Arte
Tra le pareti di un ex autosilo, la plastica di Devid Biscontini sfida Milano Scultura
Con Femminile Invisibile, l’artista torna per la terza volta alla manifestazione e trasforma il film industriale in corpo, memoria e traccia di ciò che ci cambia.
La plastica non ha il prestigio del marmo e nessuno si sognerebbe mai di definirla eterna, eppure, in fin dei conti, è proprio lei che resta. Se il marmo costruisce i monumenti della storia, la plastica invade quasi silenziosamente le nostre case, i nostri corpi, i mari e le discariche, rivelando la strana contraddizione di una materia che produciamo per proteggere qualsiasi cosa e che poi passiamo il resto del tempo a cercare di smaltire. Devid Biscontini parte proprio da questa contraddizione e la mette sul fuoco. Letteralmente. Lo fa in occasione della sua terza partecipazione a Milano Scultura, la manifestazione che, dal 2 al 4 ottobre, celebra la decima edizione negli spazi di Concessionaria 23, in via Maiocchi.
Si tratta di un luogo perfetto, quasi troppo, un edificio nato come officina, diventato poi autosilo, concessionaria automobilistica e infine spazio espositivo, trasformandosi anch’esso in un corpo che ha cambiato funzione nel tempo senza mai perdere le tracce delle sue vite precedenti.
In questa cornice l’artista presenta Femminile Invisibile, un progetto sviluppato nell’orizzonte della ricerca MATRICE che riunisce una scultura di grandi dimensioni e diverse opere più piccole, tutte legate dalla stessa materia e dal medesimo processo. Film plastico industriale colorato, polietilene LLDPE coestruso, tecnologia CAST e termoformatura manuale: quella che potrebbe sembrare la fredda scheda tecnica di un prodotto industriale dice in realtà già quasi tutto, poiché descrive il momento in cui il materiale viene sottratto alla funzione per la quale era nato e consegnato interamente all’imprevisto. Non esiste infatti uno stampo rigido che decida in anticipo il risultato, ma ci sono soltanto il gesto, il calore, la fiamma viva e una plastica che collabora fino a un certo punto, tendendosi, cedendo, arricciandosi o lacerandosi. Mentre alcune zone diventano trasparenti e altre si accumulano in strati densi, la superficie assume l’aspetto di una pelle ustionata o di una complessa materia geologica, in un processo che l’artista guida con decisione ma che non può mai addomesticare del tutto.
Biscontini spiega che la materia non è per lui un semplice mezzo per rappresentare qualcosa, quanto piuttosto il luogo in cui qualcosa può accadere, ed è esattamente in questo punto che il suo lavoro acquista un interesse profondo. La materia non interviene dopo l’idea per eseguirla con disciplina, ma resiste, risponde e qualche volta disobbedisce, facendo nascere la forma proprio all’interno di questo corpo a corpo in cui cercare subito una figura significherebbe saltare il passaggio decisivo, perché prima del volto c’è sempre l’evento che lo ha generato. Il calore modifica la plastica in modo irreversibile e quello che rimane sulla superficie è la memoria concreta di ciò che è accaduto alla materia stessa. La parola decisiva è proprio “irreversibile”, poiché il fuoco non si limita a decorare la superficie ma la compromette per sempre, rendendo impossibile qualsiasi ritorno al passato e trasformando ogni piega in una forma che è insieme prova, immagine e cicatrice di una scultura che non racconta la trasformazione, ma se la porta addosso.
È difficile non leggere in questa materia qualcosa di estremamente vicino al nostro tempo, in cui produciamo continuamente immagini levigate, identità modificabili e corpi pronti a essere aggiornati per sostituire le versioni precedenti. Al contrario delle superfici digitali che nascondono i propri passaggi, la plastica di Biscontini fa l’esatto opposto e decide di esporre il processo, mostrando i segni che la realtà lascia e che nessun aggiornamento riesce a cancellare. Con Femminile Invisibile il discorso si fa ancora più delicato perché entra in scena una delle parole più celebrate e consumate dalla storia dell’arte, ovvero quel femminile che per secoli è stato trasformato in origine, natura, fertilità, tentazione, purezza o peccato, alimentando un archivio infinito di proiezioni maschili tanto colte quanto comode. Il titolo alza la posta in gioco e impedisce di rifugiarsi nella sola bellezza della materia, facendo affiorare una presenza femminile che non si offre mai come un’immagine risolta. Un volto appare tra membrane, pieghe e stratificazioni, mentre altrove la figura sembra ancora incerta e sul punto di venire fuori oppure di tornare nell’informe, rimanendo incompleta non perché le manchi qualcosa, ma perché rifiuta di farsi chiudere in una definizione stabile.
