Milano

Milano tra riot, finestre, luci ed ombre

Casa, spazi pubblici, cura, sicurezza: quattro contenuti e il metodo per portali avanti. I «tre saperi» come metodo di governo per una città meno predatoria e più giusta

19 Ottobre 2026

La sera delle finestre

Oltre riot e manifestazioni giorno dopo giorno c’è un’ora in cui la città si scompone in finestre. Verso sera nei diversi quartieri dal vetro di un tram o dal tetto di un parcheggio, le luci si accendono una ad una: cucine, camere, stanze in affitto con tre letti e un solo bagno. Dietro ciascuna finestra c’è qualcuno che ha trovato un posto per la vita, per qualche mese o anche solo per qualche ora e c’è qualcuno che lo lascerà alla scadenza del contratto di locazione.

È la città in cui, nell’ultimo decennio, circa il 30% dei residenti è partito e un altro 30% è arrivato; la città dei citofoni che cambiano nome, dei pianerottoli dove si impara una lingua nuova e si saluta per l’ultima volta una vicina. Zygmunt Bauman l’ha definita liquida: una modernità in cui i legami si sciolgono più in fretta di quanto si riesca a stringerli, e in cui a ciascuno si chiede di farsi bastare la propria barca. Richard Sennett, da parte sua, ha mostrato come una vita flessibile senza orizzonte stabile logori il carattere, perché toglie alle persone il filo di un racconto che abbia un prima, un durante e un dopo.

Marracash, che questa città l’ha raccontata dal lato dei palazzoni e non da quello delle vetrine, in Persona e in Noi, Loro, Gli Altri non smette di ricordarci che «noi» e «loro» sono confini tracciati, prima ancora che dalla politica, dal codice di avviamento postale e dai correlativi livelli di reddito. Emmanuel Carrère, che sa raccontare vite che non sono la sua senza smettere di dire «io», ci lascia invece un’indicazione di metodo: per parlare di una città e delle sue persone bisogna accettare di starci dentro, di sporcarsi, di dubitare, di non dovere per forza dare subito ragione a qualcuno e torto a qualcun altro sparando sentenze ed etichette a più non posso.

Byung-Chul Han, in La società senza rispetto (Einaudi, 2026), legge questo scenario come l’esito di una società della prestazione che ha messo da parte l’ascolto e l’empatia, cioè ciò che rende possibile lo sguardo e la considerazione di umanità verso l’altro. Dietro ogni finestra accesa non c’è allora soltanto un contratto a termine, ma una vicinanza fisica che non diventa più attenzione: si vive a pochi metri gli uni dagli altri e si perdono tatto, garbo, cura, cortesia, le piccole forme con cui ci si riconosce.

Non bastano le belle parole

Ogni stagione politica si apre con promesse e parole luminose: accogliente, inclusiva, partecipata, delle opportunità. Il problema non sono solo i valori ed i reali equilibri di potere ma anche il tragitto che separa la parola dalla cosa: decisioni, regolamenti, delibere, poste di bilancio, persone (quante, e con quali competenze), uffici, settori, bandi, cantieri. È lungo quel tragitto che le promesse si perdono come in una rete idrica non adeguatamente manutenuta.

Propongo qui quattro contenuti, volutamente radicali e concreti, e un metodo per provare a perseguirli cammin facendo. Accanto a casa, spazi e cura c’è infatti un altro diritto che condiziona il modo in cui le persone vivono la città: quello di sentirsi davvero sicure.

1. Casa: la città che accoglie, la città delle opportunità

Senza una casa non c’è accoglienza, e senza accoglienza le opportunità restano un’insegna sul portone chiuso. «casa in tutti i modi possibili e per tutte le tasche» vuol dire abbandonare l’idea della misura salvifica, dell’unica chiave, e costruire invece una scala con molti gradini, perché chi sale non precipiti nel vuoto tra l’uno e l’altro.

Sennett distingue la ville, la città di pietre e regolamenti, dalla cité, quella vissuta nei gesti e nelle abitudini. Una politica della casa che si occupi solo della prima produce edifici, non abitanti.

