Città
Le modifiche al Piano di ripristino della Natura lascerebbero l’Italia senza alcun piano. Replica a Salvemini
Se il MASE porterà a Bruxelles un piano di ripristino della natura senza le 9 misure stralciate da ANCI, non lasceremo l’Italia senza un piano ambizios, ma la lasceremo di fatto senza un piano
Gentile dottor Salvemini,
Innanzitutto, la ringrazio del suo intervento che manifesta onesta preoccupazione per le ferite mortali al piano nazionale di ripristino della natura da parte di ANCI. Chissà che la sua voce di ex sindaco e dirigente di ANCI possa aiutare a spezzare l’imbarazzante silenzio politico creatosi intorno a questa vicenda e aprire uno spazio di dibattito sempre prezioso e costruttivo, ma che è di fatto mancato.
Premetto un chiarimento prendendo spunto dalle sue prime righe. Se il MASE porterà a Bruxelles un piano senza le 9 misure stralciate da ANCI, non lasceremo l’Italia senza un piano ambizioso come dice lei, ma la lasceremo di fatto senza un piano. Quello stralcio equivale a togliere il cuore a un paziente che, per forza di cose, non potrà vivere anche se gli altri organi sono potenzialmente funzionanti.
Ma vengo a darle alcune risposte a ciò che ha scritto.
Molte delle osservazioni che lei pone possiamo ricondurle, in tutto o in parte, alla difficoltà, che diviene spesso impossibilità, dei comuni ad attuare il regolamento a causa delle strutturali sofferenze tecniche in cui versano e che attengono, ad esempio ma non solo, all’uso dei dati sull’uso del suolo alla base delle decisioni urbanistiche, all’uso dei GIS, all’aggiornamento dei tecnici comunali o – lo sappiamo – anche alla carenza stessa di tecnici nei comuni. Tutto vero. Tutte cose che anche io, ma non solo io, denuncio da anni. Però converrà con me che da un lato è un po’ tardi per sollevarle e dall’altro rischia, magari involontariamente, di confermare la tesi del rinvio del piano di ripristino a tempi migliori, circostanza che nei fatti equivale a non dare gambe al piano.
Mi permetto anche di ricordare che sono passati oltre due anni dall’approvazione del regolamento (giugno 2024) e dalla sua vigenza (18 agosto 2024) e in questi due anni i comuni (o alcuni di loro) potevano quanto meno aprire un dibattito spiegando che con queste carenze non si sarebbe potuto attuare compiutamente il regolamento europeo. Oppure almeno un gruppo di comuni poteva chiedere alle Regioni di essere messi in condizioni migliori delle attuali, o proporre strutture intercomunali di supporto così da raccogliere le specializzazioni ecologiche, ambientali e di gestione dei dati che da soli non riescono ad affrontare, o addirittura chiedere di avviare una celere riforma urbanistica (o dei pezzi almeno) per gestire le previsioni di piano non attuate al fine di non consumare aree verdi, e così via: farsi trovare pronti, insomma.
Purtroppo, nulla di tutto questo non solo non è stato fatto, ma neppur è stato lontanamente proposto. E non possiamo non dirlo perché ci sono delle responsabilità politiche (e pure di noi ricercatori e docenti: non mi sottraggo) che vanno elaborate come si elabora un lutto. Capisce bene che arrivare ora ad alzare bandiera bianca dicendo che non si è nelle condizioni di portare avanti un piano di ripristino fatto delle misure ambiziose di ISPRA è fuori tempo massimo e finisce per rischiare di avere più il sapore di continuare a rimanere attaccati, di fatto, allo status quo urbanistico attuale (che non porta a nulla).
In buona sostanza, le osservazioni che lei pone a me, le deve porre in tono di denuncia semmai ad ANCI chiedendo conto del perché non si è fatta adeguatamente parte attiva in questi due anni per non farvi trovare così impreparati a un appuntamento così importante. E dire che voi comuni pugliesi sapevate forse prima di altri che ci saremmo trovati in questa condizione. In Puglia avete avuto Antonio Decaro, per anni presidente di ANCI proprio durante le fasi di costruzione di quel regolamento. Dismesso l’abito di sindaco e presidente di ANCI è stato, da europarlamentare, presidente della commissione ambiente ovvero in una posizione importantissima in cui non era possibile sfuggisse la portata del regolamento europeo e tutte le sfide che celermente dovevano essere affrontate per poterlo attuare in Italia. Chi più di lui e di chi di voi era a lui prossimo potevano essere una locomotiva per il nostro Paese per cogliere la palla al balzo e porre a tempo opportuno tutti i dubbi al fine di trovare le forme creative per superarli? Invece dalla Puglia non è arrivata alcuna luce e siamo rimasti al palo dove eravamo. Ripeto: non possiamo proprio usare la nostra arretratezza tecnica e giuridica come scudo per respingere una sfida epocale come il regolamento e il piano (che è la posizione tenuta da ANCI).