A dare forma a quel femminile è comunque lo sguardo di un uomo, e ignorarlo sarebbe una cortesia superficiale piuttosto che un’analisi autentica; il punto cruciale risiede nel modo in cui questo sguardo rinuncia a proclamare una verità assoluta sulla donna. Biscontini non consegna allo spettatore una figura docile, levigata o pronta a rappresentare un’idea universale, ma la lascia disturbata dalla materia, esposta, opaca e irrisolta, ed è proprio questa resistenza a sottrarla alla lunga tradizione del corpo femminile trasformato in simbolo a uso altrui. Dentro il progetto MATRICE la ricerca si muove sul confine sottile tra l’immagine e l’apparizione, arretrando verso l’istante in cui qualcosa non è ancora pienamente visibile ma ha già cominciato a premere contro la superficie, a dimostrazione del fatto che all’artista non interessa soltanto la forma ottenuta, ma tutto ciò che accade mentre quella forma sta cercando di esistere. Ogni trasformazione produce qualcosa che prima non esisteva, ed è in quel passaggio, più che nella forma conclusa, che Biscontini riconosce il senso più autentico del suo lavoro.
Nel lavoro di Biscontini la scultura si allontana dal vecchio esercizio di dominio dell’artista sulla materia, perché il controllo deve convivere stabilmente con il rischio, con la reazione del materiale e con una possibilità che si apre senza essere stata progettata fino in fondo, facendo nascere l’opera nella complessa trattativa tra l’intenzione e l’incidente. Questa nuova partecipazione a Milano Scultura rende visibile uno spostamento importante nella ricerca dell’artista, che dopo aver osservato a lungo l’immagine che emerge dalla materia comincia ora a interrogare ciò che sorge dalla relazione, partendo da una domanda che sembra semplice soltanto perché usa pochissime parole: che forma ha ciò che esiste tra due esseri umani? Una relazione non possiede un corpo eppure agisce profondamente sui corpi, tendendo, proteggendo, ferendo e deformando lo spazio tra due persone fino a diventare visibile soltanto attraverso quello che cambia. Se la plastica conserva la memoria della fiamma, anche noi conserviamo quella degli incontri, delle assenze e dei conflitti, di tutto ciò che ci ha attraversato lasciandoci apparentemente uguali ma intimamente diversi, segnando lo spostamento della ricerca dall’immagine che nasce alla relazione che trasforma.
Si tratta del passaggio più interessante e allo stesso tempo più rischioso, perché se la materia offre una resistenza concreta, la relazione può facilmente trasformarsi in una formula astratta dentro un testo curatoriale. Biscontini affronta la sfida cercando di darle forma senza neutralizzarla e di renderla visibile senza trasformarla nell’ennesima metafora elegante, fermandosi un attimo prima e lasciando la domanda aperta. Tra le pareti dell’ex autosilo i suoi corpi sembrano così reperti di un futuro già consumato o presenze antiche rimaste intrappolate nel materiale più ordinario della contemporaneità, dove la plastica, emblema di una civiltà costruita sull’effimero e condannata alla persistenza dei propri residui, viene costretta a fermarsi per mostrare le ferite e ricordare. Per un istante la materia non è più soltanto una cosa, ma non è ancora del tutto una figura, trova però la propria forza proprio in quella zona scomoda e incompleta da cui nasce l’interrogativo destinato a rimanere anche dopo la mostra: quale forma hanno lasciato su di noi tutte le relazioni che ci hanno cambiato?
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