  • Pubblico a canone sociale. Una mobilitazione straordinaria e interistituzionale per riportare in vita, in modo rapido e trasparente, gli alloggi pubblici sfitti; manutenzione programmata; gestione sociale dei quartieri ERP con presìdi di prossimità. San Siro insegna che la questione abitativa e quella sociale sono la stessa questione.
  • Canone davvero calmierato e convenzionato. Agenzie sociali per l’affitto; garanzie pubbliche per proprietari e inquilini, con finanziamenti a fondo perduto per ristrutturare; quote obbligatorie di affitto accessibile nelle trasformazioni urbane; patrimonio pubblico e dismesso destinato anzitutto a questo uso e non alla valorizzazione finanziaria. Un focus particolare andrà posto su controlli efficaci dei dispositivi.
  • Il recupero dei vuoti. Edifici dismessi, piani terra chiusi, stanze che aspettano un acquirente: riaperti all’abitare temporaneo e mobile di studenti, lavoratori fuori sede, persone in transizione, a tariffe realmente sostenibili e non solo a rendimenti per i fondi.
  • Abitare collaborativo e cooperative. Cohousing, condomini solidali, cooperative di abitanti, proprietà indivisa: case dove il «noi» è scritto nello statuto prima che sul citofono.
  • Scala metropolitana. Il mercato non si ferma ai confini comunali e neppure può fermarsi la regia: pianificazione, trasporti, fondi e patrimonio pubblico in capo alla Città metropolitana, per non scaricare l’espulsione sull’hinterland.

2. Spazi pubblici di qualità: la città gratuita e capace di affrontare il cambiamento climatico

Lo spazio pubblico è l’altra metà della casa. Supplisce, almeno in parte, a condizioni abitative difficili: stanze piccole e sovraffollate, poche occasioni d’incontro. Non è un arredo, è un’infrastruttura di welfare. Chiamiamo «città gratuita» (a prezzo calmierato, libera dal consumo obbligatorio) quella in cui si può stare, incontrarsi, imparare, riposare senza dover per forza consumare.

All’aperto sono i parchi, le piazze, i cortili, le strade scolastiche. Al chiuso sono le biblioteche, le case di quartiere, le scuole aperte oltre l’orario didattico e in estate, i mercati coperti, gli spazi ibridi, i locali comunali a uso civico: stanze in più per chi a casa non ne ha.

Dall’esperienza di Via Pontano e del Tunnel Boulevard sappiamo che riqualificare è solo l’inizio. Servono manutenzione ordinaria e straordinaria, mediazione tra pubblici diversi (famiglie, anziani, giovani, persone senza dimora), un presidio super partes e un sistema diffuso di luoghi. Uno spazio ben fatto in mezzo alla scarsità rischia di essere «predato» dalla fame di spazi di una comunità: è una goccia nell’oceano. Contano la quantità e la rete, non il singolo intervento.

Ne L’uomo artigiano Sennett ricorda che il lavoro ben fatto è quello che torna sulle cose, le ripara, le migliora. La manutenzione non è il capitolo noioso in fondo al progetto: è il progetto che continua.

3. Reti sociali e professioni di cura: le mani che tengono insieme la città

Una città che funziona si regge su relazioni e su chi le cura: educatori, insegnanti, infermieri, operatori socio-sanitari, assistenti familiari, mediatori, operatori del terzo settore, e poi portinai, commercianti di vicinato, volontari. Sono i fili meno visibili dell’ordito, e spesso sono proprio le persone che il mercato immobiliare espelle, perché con i loro redditi non riescono a vivere nella città che curano. Bauman ha parlato di «vite di scarto» per chi il progresso lascia indietro come eccedenza: sarebbe un paradosso crudele se a finire nello scarto fossero proprio coloro che accompagnano, insegnano, medicano.

