Letteratura

Il grande inganno della letteratura sintetica

L’editoria cede all’impersonalità dell’autore algoritmico?

30 Settembre 2026

Gli scrittori che scrivono con l’intelligenza artificiale pare siano davvero tanti, e tra questi anche quelli che godono di ottima critica. Ma la domanda che mi preme porre è: sono coinvolte, ormai, tutte le case editrici? Affermo sin da subito che mi sento di escluderlo. Ci sono scrittrici che preferisco di gran lunga alla ciurma dei copiatori, ed editori, vivaddio, che hanno una cura certosina del corpo scritto del libro, che pubblicano un autore o un’autrice soprattutto privilegiandone lo stile spiccatamente personale, magari per niente liscio, ma puramente autentico e chissà se non anche complesso. Entrando nel cuore del paradosso supremo, si può affermare che vi siano degli umani che per raccontare storie minime usano macchine che riempiono uno spazio artificiale di parole. Parole il cui riassunto viene affidato ad altre macchine che sostituiscono la mansione umana del discernere ogni narrazione di sorta, estraendone una sinossi promozionale o una critica propagandistica. Nel mercato editoriale della decadenza culturale, l’intelligenza artificiale non è un semplice strumento di correzione di bozze, ma il vero e proprio ghostwriter di una nuova generazione di “produttori di contenuti” che si autodefiniscono scrittori. Lo scrittore umanista, esistenzialista, intimista e pure pessimista, necessariamente spigoloso e difettoso, è un lusso che l’editoria rischierebbe di perdere semmai cedesse all’impersonalità dell’autore algoritmico. Voglio dirmi certo, provando una volta tanto a essere ottimista, che scrivere libri senza scomodare anima e cervello (gli unici veri strumenti di un creativo) è una scelta che non potrà mai garantire un mercato duraturo di lettori e lettrici. Resto convinto che la gente, in grande maggioranza, voglia realmente leggere, piuttosto che avere l’impressione di aver letto.

Suvvia, non scherziamo, “ispirazione” e “stile” che si dissolvono per far posto al “prompt engineering” (input testuali elaborati da A.I.), “flusso di produzione” e “ottimizzazione del target”?  Orribile! Troppo orribile! Non posso credere che l’aspirazione dello scrittore non sia più quella di dominare la lingua ma convincere un software a non usare la parola “incantevole” più di tre volte per pagina. A lungo andare anche chi legge poco imparerà a riconoscere un romanzo sintetico, così come capita di distinguere del cibo alterato: la sua scrittura è liscia, prevedibile, stranamente educata e priva di qualsiasi umore. E poi il lieto fine pedagogico, dove l’algoritmo orbita ad anni luce di distanza dal nichilismo puro. Ho letto, vi giuro, di serial killer che vanno incontro a una morale edificante, adottando soluzioni psicologiche da manuale delle “giovani marmotte”. E in questi racconti ogni sostantivo ha il suo aggettivo di ordinanza, evidenziando una pigrizia stilistica esasperante: le strade sono sempre “polverose”, i segreti sempre “inesplicabili”, i sorrisi sempre “enigmatici”. È una scrittura senza spigoli, studiata per non offendere nessuno e per scivolare via senza lasciare traccia nella memoria. A me, sinceramente, un po’ vien da ridere se penso che in un mondo dove si consumano storie anche per staccare o deliziare il cervello, queste siano scritte senza l’utilizzo del cervello. A questo punto mi sento di dire che in un mercato invaso da romanzi sintetici perfettamente strutturati ma noiosi, l’unica vera resistenza è data dall’errore umano. Si potrebbe tentare, pertanto, l’esperimento di un nuovo filone e scrivere libri pieni di anacronismi deliberati, frasi che si interrompono a metà, senza la minima possibilità di lasciarsi intendere, digressioni insensate e punteggiatura emotiva fuori controllo. Se mai esistessero già libri del genere assurgerebbero, per fatalità, a garanzia di genuinità. L’algoritmo non potrebbe mai copiare il caos di una mente umana naturalmente o artificialmente confusa!

Il vero miracolo della letteratura sintetica d’appendice è il romanzo “TikTok-friendly”, strutturato in capitoli che durano il tempo di un semaforo rosso. Se un personaggio non sperimenta un trauma generazionale, un tradimento e una crisi d’identità entro i primi tre paragrafi, il libro viene declassato dall’algoritmo come “boomerata passatista”. Anche la figura dello scrittore si è evoluta. Non serve più tormentarsi davanti al foglio bianco alla ricerca della parola esatta, quella che non disturba la prosodia della frase. Oggi lo scrittore di romanzi sintetici è un geometra del montaggio: prende i tropi narrativi più in voga sui social, li frulla insieme, elimina le congiunzioni e si assicura che il testo sia facilmente leggibile, al riparo da emozioni e riflessioni. Un tempo, gli scrittori dedicavano capitoli interi alla descrizione del moto dell’anima, la decadenza della società o il tormento teologico di un delitto. Oggi, per fortuna, abbiamo superato queste lungaggini deprimenti. Perché infliggere al lettore il peso di una riflessione alta quando si può risolvere tutto con la felice formuletta del minimalismo clinico? La nuova parola d’ordine è “sintesi disidratata”. I personaggi dei romanzi moderni non provano passioni: transitano. Non soffrono: registrano un lieve calo di dopamina. Non pensano: emettono enunciati piatti, meglio se privi di subordinate. “Pioveva. Presi il caffè. Pensai alla morte. Poi andai a fare la spesa”. Ecco, con dodici parole abbiamo liquidato l’esistenzialismo, il lutto e la colazione. Niente metafore audaci, niente vette liriche, niente abissi psicologici; sia mai che al lettore venga il mal di testa a causa della profondità.

Bene, bravi, continuiamo così: asciughiamo, potiamo, sterilizziamo. Eliminiamo ogni traccia di carne, sangue e pensiero complesso. Il mondo ha un disperato bisogno di storie che non disturbino il sonno e, soprattutto, che non costringano nessuno a guardarsi dentro.
La psicologia dei personaggi è la prima vittima di questa macellazione letteraria. L’introspezione è considerata un rallentamento del ritmo. Il lettore non deve decodificare, non deve interpretare, ma soprattutto non deve annoiarsi. Il romanzo sintetico perfetto si consuma, si digerisce e si dimentica nello spazio di un tempo breve, lasciando intatta nel simil-lettore, la meravigliosa sensazione di aver letto senza aver dovuto fare la fatica di pensare, sospendendo la lettura per assorbirla meglio e interiorizzarla.
Eppure, dovremmo tutti sapere – mi riferisco soprattutto agli addetti ai lavori della comunicazione – che la scrittura che si adegua ai ritmi del consumo immediato, automatizzato e puramente formale, distrugge la pazienza del dettaglio: quell’attenzione lenta e minuziosa che dà corpo alla realtà e permette al lettore di abitare lo spazio tra le righe.
La “letteratura sintetica”, intesa sia come testualità generata da algoritmi sia come tendenza alla semplificazione estrema e alla massimizzazione dell’effetto, quasi sempre opera un paradosso micidiale: elimina la complessità del mondo reale per riempire il vuoto con formule stereotipate. Quella che dovrebbe essere sintesi diventa così una fiera della vacuità della parola inutile, dove il linguaggio non rivela più nulla, ma gira a vuoto, ripetendo se stesso. Mentre il dettaglio, ritenuto superfluo, richiede tempo, osservazione e una profonda aderenza all’esperienza umana. Senza di esso, la parola perde il suo ancoraggio con la verità e diventa un esercizio di calcolo statistico.

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