Purtroppo in questi due anni si è perso tanto tempo. E ne siamo tutti responsabili, ma i politici purtroppo più dei cittadini. Da osservatore addentro questa sfida non sono venuto a conoscenza di qualche sindaco o politico che si sia messo a capo di un movimento di sindaci per dare risonanza nazionale al regolamento europeo. Semmai mi sono trovato in situazioni imbarazzanti dove, ho constatato con mano che vari sindaci e assessori di capoluoghi non erano a conoscenza del regolamento o ne confondevano l’operatività con le direttive. Quei politici, e li ringrazio, non hanno avuto difficoltà a dirmi che ANCI non ha avvisato nessuno. Riesco a far capire la gravità? La gravità culturale, intendo, di una associazione che si assume la responsabilità di stralciare un piano di ripristino nazionale senza aver aperto un canale informativo e dialogico con il mondo che rappresenta. Mi pare chiaro che qualcosa si è rotto nella cinghia di trasmissione politica tra i partiti e i sindaci, tra un ANCI e i suoi associati. Il regolamento ha fatto venire i nodi al pettine, ma ancora una volta siamo convinti di aver capelli liscissimi. Quindi, mi perdoni, ma ho più la sensazione che il regolamento non sia stato proprio visto dalla politica o, se lo è stato, non è stato gradito e quindi messo nel dimenticatoio, forse immaginando che tanto nessuno se ne sarebbe accorto.
Quanto a non essere d’accordo sul fatto che siano i comuni ad attuarlo (peraltro non tutti, ricordo) devo purtroppo dirle che l’Italia non poteva che fare come ha fatto per l’art. 8. La modalità tecnica di attuazione è spiegata al capitolo 8 delle “ Explanatory notes in support to the National Restoration Plan uniform format” del 25 settembre 2025 (se si volevano contestare quelle regole tecniche bisognava al tempo giusto), le quali ci obbligano a considerare i comuni a farsi responsabili dell’art. 8 visto che abbiamo 20 leggi urbanistiche diverse, definizioni di uso del suolo diverse da regione a regione…visto insomma che non abbiamo (e non abbiamo mai voluto, c’è da dire) strutture tecniche interregionali e intercomunali, ben attrezzate con dati armonizzati e aggiornati. Ci tocca usare le basi dati europee sull’uso del suolo e ringraziare.
In quanto al timore di andare incontro a contenziosi per eccesso di regole, come anche lei lascia intendere, il timore semmai è oggi quello di vedere all’orizzonte contenziosi certi proprio per aver stralciato le misure lasciando i comuni in un quadro di totale incertezza operativa. Nel frattempo, infatti, il regolamento continua a essere vigente e sovraordinato alle leggi nazionali, regionali e ai piani comunali. Quindi aver stralciato le misure non significa affatto aver protetto i comuni dai ricorsi. Né significa aver costruito tempo supplementare in cui capire meglio cosa fare perché il piano di ripristino non è il dispositivo che attua il regolamento in quanto esso è già, ripeto, vigente. Pertanto, togliere i paracarri delle misure del piano di ripristino e lasciare così che i comuni diano corso a consumi di aree verdi senza ripristini o con ripristini di natura che non corrispondono alla definizione europea di ripristino getterà i comuni nell’arena della inadempienza e quindi potenzialmente sanzionabili. Non capisco chi si sia inventato una cosa simile. Non si rende conto che sarà più probabile il contrario.
La sua proposta di fare della provincia di Lecce un campo di sperimentazione è ragionevole e interessante. Ma non è fattibile pensando di mettere nel frattempo in stallo il regolamento. La sperimentazione, come ho inteso che lei la auspica, potevamo farla anni e anni fa, ma oggi il tempo è scaduto e bisogna per forza di cose attivarsi pur nelle incertezze che ci trasciniamo da anni. Possiamo semmai applicare il “learning by doing”, quindi accettare la sfida del piano ambizioso e semmai ritoccare cammin facendo, attivare i supporti tecnici necessari (peraltro erano previsti nel piano), implementare i finanziamenti, etc.
Riguardo i “risultati misurabili, visibili nel territorio e duraturi nel tempo”, le rispondo ricordando che cinque o sei delle misure di ripristino della natura stralciate da ANCI proponevano azioni di depavimentazione e contestuale ripristino di suolo e natura. La depavimentazione è un’azione che porta a risultati misurabili, visibili e duraturi nel tempo. Eppure è stata stralciata. Qualcuno mi può spiegare perché stralciare quelle misure, senza dare alcuna spiegazione di merito e senza proporre uno straccio di alternativa, sia accettabile? Forse, come ho letto nel comunicato ANCI, perché non ci sono i finanziamenti? ISPRA ha detto più volte, io anche nel mio piccolo, che i finanziamenti arriveranno da UE e con tutta probabilità avrebbero consentito la realizzazione delle misure presentate in sede europea: ma oggi sono state stralciate e quindi la UE cosa volete che finanzi? Mi chiedo (e le chiedo), ma anziché stralciare le misure non era più corretto chiedere al governo e ai governi delle regioni di appostare risorse aggiuntive. Magari iniziando a farlo già un anno fa? Non è stato fatto.