  • Casa per chi cura. Quote riservate di alloggi a canone accessibile per le professioni di cura e di servizio pubblico. Badi per costruzione di proprietà indivisa e cohousing
  • Riconoscimento e stabilità. Appalti e co-progettazioni che premino qualità del lavoro, continuità e retribuzioni dignitose, non il massimo ribasso e costi medi.
  • Welfare di prossimità. Portierato e custodia sociale di quartiere, sportelli su casa, lavoro e diritti, mutuo aiuto, reciprocità, servizi co-gestiti (doposcuola, orti, laboratori), con figure di facilitazione stabili.
  • Cura delle reti. Finanziare non solo i «progetti» ma la tenuta nel tempo dei legami, perché una rete costruita in cinque anni si disfa in sei mesi se i fondi finiscono.

Il rispetto, scrive Sennett, non si dichiara: si pratica. Sta nei contratti, negli orari, nelle retribuzioni, nelle case in cui chi cura può tornare a dormire.

Han aggiunge un tassello: il rispetto non va conquistato, comprato né strappato con la forza, perché appartiene a ogni persona; e garbo, educazione e formalità non sono orpelli, ma il presupposto del dialogo e quindi della democrazia. Ne discende, per queste proposte, che casa accessibile, lavori e contratti dignitosi e stabili per chi cura e regge la città non sono un premio da meritare: sono il modo in cui il luogo in cui vivi riconosce un rispetto che sarebbe già dovuto.

4. Sicurezza: il diritto di sentirsi al sicuro, oltre la paura

Sentirsi sicuri non è un capriccio né una percezione da «correggere»: è un diritto, e riguarda l’incolumità delle persone quanto la possibilità di abitare la città senza ansia. È la donna che sceglie il percorso più lungo per tornare a casa, l’anziano che non esce la sera, il ragazzo che teme il gruppo all’angolo, il lavoratore dei turni di notte, chi vive in una casa precaria o in uno stabile degradato. Una città che chiede di essere accogliente ma lascia sole le persone con le loro paure produce, prima o poi, rancore, chiusura e ricerca di capri espiatori. I casi recenti di giustizia sommaria e di «vigilantes» dei social sono un monito su dove porta il vuoto di presidio e di fiducia (vedi le recenti ronde a Rozzano).

Bauman ha dato un nome a questa deriva: mixofobia, la paura del mescolarsi, un incentivo carsico alla gentrificazione, che spinge a rinchiudersi in isole di simili (gated community) e svuota le strade, rendendole più insicure di prima. Per questo, nelle sue pagine sulla città, la sicurezza non è mai solo, ma anche e poi, una questione d’ordine pubblico: è questione di conoscenza e fiducia tra estranei.

Chi è cresciuto tra i palazzoni raccontati da Marracash sa che la paura ha due volti: quello di chi teme e quello di chi, ogni giorno, viene guardato come minaccia. Anche questa è insicurezza, e spesso è la meno ascoltata. E Carrère, ne L’avversario, ha raccontato quanto possa restare invisibile, per anni, una solitudine a pochi passi da noi: una città in cui nessuno si accorge di nessuno è la più fragile di tutte.

Han lega la crisi del rispetto alla perdita di ascolto ed empatia, e come risposta propone una politica dell’amicizia, fondata sulla coesistenza e sul riconoscimento reciproco nella diversità. Letta accanto alla mixofobia di Bauman, è un’indicazione preziosa: la fiducia tra estranei non nasce solo da più controlli, ma anche da forme minime e quotidiane di riguardo, dal saluto sul pianerottolo all’essere ascoltati quando si segnala un problema, fino al non trattare chi è diverso da noi come una minaccia da respingere.

Per andare oltre la paura serve distinguere i piani, senza farli collassare in uno solo.

