
È questo che temo e credo sia accaduto a Milano e più in generale alle metropoli globali del duemila.
La città novecentesca era stata costruita intorno a un particolare equilibrio tra produzione e società, fabbriche e uffici, lavoro e famiglie, ceti popolari e ceti medi, produzione e consumo, centro e periferia. Naturalmente anche quel modello produceva disuguaglianze, conflitti ed esclusioni, ma produceva contemporaneamente integrazione e sviluppo, cioè la possibilità che la crescita economica si trasformasse, almeno in parte, in redistribuzione e crescita della società.
La trasformazione degli ultimi vent’anni, e specialmente degli ultimi dieci, è di natura differente. Non è più quella dell’industrializzazione novecentesca, è quella del modello del capitalismo finanziario e globalizzato del nuovo secolo. E proprio per questo possiede una straordinaria capacità di attrarre capitali, persone, investimenti e consumi, ma assai meno di costruire appartenenza, tessuto sociale e permanenza.
Milano oggi straconsuma; turismo, ristorazione, eventi, immobili, servizi, attrae capitali e valorizza patrimoni. Ma attrattività e sviluppo non sono necessariamente sinonimi, e una città può diventare sempre più ricca e contemporaneamente espellere proprio quei gruppi sociali che ne garantivano la continuità.
Quando ricordiamo che una parte della popolazione è stata espulsa perché non riusciva più a sostenere il costo della vita milanese, io non riesco perciò a considerarlo un effetto collaterale della trasformazione, perché per me è il cuore della questione.
Chi viene espulso? Chi non riesce più a formare una famiglia a Milano perché non ha “una” RAL di cinque k al mese? Chi arriva a venticinque anni dormendo in un seminterrato, ma a trentacinque deve andarsene? Chi può ancora trasformare l’essere temporaneamente a Milano nell’essere milanese?
Sono domande che i dati sul ricambio demografico, anziché chiudere, rendono ancora più urgenti.
Per questo per definire ciò che è avvenuto negli ultimi decenni occorre richiamare le vecchie categorie della “modernizzazione senza sviluppo”. Una modernizzazione rapidissima, per molti aspetti impressionante, ma anche rapace, capace di aumentare il valore economico della città molto più velocemente della sua capacità di ricostruire legami e comunità.
Non rimpiango la vecchia Milano e sono curioso anch’io dei nuovi milanesi di cui parla Natale, ma vorrei che ci domandassimo anche che cosa della città precedente meritasse di essere conservato, perché qualcosa di buono, in quella Milano, ci sarà pure stato.
E se non riusciamo a trovare nemmeno una trattoria dove cenare schivando le bollicine, i sushi bar, e gli studenti di design all’ora dell’aperitivo, ho il sospetto che, nella fretta inesorabile di diventare nuovi, insieme all’acqua sporca abbiamo buttato via anche il bambino. Anzi, il nostro vecchio fioeu.
Devi fare login per commentare
Accedi