Chiudo ribadendo con convinzione la mia (ma non solo mia) disponibilità a un confronto, basta che sia ambizioso e senza rinunciare a quelle “dosi di coraggio” così come ce le ha insegnate Franco Cassano (per me voce insuperata). Dosi di coraggio che oggi non possono che fare i conti con una serie di cambiamenti che hanno il sapore, non simpatico e me ne rendo conto, degli strappi con il passato. Questi strappi non accontenteranno quelli che sono abituati ad essere accontentati con i piani urbanistici. Strappi e dosi di coraggio che ci insegnano che non è più vincente la pura logica del compromesso che abbiamo usato per anni, senza ottenere i benefici ecologici necessari e senza uno scatto di cultura ecologica nella politica (basti vedere le risposte non all’altezza di questa estate davanti alle ondate di calore). Oggi serve praticare lo stile della franchezza e dell’ecologia integrale. È il piano urbanistico che deve prendere la forma della natura e non viceversa. È il piano urbanistico ecologico che deve arginare la tecnocrazia e non questa a farsi spazio nei piani imponendo nuovi usi del suolo (vedi il caso delle aree idonee al fotovoltaico, per citare un esempio).
In ultimo mi permetta di osservare una fatto che vedo che lei non ha rilevato ma che ritengo preoccupante ed è quello di una sostanziale mancanza di partecipazione dei sindaci alla decisione assunta da ANCI. A me questo ha addolorato. Parliamo e parliamo di partecipazione, circolarità condivisione e su una vicenda così dirimente invece ha prevalso l’opposto, come ho avuto conferma da numerosi suoi colleghi. Stesso sbigottimento – converrà con me, spero – l’ho avuto nella risposta di ANCI al mio articolo quando ha affermato che i comuni italiani sono avanti nella depavimentazione ma senza portare un solo dato e una sola prova. Se lei giustamente chiede misurabilità e concretezza alle misure del piano di ripristino, misurabilità e concretezza dobbiamo pretenderla anche quando si portano argomentazioni a riprova di una scelta politica così dirimente per il futuro del paese e dei comuni.
In ogni caso, e concludo ripetendomi, questo è il tempo dell’ambizione. Oggi o mai più, temo. Non possiamo permetterci tentennamenti o realismi più realistici del re. Oggi dobbiamo giocarci la carta visionaria che era tanto cara alla politica di alcuni decenni fa. Dobbiamo rendere le visioni concrete, ma non aspettando l’arrivo del pavimento amministrativo su cui farle camminare comodamente. Dire che prima occorre dotare i comuni degli strumenti per poi proporre un piano rischia di essere quello che né lei né io né molti vogliono: un espediente per lasciare le cose come sono. Dobbiamo camminare scalzi sullo sconnesso che c’è, non possiamo permetterci il lusso di fermarci ancora una volta. Ci verranno calli e prenderemo spine. Ma stare fermi è peggio.
La mia sensazione in questi anni è che il piano amministrativo abbia soverchiato e soffocato quello politico il quale si conforma al diktat di giuristi e burocrati pronti a minacciare ricorsi con una mano e attenti, con l’altra, a disegnare le regole entro le quali costringere l’ambizione politica per ridurla a un servile meccanismo notarile che non deve uscire dai confini del proprio comune. In questa morsa, la questione ambientale paga il prezzo più alto. So bene che ci sono problemi amministrativi. So bene che quelle misure non risolvevano compiutamente le contraddizioni del nostro sistema amministrativo-urbanistico. Ma so anche che il piano di ripristino, per una volta, buttava il cuore oltre questi ostacoli e invertiva il gioco anteponendo l’ambizione politica alle secche in cui ci porta lo sguardo amministrativo. Non dimentichiamoci da dove arriva il regolamento europeo: da un coraggioso atto di disubbidienza a una politica di bilancini e convenienze, di ‘bello, ma però’, di perenni giochi al ribasso. Leonore Gewessler ci ha regalato una grande occasione per portare la natura in agenda. Che diritto abbiamo noi di confinarla in un possibilismo amministrativo miope?
Ora il dado è tratto. Staremo a vedere nei prossimi giorni se il MASE spedirà in Europa un piano azzoppato oppure se, colpo di scena, deciderà di tener fede alla proposta di ISPRA (tranne ANCE, era condivisa da tutte le associazioni chiamate in audizione– preciso che ANCI era assente – compresa la Società Italiana degli Urbanisti che io assieme al collega prof. Enrico Formato abbiamo rappresentato sostenendo con piena convinzione il piano nazionale di ripristino). In ogni caso, iniziate subito a ingaggiare gli europarlamentari che ad oggi non abbiamo sentito mentre ne abbiamo bisogno nelle prossime fasi.
Quando vuole, ne possiamo parlare. Grazie ancora.
Devi fare login per commentare
Accedi