  • Sicurezza come incolumità. Prevenzione e contrasto di violenza, reati predatori, spaccio e sfruttamento sono compiti pubblici da svolgere con serietà, con forze dell’ordine e polizia locale presenti, riconoscibili e formate alla relazione con il territorio, non solo all’emergenza. Qui non c’è nulla da ideologizzare: chi subisce un reato ha diritto a una risposta rapida e a una tutela rifuggendo logiche di militarizzazione.
  • Sicurezza come cura dei luoghi. Si produce anche con luce, manutenzione, presenza di persone, usi diversi dello stesso spazio in orari diversi. Uno spazio pubblico «vissuto» e presidiato da comunità, esercizi di vicinato, operatori e mediatori è più sicuro di uno spazio vuoto e recintato. La lezione degli spazi è che un luogo degradato o abbandonato non è mai la soluzione ottimale.
  • Sicurezza sociale come prevenzione. Gran parte dell’insicurezza nasce da fragilità non prese in carico: marginalità estrema, dipendenze, disagio psichico, minori e giovani senza luoghi né adulti di riferimento, solitudine degli anziani, sfratti e precarietà abitativa. Intervenire qui, con una rete di prossimità e professioni di cura riconosciute, è la forma più efficace e meno costosa di prevenzione.
  • Sicurezza come fiducia. Quando i vicini si conoscono, quando c’è chi presidia (un portiere di quartiere, un negoziante, un mediatore), la paura cala. La rete sociale è un fattore di sicurezza al pari delle telecamere, e il ricambio continuo dei residenti la indebolisce: per questo casa stabile e radicamento non sono temi separati dalla sicurezza.
  • Sicurezza per tutti, anche per chi è più esposto. Donne, minoranze, stranieri, persone senza dimora, che spesso subiscono più violenza di quanta ne causino. Un diritto che vale solo per alcuni non è un diritto.

Sul piano delle azioni: presìdi di prossimità e polizia locale di quartiere con orari e referenti noti; mediazione sociale e unità di strada integrate con i servizi; illuminazione, manutenzione e progettazione degli spazi come politica di sicurezza; apertura serale e notturna dei luoghi pubblici (biblioteche, case di quartiere, cortili scolastici) con operatori; attenzione specifica ai percorsi casa-lavoro-scuola; trasparenza sui dati reali e sui risultati, per separare i fatti dalle percezioni senza liquidare le paure.

Il metodo: elogio dei tre saperi

Fin qui i contenuti. Ma, come ricorda Marianella Sclavi a partire dall’esperienza di Nantes, i fallimenti politici vengono spesso attribuiti a «errori di comunicazione» quando riguardano invece il merito e il metodo. Il metodo dei tre saperi parte da un’evidenza semplice: senza il sapere d’uso delle persone comuni, il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restano monchi.

I saperi sono tre: quello politico (la visione, la responsabilità di scegliere), quello tecnico-amministrativo (competenze, norme, strumenti) e quello esperienziale di abitanti e gruppi (di chi vive il problema ogni giorno). Per farli dialogare davvero, e non solo in vetrina, occorre rivedere radicalmente la macchina.

In Insieme Sennett distingue la conversazione dialettica, che cerca di vincere, da quella dialogica, che cerca di capire, e osserva che la cooperazione è un mestiere: si impara praticandolo. Il metodo dei tre saperi è un po’ questo mestiere. Ne Il Regno Carrère segue piccole comunità che inventano le proprie regole di convivenza discutendo, sbagliando, ricominciando: nessun governo è mai cominciato diversamente.

Per Han garbo, educazione e formalità sono il presupposto del dialogo, e dunque della democrazia. Vale anche per i tre saperi: si incontrano solo se ciascuno riconosce l’altro come interlocutore. Le regole di un tavolo (tempi di parola uguali, contributi riconosciuti, risposte motivate, il «diritto di seguito») sono formalità nel senso migliore, e in una società della prestazione che ha disimparato l’ascolto praticarle è già un gesto rivoluzionario.

Dentro il Comune

  • Una regia per ogni politica rilevante. Un responsabile e un gruppo di progetto trasversale ai settori (casa, spazi, cura, urbanistica, mobilità, lavoro), con mandato e continuità: oggi, per trasformare uno spazio pubblico, bisogna dialogare con molti uffici che non siedono mai allo stesso tavolo.
  • Un «tavolo unico» per chi progetta con la città. Sportelli o équipe di co-progettazione che accompagnino cittadini e terzo settore lungo tutto il percorso, con tempi e costi certi.
  • Dalla delega alla co-gestione. I Patti di collaborazione devono smettere di scaricare responsabilità e diventare vero co-governo di spazi e servizi, con appositi micro-budget di manutenzione e gestione.
  • Apprendimento di sistema. Ogni intervento significativo produce un «documento sapienziale» (cosa ha funzionato, cosa no, quanto è costato, come replicarlo) e una valutazione pubblica degli effetti. Oggi le esperienze restano troppo spesso unicum irriproducibili.
  • Il diritto di seguito. Chi partecipa a un processo ha diritto di sapere cosa ne è stato di ciò che ha detto e di seguirne l’attuazione.

Tra le istituzioni

  • Municipi con poteri e risorse reali. Budget, personale di prossimità, competenze effettive su spazi, servizi sociali e manutenzione, non solo pareri. I Municipi sono il luogo naturale di prossimità dove i tre saperi potrebbero incontrarsi e mettersi in gioco.
  • Comune e Città metropolitana. Una divisione dei compiti chiara (Municipi per la prossimità, Comune per le politiche urbane, Città metropolitana per casa, trasporti, pianificazione di area vasta), con un coordinamento che renda l’area metropolitana un soggetto politico e non solo un perimetro amministrativo vuoto.
  • Partecipazione strutturale e non sperimentale. Passare dal «sale» al «lievito», cioè dalle consultazioni episodiche alla redistribuzione di quote di potere decisionale, usando con onestà la scala di partecipazione (informare, consultare, co-decidere, delegare) e dichiarando ogni volta a che gradino siamo.
  • Continuità. I progetti non possono durare meno delle persone che si sono messe in ballo. Aspettative attivate e poi deluse sono «uno dei veleni più sottili» del coinvolgimento civico.

Un caso esemplare: la sicurezza

Sulla sicurezza i tre saperi spesso si parlano male: il sapere politico tende a rispondere alla paura con annunci, quello tecnico con protocolli e statistiche che i cittadini sentono lontani, quello d’uso con la paura vissuta, talvolta amplificata dai social. Un metodo basato sull’ascolto reciproco permette di:

  • ricostruire con gli abitanti una mappa condivisa delle insicurezze reali (dove, quando, per chi);
  • confrontarla con i dati e con il parere di chi opera sul campo;
  • decidere gli interventi insieme, con verifica pubblica dei risultati (patti di sicurezza di quartiere, tavoli nei Municipi con forze dell’ordine, scuole, commercianti, terzo settore, abitanti).

Che cosa si guadagna: capitale sociale, intelligenza collettiva e giustizia sociale

Un mercato predatorio e una città espulsiva producono individui soli, spaesati, di passaggio. La risposta non può essere soltanto redistributiva: deve essere anche generativa. Casa accessibile, spazi gratuiti e cura riconosciuta sono le condizioni materiali perché le persone possano mettere radici, anche solo temporanee, e partecipare.

Il metodo dei tre saperi è ciò che trasforma queste condizioni in voce (voice), per coltivare capitale sociale e intelligenza collettiva: relazioni che durano, conoscenze che si accumulano, fiducia (loyalty) che si ricostruisce dove oggi prevale l’uscita (exit) e la disillusione.

È la politica dell’amicizia di cui parla Han, che qui leggiamo come pratica più che come sentimento: una città non chiede ai suoi abitanti di essere amici, ma di poter contare su un riguardo che non dipenda dalla prestazione, dal reddito o dalla durata della permanenza.

Una città è davvero di tutti quando si può abitare senza essere espulsi, esclusi, vivere gli spazi senza dover pagare, contare su chi cura, e uscire di casa senza paura. Allora, a quell’ora della sera, ogni finestra accesa non sarà più un conto alla rovescia, ma un indirizzo.

PS foto di Andrea Cherchi

Zygmunt Bauman, Modernità liquida; Vite di scarto; Fiducia e paura nella città.
Richard Sennett, L’uomo flessibile; Rispetto; L’uomo artigiano; Insieme; Costruire e abitare.
Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, L’avversario; Il Regno.
Byung-Chul Han, La società senza rispetto.
Marracash, Album Persona e Noi, Loro, Gli Altri.
Marianella Sclavi, Elogio dei tre saperi.

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